Fede: la ragione dell’Altro

Inserito in NPG annata 2008.

 

Educare al pensiero /8

Raffaele Mantegazza

(NPG 2008-01-56)


– Voi credete in Dio, reverendo?
– Sì, io credo
– Voi credete che pioverà, reverendo?
– Sì, io credo
– Che strano: la stessa parola
per esprimere la massima certezza
e la più incerta probabilità...
(Jacques Prevert)


Che cosa accomuna un vecchio testo di teologia che ha spiazzato forse per sempre la Chiesa e i fedeli proponendo un nuovo volto di Dio,[1] il nuovo testo della Cavarero sulle guerre del XX e del XXI secolo [2] e un eccellente romanzo filosofico che indaga finalmente senza infingimenti il rapporto tra Heidegger e il nazismo?[3] E che cosa c’entra tutto questo con un articolo sulla fede, difficilissimo da scrivere per chi muove da una prospettiva laica e vorrebbe però sottolineare la potenza di pensiero propria della fede?
Il punto di partenza, inedito e per certi versi provocatorio, che questi tre testi così differenti condividono, è il posizionarsi dalla parte del reietto, della vittima, dell’ultimo. La novità consiste nel partire dall’ultimo, dalla vittima, dal reietto, da colui o colei dal quale non si parte mai, ma che è considerato/a semplicemente come il punto di transito di una storia che gli/le è del tutto estranea: come per la Cavarero la guerra è comprensibile solo a partire dal punto di vista delle vittime e non da quello dei carnefici,[4] come per Feinmann solo l’ebreo ucciso ad Auschwitz è depositario di un giudizio definitivo sul pavido asservimento al nazismo dello ieratico «pastore dell’Essere», così per Gutierrez il corpo torturato e violentato dell’ultimo e soprattutto la comunità che lo accoglie è il luogo teologico della manifestazione di Dio.
È a partire da questo luogo che vogliamo parlare della fede come esperienza del pensiero: perché una fede che non spezzi le catene, che non anticipi e celebri la vittoria sul male, che non si faccia memoriale individuale e collettivo di un unicum (il passaggio del Mar delle Canne; la morte e resurrezione di Gesù il Cristo, l’egira di Muhammad dalla Mecca) che spezza il tempo circolare della ripetizione e inaugura un tempo nuovo, una fede insomma che non sappia credere in tutto questo a partire dal luogo della massima abiezione e della massima sofferenza dell’umano, non ci pare sia in sintonia con ciò che della fede ci dicono i Grandi Codici delle tre religioni abramitiche.
«Qual è il significato della fede in una vita impegnata nella lotta contro l’ingiustizia e l’alienazione?».[5] Gutierrez ci suggerisce che la la fede non è chiamata a giustificarsi davanti alla ragione (e in questo a nostro parere consiste l’errore di partenza di Piergiorgio Odifreddi e della sua critica), ma davanti al dolore della vittima e alla sofferenza dell’innocente. Credere che l’acqua possa tramutarsi in vino non ha assolutamente nulla a che fare con la struttura chimica di H2O ma molto con la sete di coloro che con quell’acqua devono dissetarsi, o con quel vino festeggiare un evento felice.
La fede è un fatto storico, che avviene nella vita di un soggetto, modificandola e mutandone direzione; ma la fede, almeno nel senso giudaico-cristiano, è anche fatto storico salvifico collettivo perché è fede in un fatto storico: ovviamente si parla di una storia che altera il senso comune della storicità, una storia che inizia ad essere storia di salvezza e perciò storia orientata, una storia che viene scardinata e rifondata ma pur sempre una storia; la fede parla di fatti storici, avvenuti a un certo punto del continuum spazio-temporale che ci ospita, un continuum che dopo questo momento non sarà più lo stesso perché sarà illuminato dalla possibilità concreta di una alternativa.
Il grande regista di tutto è ovviamente posizionato su un piano che non è attingibile dall’uomo: in fatto di fede il protagonista è Dio: «La fede non è oggetto delle trattazioni di Israele, l’unico oggetto è YHWH, la fede è il mezzo».[6] Forse le chiese riformate hanno più di altre compreso questo protagonismo assoluto di Dio; «non è la tradizione a creare la fede ma la fede a scegliersi le tradizioni»[7]: la libertà di Dio consiste nel servirsi di ciò che vuole per suscitare e sostenere la fede; anche in questo senso «lo Spirito soffia dove vuole».
La fede è allora una risposta attiva dell’uomo ma si fonda su una sua posizione di iniziale passività; se la fede è chiamata, il primo gesto dell’uomo ad essa vocato è lo stupore, come si vede nel gioco di sguardi della Vocazione di San Matteo di Caravaggio, splendidamente chiosata da Giulio Carlo Argan «Tu». «Io?». «Sì, tu». La fede è costitutiva apertura, disposizione all’ascolto e allo stupore, nostalgia di una chiamata che coglie sempre impreparati e umilmente sgomenti.
In questo senso la fede, come esperienza religiosa primaria, risposta a una chiamata che potremmo osare definire non strutturata, è la base della religione e non viceversa: Segundo parla della necessità di una fede «previa alla classificazione religiosa»:[8] una fede antropologica [9] che non è il caso di ingabbiare troppo presto in dimensioni confessionali ma che comunque nella appartenenza a una Chiesa troverà la sua conferma e la sua apertura alla collettività.
La stessa dialettica tra apertura e passività caratterizza il rapporto della fede con il mondo storico e umano; la fede crede nello sblocco delle situazioni apparentemente senza via d’uscita: non nel senso di un intervento sovrannaturale che ribalta il divenire storico e le leggi scientifiche, ma in quello assai più radicale di fornire una nuova visione, un nuovo orizzonte per mostrare le manchevolezze e le cedevolezze del divenire storico. La fede non dà garanzie da prestigiatori, ma un nuovo modo di vedere le cose umane e storiche, oltre che ovviamente quelle divine. In questo senso la fede è «affetto di anticipazione», cioè si pone sullo stesso piano della speranza e della fantasia in quanto anticipazioni, per quanto imperfette e parziali, del mondo redento: «La fede (...) si esprime (...) anche con la fantasia che è l’incommensurabile capacità dell’essere umano di aggiungere sempre qualcosa alla realtà e di identificare le potenzialità nascoste in ciascun essere. La fantasia vede le connessioni davanti alle quali spesso la ragione si mostra cieca».[10]
La fede non accetta che il mondo vada così come va perché per il reale ha altri progetti, ha un altro progetto che non coincide con la claustrofobia di un mondo che si crede perfetto o condannato; per la fede pasquale dei discepoli la partita non è chiusa, anzi si attende la seconda escatologia. «Il ricordo di Gesù è l’ancora della speranza che porta con sé e la fede nel Messia scomparso contiene la fede in quello non ancora apparso».[11]
Una fede che sia volta solamente all’indietro è vuoto esercizio di nostalgia; una fede che sia proiettata unicamente in avanti rischia gli abissi del prometeismo o le secche di un falso misticismo che non vuole vedere il reale. L’incontro tra passato e futuro, nello choc della fede qui e ora, svela un progetto per l’umanità e per il mondo: un progetto che ha le sue radici in un passato che da mitico è diventato storico, e il suo fine e la sua fine in un futuro che da peccaminoso diventerà redento. Ma che di tutti i progetti è il meno garantito e il più fragile, il più esposto alla precarietà eppure il più saldo. Forse occorre che i credenti imparino a professare la loro fede in Dio con la stessa fragile speranza di chi, osservando il cielo, dice quasi timidamente: «credo che pioverà».

 

NOTE

[1] Gustavo Gutierrez, Teologia della liberazione, Brescia Queriniana, 1972.

[2] Adriana Cavarero, Orrorismi, Feltrinelli, 2007.

[3] Josè Pablo Feinmann, L’ombra di Heidegger, Neri Pozza, 2007.

[4] Uno degli ultimi testi dell’eccellente teologo latinoamericano Jon Sobrino si intitola appunto «Saggio a partire dalle vittime».

[5] Gustavo Gutierrez, Teologia..., cit. pag. 131.

[6] Gerhard von Rad, Teologia dell’Antico Testamento, Brescia Paideia, 1972, vol I. pag. 142.

[7] Ibidem.

[8] Juan Luis Segundo «Rivelazione, fede, segni dei tempi» in Mysterium Liberationis. I concetti fondamentali della teologia della liberazione, Assisi, Borla, 1992, pag. 382.

[9] Ivi, pag 383.

[10] Leonardo Boff, «La Trinità», ivi, pag. 447.

[11] Ernst Bloch, Il principio speranza, Milano, Garzanti, 2005, pag. 1501.