Non temere

Inserito in NPG annata 2007.


Le parole della fede /5

Giuseppe De Virgilio

(NPG 2007-09-64) 


EVOCAZIONE

«Non temere» è una tra le più comuni rassicurazioni che l’uomo può esprimere. Tale invito ritorna in modo ricorrente nelle relazioni interpersonali, soprattutto quando si verifica una crisi e si vuole rassicurare l’interlocutore attraverso una presenza partecipata e un messaggio di speranza. Pensando ai molteplici contesti in cui l’espressione risuona, non è difficile immaginare situazioni di ansia, di insicurezza e di scoraggiamento che richiedono sostegno e condivisione. Fa parte dell’esperienza comune constatare quanto lo stato di timore convive dentro di noi in modo latente ed emerge come un segno di allarme di fronte alla novità ignota con cui veniamo a contatto.
Non di rado si avverte un diffuso «timore» nei giovani come negli adulti, nei singoli e nei gruppi sociali. Spesso questo timore ansioso è provocato dalla difficoltà ad accettare le diversità, i cambiamenti, gli imprevisti e le frustrazioni. In alcuni il timore diventa condizione patologica e manifesta lo stato di immaturità e di estrema fragilità della condizione umana. Le reazioni al timore sono diverse e molteplici: si va dalla reazione violenta alla fuga nell’isolamento, dall’intolleranza all’indifferenza. Il timore manifesta la paura di vivere e di amare. Tra «incroci e labirinti» soprattutto le giovani generazioni sperimentano l’insicurezza del domani e la fatica del essere protagonisti nell’oggi: in tanti il timore può diventare un quotidiano compagno di strada, anche se spesso appare ben mascherato.
La prima grande insicurezza che genera timore è legata alla ricerca della propria identità, che si verifica soprattutto nei cambiamenti dell’età evolutiva. La povertà di amore e le esperienze di non accoglienza sono spesso causa di timori, di angosce e di blocchi, che si manifestano lungo l’arco dell’esistenza. Tutti gli educatori conoscono queste dinamiche interiori e sono consapevoli delle loro conseguenze. Preadolescenti, adolescenti, giovani e giovani-adulti sperimentano facilmente l’esperienza del «timore», le cui forme possono raggiungere stati di paura e di panico.
Cosa si intende per «timore» e da dove proviene questa condizione di frustrazione e di sofferenza? Il timore esprime uno stato di profondo disagio che nasce dalla coscienza di dover affrontare una «prova» o un «passaggio esistenziale» le cui conseguenze sono imprevedibili e non pacifiche per il soggetto. La gente teme la sofferenza, la malattia, la solitudine, la violenza, la morte, l’incertezza del futuro. Allo stesso tempo l’esperienza del timore costituisce anche un «segno del limite» che l’individuo percepisce nelle sue scelte. Tale limite non appare di per sé negativo, ma funzionale alla conoscenza di se stessi e delle reali possibilità della propria umanità.
Entrambe queste due accezioni sono presenti nel tematizzazione biblica dell’idea di «timore». Da una parte esso è espressione della fragilità umana e della sua contingenza storica; dall’altra esso contribuisce a rivelare il bisogno di apertura di fronte al futuro e, nei credenti, l’«attesa di salvezza» attraverso l’esigenza di una risposta «trascendente» da parte di Colui che può eliminare il timore. È questa la ragione per cui nei racconti biblici spesso ritorna l’espressione «non temere» posta sulla bocca di Dio. Mediante l’invito a «non temere» Dio dialoga con l’uomo in modo «amicale» e gli assicura la sua assistenza provvidente e salvifica.
Una tale esperienza è particolarmente elaborata nella riflessione sapienziale, che oltrepassa la connotazione limitativa del sentimento umano, presentando il «timore di Dio» come una condizione necessaria perché l’uomo apprenda la scienza e possa diventare «sapiente»: «Il timore del Signore è il principio della scienza; gli stolti disprezzano la sapienza e l’istruzione» (Pr 1,7). In questo contesto sapienziale il timore del Signore non corrisponde alla paura, ma ad un atteggiamento «religioso», che consente al credente di aprirsi in modo fiduciale all’incontro con Dio. Possiamo ben definire il Dio della Bibbia come il Signore del «non temere», e il progetto di Dio per l’umanità come una «storia di salvezza» che libera l’uomo dalle sue paure e ristabilisce nel suo cuore una fondamentale fiducia di fronte alla vita e al futuro.
Alla luce delle considerazioni espresse, l’invito a «non temere» non va inteso solo come una espressione rassicurante, ma come una «rivelazione» che apre nuove prospettive in vista della fede e della speranza nel domani. Il «non temere» è da considerarsi autenticamente una «parola della fede» pronunciata da Dio per ciascun uomo. Essa non rimane circoscritta alla sola tradizione biblica, ma costituisce un punto di partenza per ciascun credente che si accosta alla Sacra Scrittura. In modo particolare questa «parola» è rivolta ai giovani, che sono chiamati ad essere protagonisti di una nuova umanità, liberando il loro cuore dalla paura di amare e scegliendo di obbedire alla volontà di Dio con il coraggio della profezia.

NARRAZIONE

«Non temere» nell’Antico Testamento

L’espressione «non temere» (o «non temete») ricorre circa 80 volte in tutta la Sacra Scrittura; di queste oltre la metà è attribuita a Dio nell’AT e a Gesù nel NT. Seguendo in modo progressivo i racconti biblici, si nota come l’espressione spesso introduce una missione che Dio affida ad alcuni personaggi. Il primo di questi è Abram (Gen 15,1), chiamato a lasciare il suo paese per divenire «padre di una grande famiglia» (Gen 12,1-9). La prima volta che compare l’invito a «non temere» è nel contesto dell’alleanza con Abramo (Gen 15,1-21): l’Onnipotente rassicura il patriarca ormai avanti in età, che avrà una discendenza numerosa come le stelle del cielo (Gen 15,4). In questo contesto l’invito di Dio apre ad Abramo la prospettiva progettuale dell’alleanza. Egli non si sente più solo di fronte al futuro: egli «crede» che il Signore compirà questa promessa sancita da un patto sacrificale. Dio ascolta e consola anche la sofferenza e l’angoscia di Agar, perduta nel deserto dopo essere stata cacciata dalla casa di Abramo (Gen 21,7). Con la stessa esortazione il Signore conferma la sua alleanza con Isacco (Gen 26,24) e Giacobbe (Gen 46,3).
«Non temere e non ti scoraggiare»: è l’affermazione rassicurante che accompagna il dono della terra promessa (Dt 1,21; 3,2). Nelle battaglie e nelle situazioni di crisi, sia Mosè che la comunità israelitica dovranno credere nella presenza di Jahvé (Nm 21,34), che «cammina davanti» al suo popolo, senza perdersi d’animo (Dt 31,8). Dopo la morte di Mosè, sarà Giosuè a condurre le tribù di Israele nella terra di Canaan senza temere prove e difficoltà (Gs 1,9; 8,1; 22,25). Tra i racconti di teofanie riportati nei libri dei Giudici, spicca l’annuncio di speranza che il Signore rivolge a Gedeone, attraverso le parole dell’angelo: «La pace sia con te, non temere, non morirai!» (Gdc 6,23).
Nel ministero dei profeti l’invito di Dio ritorna di frequente. Isaia deve rassicurare il popolo e i governanti di fronte alle minacce di guerra (Is 7,14; 10,24; 37,6). Dopo la grande sofferenza della distruzione del regno e l’esilio in Babilonia, l’anonimo profeta denominato Deutero-Isaia annuncia il ritorno nella terra promessa e la «consolazione» con parole di speranza, poste sulla bocca di Dio: «Non temere, io sono con te» (Is 40,9; 43,5); «Non temere, io ti vengo in aiuto» (Is 41,13; 44,2). È proprio questa fede incrollabile che guida il «servo di Jahvé» ad un’obbedienza piena e totale, che culminerà nel dono della propria vita per la salvezza dell’intero popolo (Is 52-53).
Al giovane profeta Geremia, chiamato ad annunciare la Parola ai responsabili della nazione, Dio ordina: «Cingiti i fianchi, alzati e di’ loro tutto ciò che ti ordinerò; non spaventarti alla loro vista, altrimenti ti farò temere davanti a loro» (Ger 1,17). Geremia sperimenterà in prima persona, tra contraddizioni e consolazioni, incertezze e speranze, l’assistenza divina e la sua protezione (Ger 30,10; 46,27): il Signore giudicherà i capi di Israele e costituirà pastori che faranno pascolare il gregge «così che non dovranno più temere né sgomentarsi» (Ger 23,4). Un simile invito riecheggia nel ministero profetico di Ezechiele (Ez 2,6; 3,9): il grande profeta estatico dell’esilio non dovrà temere le «parole dei nemici», né impaurirsi di fronte alle loro minacce. Come sentinella Ezechiele è chiamato ad essere un testimone vigilante lungo la notte della prova, in attesa che giunga il giorno luminoso di Jahvé (Ez 3,16; 33,7).
L’invito a confidare nel Signore viene rivolto a Daniele per la sua rettitudine (Dn 10,12.19) e attraverso la predicazione di Gioele e di Sofonia tale invito giunge a tutta la comunità, affinché gioisca per i doni ricevuti dal Signore: «Non temere, terra, ma rallegrati e gioisci, poiché cose grandi ha fatto il Signore» (Gio 2,21; cf. Gv 12,15). La protezione di Jahvé è fonte di gioia e ogni credente che invoca il Signore trova sempre la certezza del suo aiuto (Lam 3,57: Is 54,4). In questa fiducia si colloca anche l’atteggiamento del saggio Tobi (Tb 5,1) e dei protagonisti della storia di amore narrata nel libro di Tobia (Tb 5,22; 6,18).
Nell’ambito delle relazioni interpersonali la rassicurazione del «non temere» è rivolta a Rut da parte del giusto Booz che sceglie di prendere in moglie la giovane vedova rimasta senza prole (Rut 3,11). Mentre Davide sta fuggendo dalla persecuzione di Saul, Gionata lo conforta con parole di speranza: «Non temere: la mano di Saul mio padre non potrà raggiungerti e tu regnerai su Israele mentre io sarò a te secondo» (1Sam 23,17). Una simile rassicurazione viene espressa da parte di Davide a Merì-Bàal, uomo umile e fedele, che era stato in precedenza alla corte di Saul (2Sam 9,7). Nell’avventura di Elia, il profeta ebreo in fuga trova rifugio presso una vedova a Zarepta di Sidone e le chiede accoglienza, rassicurala per il futuro della sua famiglia (1Re 17,13). Nel contesto della persecuzione di Antioco IV Epifane, è nota la coraggiosa madre dei fratelli Maccabei che esorta i suoi figli a non temere i carnefici e ad accettare a morte in vista del «giorno della misericordia» (2Mac 7,29). L’espressione ritorna con accentuazioni diverse in vari contesti sapienziali (Pr 3,24; Sir 22,22; 23,18; 41,3) e nei salmi (Sal 48,17; 52,6).
Come si può notare dalla rassegna proposta, le ricorrenze dell’espressione «non temere» pongono in evidenza la protezione di Dio nei riguardi della vita e delle gesta dei diversi protagonisti biblici. Questa parola accompagna la missione di Abramo, Giacobbe, Mosè, Samuele, Davide, Isaia, Geremia, Ezechiele, Daniele, Tobia. Questa parola è soprattutto rivolta a tutta la comunità di Israele, affinché non venga meno nelle difficoltà, ma sappia confidare nell’amore di Jahvé. La certezza che Dio «padre» è presente ed è difensore dei piccoli e dei poveri è motivo di fiducia e di speranza per l’intero popolo: come un padre sostiene il proprio figlio, così il Signore sostiene Israele (Ger 31,9). In definitiva «non temere» è una parola di speranza, di sostegno, di liberazione che schiude nella comunità dei credenti un’apertura di fronte al futuro.

«Non temere» nel Nuovo Testamento

Una prima constatazione è legata al fatto che i racconti evangelici si aprono e si concludono con l’espressione «non temere», a conferma che la rivelazione di Dio in Gesù Cristo è interpretata come compimento della storia di amore e di salvezza offerta a tutti gli uomini. È l’angelo Gabriele a pronunciare il primo «non temere» a Zaccaria, nell’apparizione al tempio di Gerusalemme (Lc 1,13) e saranno gli stessi angeli a rassicurare le donne impaurite la mattina di Pasqua presso il sepolcro vuoto di Gesù (Mt 28,5.10; Mc 16,6). Così mentre Zaccaria dubita della promessa di Dio e per questo rimane muto, la paura delle donne al sepolcro si trasforma in messaggio di speranza e annuncio di risurrezione.
Il «non temere» caratterizza i racconti della nascita di Gesù, attraverso le figure di Giuseppe e di Maria. È importante notare quanto sia significativa la presenza dell’espressione in tutte e due le storie di «vocazione». Dopo la genealogia, l’evangelista Matteo presenta la chiamata di Giuseppe alla paternità (Mt 1,18-25). Di fronte al misterioso progetto di Dio, Giuseppe vive il turbamento della scelta: egli non sa come comportarsi di fronte alla Vergine in attesa di un figlio. Il «non temere» dell’angelo schiude nel cuore del «giusto» discendente di Davide la prospettiva della fede nell’opera della salvezza. Giuseppe risponde con il suo «sì», accogliendo Maria, riconoscendo il bambino e imponendogli il nome di Gesù.
Allo stesso modo il racconto dell’annunciazione a Maria (Lc 1,26-38) va interpretato in collegamento con l’esperienza di Giuseppe. Anche nella narrazione lucana la Vergine rimane turbata e pensosa per il saluto dell’angelo (Lc 1,29). Si incrociano i progetti degli uomini con quelli misteriosi e imprevedibili dell’Onnipotente: Maria «promessa sposa» a Giuseppe viene chiamata a divenire «madre del figlio di Dio» (Lc 1,35). Tutto questo per la potenza dello Spirito Santo e la provvidenza misericordiosa dell’Altissimo. Maria non deve temere: Dio è con Lei e la sua Parola si incarna nel suo grembo (Lc 1,30-33). La Vergine crede, si affida e si dichiara «aperta» pienamente alla volontà celeste. La sua risposta è un esempio di superamento della paura e di consegna della propria vita a Dio: «Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me secondo la tua parola» (Lc 1,38). La vergine canterà il Magnificat al Signore, che può essere interpretato come un inno di fiducia a Dio per le sue meraviglie (Lc 1,46-55). Inoltre l’annuncio natalizio che gli angeli rivolgono ai pastori è contrassegnato dall’invito a «non temere» perché è nato nel mondo il salvatore che è il Cristo-Signore (Lc 2,10-11).
Attraverso i racconti evangelici possiamo constatare come l’esistenza terrena di Gesù sia stata intermente guidata da una fiducia filiale e totale verso il Padre: egli è la Parola incarnata ed eternamente rivolta «verso il seno del Padre» (Gv 1,1.18). Nella preghiera (Lc 3,21; 11,1-2; Mt 11,25-27), nella predicazione del regno (Mc 1,14-15), nel compimento dei miracoli (Gv 11,41-42), nell’intimità con i suoi discepoli (Gv 15,10-17) fino all’ora dell’agonia (Mt 26,42; Mc 14,36; Lc 22,42; 23,46; Gv 17,1-26), Gesù ha testimoniato ed espresso la certezza della comunione e dell’assistenza paterna (Gv 14,9-10; 16,32). Da questa consapevolezza «filiale e fiduciale» sgorga l’invito a «non temere».
Nell’intraprendere la sua predicazione Gesù chiama i discepoli alla sua sequela e li conferma nella missione, invitandoli in più situazioni a «non temere». Così nel contesto della pesca miracolosa nel lago di Galilea, il Signore rivolge la sua parola a Simon Pietro dicendo: «Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini» (Lc 5,10). Per Giairo, capo della sinagoga di Cafarnao che aveva implorato la guarigione di sua figlia, il Signore ha parole di consolazione e di speranza: «Non temere, soltanto abbi fede e sarà salvata» (Lc 8,50). Mentre Gesù invia i suoi discepoli in missione, li prepara ad affrontare la persecuzione per il vangelo e raccomanda loro di confidare nella verità e di praticare una stile di vita gratuito e non-violento (Mt 10,23-28; Lc 12,4-12). Pur essendo «piccolo gregge», la comunità dei discepoli e dei tutti i credenti che formeranno la Chiesa, non dovrà temere il futuro, ma rimanere fedele all’amore ricevuto e continuare a confidare nella benevolenza e nella misericordia di Dio (Lc 12,32).
Sono due i passi evangelici in cui la rivelazione della «potenza divina» che opera in Gesù viene accompagnata dal «non temere». Il primo è contestualizzato nel segno prodigioso del cammino sulle acque, che Gesù compie durante la notte, dopo la moltiplicazione dei pani (Mc 6,45-52; Mt 14,22-31; Gv 6,16-21). Mentre la barca dei discepoli è in difficoltà, il Signore va loro incontro camminando sul mare e, alla sua vista, la reazione dei discepoli è di grande turbamento (Mt 14,26). Egli si rivela loro come il «signore del cosmo», che è venuto per salvare i suoi dall’abisso della morte: «Coraggio, sono io, non temete!» (Mc 6,50). La seconda ricorrenza si trova nella scena della trasfigurazione, a conclusione della teofania, mentre i tre apostoli sono storditi e abbagliati dal fulgore celeste. Gesù si avvicina loro e toccatili li rassicura dicendo: ««Alzatevi e non temete» (Mt 17,7). In entrambe le esperienze si evidenzia l’importanza dell’invito a «non temere» la rivelazione di Gesù: egli viene incontro a coloro che credono e «salva dalla morte» chi si affida a Lui (Mt 14,29-31).
Ritroviamo l’espressione nel contesto degli Atti degli Apostoli, riferita alla testimonianza di Paolo mentre è in procinto di approdare in Italia (At 27,24). Lo stesso apostolo invita i cristiani di Roma ad essere sottomessi all’autorità costituita senza temerne il giudizio (Rm 13,3). Infine il libro dell’Apocalisse si apre con la singolare esperienza del veggente, che racconta così l’apparizione del Cristo glorioso: «Appena lo vidi, caddi ai suoi piedi come morto. Ma egli, posando su di me la destra, mi disse: Non temere! Io sono il Primo e l’Ultimo» (Ap 1,17).
Come per l’Antico Testamento anche nel Nuovo Testamento si pone in evidenza la connotazione «rivelativa e salvifica» dell’espressione «non temere». Essa è posta sulle labbra di Gesù, in continuità con la tradizione veterotetamentaria, per rassicurare i discepoli e tutti i credenti e confermarli nella fede. Il Dio che guida e protegge il suo popolo si rivela nella persona e nella missione del Figlio «venuto nel mondo non per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti» (Mc 10,45)

PROVOCAZIONE

La ricchezza dell’espressione «non temere» ci può aiutare a cogliere diversi messaggi per riflettere sulla situazione odierna del mondo giovanile e delle sue insicurezze e attualizzare alcuni aspetti della ricerca di fede e del bisogno di sicurezza. Ci soffermiamo su due racconti che presentano l’esperienza del turbamento umano e l’intervento rassicurante di Dio: la promessa della paternità ad Abramo (Gen 15,1-6) e l’esperienza di salvezza dei discepoli e di Simon Pietro nel lago di Tiberiade (Mt 14,23-33).

«Non temere, Abram, Io sono il tuo scudo» (Gen 15,1-6)

1 Dopo tali fatti, questa parola del Signore fu rivolta ad Abram in visione: «Non temere, Abram. Io sono il tuo scudo; la tua ricompensa sarà molto grande»2. Rispose Abram: «Mio Signore Dio, che mi darai? Io me ne vado senza figli e l’erede della mia casa è Eliezer di Damasco»3. Soggiunse Abram: «Ecco a me non hai dato discendenza e un mio domestico sarà mio erede»4 . Ed ecco gli fu rivolta questa parola dal Signore: «Non costui sarà il tuo erede, ma uno nato da te sarà il tuo erede»5. Poi lo condusse fuori e gli disse: «Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle» e soggiunse: «Tale sarà la tua discendenza»6. Egli credette al Signore, che glielo accreditò come giustizia.

La paternità di Abram è la grande promessa di Dio al patriarca e diventa la «sfida» della sua fede. Abram ha obbedito all’invito di Dio e si è stabilito in Canaan con la sua famiglia. Ma Abram e sua moglie sono ormai anziani e non vedono davanti a loro «una discendenza». La tristezza e il timore per un futuro incerto si annidano nel cuore di Abram. Come potrà diventare «padre di una grande discendenza» in una situazione di anzianità? Abram si rivolge a Dio e si mette in ascolto della sua Parola.
«Non temere, Abram, io sono il tuo scudo». Dio protegge la vita di Abram e della sua famiglia: egli rassicura il patriarca dichiarandosi «suo scudo», sua protezione. Abram interpreta la sua storia apparentemente contraddittoria e domanda a Dio come potrà diventare «padre» e avere una discendenza. L’uomo pone davanti a Dio la realtà delle cose e delle situazioni della sua vita.
Il dialogo è molto espressivo: Dio prende per mano Abram e lo «conduce fuori», invitando a contare le stelle (stella: siderum, da cui «de-siderio»). Il «desiderio» di Abram si specchia nello sguardo rivolto alle stesse: la promessa di Dio diventerà realtà. Abramo «crede» al Signore.
Il «non temere» esprime un messaggio di vicinanza di Dio con Abram: quali sono le esperienze e le situazioni che ci consentono di percepire la vicinanza di Dio?
Il «io sono il tuo scudo»: Dio porta fuori Abram dalla sua paura e gli schiude davanti il firmamento. È un’immagine che indica l’apertura di nuovi orizzonti e di nuovi modi di vedere. Siamo capaci di «guardare» in modo nuovo la vita e il futuro? In che modo la fede ci fa passare dalla paura all’apertura fiduciosa verso gli altri e verso Dio?

«Coraggio, Io sono, non temete!» (Mt 14,23-33)

23 Congedata la folla, Gesù salì sul monte, solo, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava ancora solo lassù. 24 La barca intanto distava già qualche miglio da terra ed era agitata dalle onde, a causa del vento contrario. 25 Verso la fine della notte egli venne verso di loro camminando sul mare. 26 I discepoli, a vederlo camminare sul mare, furono turbati e dissero: «È un fantasma» e si misero a gridare dalla paura. 27 Ma subito Gesù parlò loro: «Coraggio, Io sono io, non temete». 28 Pietro gli disse: «Signore, se sei tu, comanda che io venga da te sulle acque». 29 Ed egli disse: «Vieni!». Pietro, scendendo dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. 30 Ma per la violenza del vento, s'impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!». 31 E subito Gesù stese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?». 32 Appena saliti sulla barca, il vento cessò. 33 Quelli che erano sulla barca gli si prostrarono davanti, esclamando: «Tu sei veramente il Figlio di Dio!».

Il racconto del cammino sulle acque di Gesù e dell’esperienza di Simon Pietro assume i contorni di un fenomeno allucinatorio, fantastico, dai tratti magici. In realtà il racconto porta in sé alcuni messaggi teologici e spirituali di notevole rilevanza per la nostra riflessione. Il Dio che cammina sulle acque ed «è assiso sulla tempesta» (Sal 28,10) è colui che prima ha sfamato le folle ed è salito sul monte a pregare. Credere nel Signore significa accoglierlo nella sua umanità e nella sua potenza divina.
Gesù cammina sulle acque, nella notte, mentre il lago è tempestoso. I simboli biblici sono eloquenti: Gesù si rivela alla comunità cristiana in tutta la sua potenza divina. Una potenza che non schiaccia, ma che salva l’uomo, così come nell’Antico Testamento mediante il fuoco del roveto ardente Dio rivela a Mosè il suo «nome»: Io-sono. L’attenzione non è concentrata sul fenomeno spettacolare, ma sulla «risposta di fede» che i discepoli e Simon Pietro sono chiamati a dare. Passare dalla grande paura alla grande fede e credere che l’impossibile può diventare possibile se ci abbandoniamo all’amore di Dio.
La figura di Simon Pietro è esplicativa dello stato d’animo dei discepoli (e dei lettori): l’apostolo incredulo cerca le prove: «Se sei tu…» (Mt 14,28). Simon Pietro non riesce a credere, pur avendo visto tanti segni e miracoli fatti dal Signore.
Il suo cuore è come un mare in tempesta, i suoi occhi sono segnati dall’oscurità. Egli pretende di fare l’esperienza dell’impossibile prima di dare il «suo giudizio».
Gesù lo chiama a camminare sulle acque tempestose. Egli è sulle acque: quando guarda Gesù egli cammina, ma quando guarda se stesso egli vive il timore e sprofonda nell’abisso.
Il grido di paura diventa invocazione di salvezza: Gesù lo «tira fuori» dalla morte e lo riporta nella barca con i discepoli. Il vento cessa e finalmente tutti riconoscono il Cristo e lo adorano.
L’esperienza della paura ci fa perdere la consapevolezza della presenza di Dio nella nostra vita. Cosa ti colpisce di più di questo racconto? Quali sono i simboli narrativi che possono essere attualizzati nell’oggi dei giovani?
L’atteggiamento di Simon Pietro è in ciascuno di noi. Abbiamo bisogno di prove, di conferme, di verifiche.
La fatica di credere emerge in modo particolare nelle difficoltà del quotidiano. Cosa ti aiuta di più nelle difficoltà? Di fronte all’esperienza della «poca fede», ritieni importante crescere nella fede e nella conoscenza del Vangelo?

INVOCAZIONE

Tra i diversi salmi di fiducia, spicca in modo particolare il Sal 22, in cui si assume la metafora pastorale per descrivere la relazione tra Dio e il credente. Dobbiamo leggere tra le righe del salmo come il protagonista si riferisce in prima persona a sé e alla sua vita, protetta e guidata dal Signore «suo pastore». Il salmo può essere considerato uno straordinario atto di fiducia in Dio, la cui immagine pastorale percorre tutta la Bibbia. Leggiamo una parte del testo (vv. 1-4):

1 Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla;
2 su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce.
3 Mi rinfranca, mi guida per il giusto cammino, per amore del suo nome.
4 Se dovessi camminare in una valle oscura, non temerei alcun male, perché tu sei con me. Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza.

«Non temere»: riflettendo su queste parole rassicuranti possiamo considerare le angosce e le paure dei giovani. Il testo salmico non ci presenta Dio come un giudice spietato, ma nelle vesti di un pastore mite e affettuoso, che ha a cuore il suo gregge.
Le immagini pastorali sono molto espressive: il pastore fa riposare le pecore, le rinfranca, le conduce per amore e con sicurezza. La certezza della sua presenza fa svanire ogni paura. Allo stesso modo il cuore dell’orante non teme la notte perché Dio è con lui. Sentiamo il bisogno di invocare Dio con le parole di questo testo, per fare l’esperienza dei personaggi biblici: passare dalla paura e dall’angoscia alla fiducia e alla pace.
Al termine della nostra riflessione sul «non temere», ci domandiamo come e se i giovani riescono a percepire l’idea di Dio nella prospettiva biblica indicata, e in che modo l’esperienza della preghiera può aprire il cuore dell’uomo del nostro tempo affinché possa sperimentare la confidenza di Dio.