3. Le sette deformazioni o vizi

Carmine Di Sante

(NPG 2007-09-25) 


Nel Nuovo Testamento il numero dell’elenco delle deformazioni dell’umano – o peccati – varia a seconda degli autori (dodici in Marco, ventuno nella lettera ai Romani, nove nella prima ai Corinti, dieci nella seconda ai Corinti, quindici nella lettera ai Galati, undici nella lettera ai Colossesi, diciotto nella seconda a Timoteo) e in base alle specifiche finalità pastorali e catechetiche degli autori. Nella tradizione cristiana però lentamente si è imposto un elenco il cui numero è stato fissato a sette, e che il recente Catechismo della Chiesa cattolica. Compendio (Editrice Vaticana – Edizioni San Paolo, Roma-Milano 2005, p. 178) enumera secondo questo ordine, sotto la dicitura, divenuta classica, de I sette vizi capitali:

1. Superbia
2. Avarizia
3. Lussuria
4. Ira
5. Gola
6. Invidia
7. Accidia

Vizi

Anzitutto una chiarificazione sul termine vizio, traduzione del latino vitium che, secondo G. Semerano (Le origini della cultura europea. II. Dizionari etimologici, L. Olschki Editore, Firenze 1994) rimanda all’accadico hitum (da cui l’ebraico hatat) che vuol dire peccato, colpa, delitto; mentre, secondo altri etimi più incerti, può essere fatto risalire a torcere, avvitare o intrecciare, come potrebbero far supporre i due lemmi italiani vite o avvitare. A parte comunque l’etimo, vizio è un termine che dice la deformazione dell’umano e al plurale – vizi – le sue figure principali.
Al singolare il termine è quasi sinonimo di peccato ma che, ad esso, aggiunge una duplice sfumatura.
La prima è che, a differenza del peccato, vizio non rimanda, in primo luogo, alla sfera morale e religiosa, ma soprattutto antropologica; per cui il suo uso lo si registra più facilmente nell’ambito comune, laico e quotidiano.
La seconda è che il peccato mette soprattutto in luce la libera decisione del soggetto (non si dimentichi mai che per la teologia cristiana può esserci peccato solo là dove si verificano contemporaneamente le tre condizioni necessarie che sono la materia grave, la piena avvertenza e il deliberato consenso), mentre il termine vizio mette in luce l’impotenza del soggetto di fronte alle sue azioni, delle quali, più che autore, se ne sente schiavo, secondo quel paradossale capovolgimento per cui chi ha un vizio si trova a fare quello che non vorrebbe fare e si sente umiliato e mortificato per quello che fa, divenuto il padrone del proprio volere, come confessa lo stesso Paolo nel celebre passo, tra i più tormentati e difficili da interpretare, della lettera ai Romani:

Sono di carne, venduto come schiavo del peccato. Io non riesco a capire neppure ciò che faccio: infatti non quello che voglio io faccio, ma quello che detesto. Ora, se faccio quello che non voglio, io riconosco che la legge è buona; quindi non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me. Io so infatti che in me, cioè nella mia carne, non abita il bene; c’è in me il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio. Ora, se faccio quello che non voglio, non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me. Io trovo dunque in me questa legge: quando voglio fare il bene, il male è accanto a me. Infatti acconsento nel mio intimo alla legge di Dio, ma nelle mie membra vedo un’altra legge, che muove guerra alla legge della mia mente e mi rende schiavo della legge del peccato che è nelle mie membra. Sono uno sventurato! Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte? Siano rese grazie a Dio per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore! Io dunque, con la mente, servo la legge di Dio, con la carne invece la legge del peccato (Rm 7,14-25).

Il vizio avvinghia e avvita l’io sottraendogli la libertà e rendendolo dipendente e impotente. È forza che domina l’io che, in balìa del suo potere, si scopre incapace di autodeterminarsi, e da soggetto libero si sperimenta – esperienza paradossale e tragica – come assoggettato e impotente («è più forte di me», «non ce la faccio»!).
Quando, nella lettera agli Efesini, Paolo parla dell’esistenza, nel mondo, di «dominatori tenebrosi» (kosmokratores tou skotou) e di «spiriti del male» (ta pneumatika tes ponerias: Ef 6,12), questo linguaggio non riflette una mentalità arcaica e infantile, ma la drammatica esperienza comune e universale che ciò che l’io desidera e progetta, pensa e fa, da espressione e realizzazione del suo volere e della sua dignità si è trasformato in potenza negativa che lo rende servo e lo espropria della sua libertà e autenticità.
Qui riluce l’essenza fenomenologica del vizio: potenza negativa che oscura e svilisce, ottenebra e incattivisce l’esistenza. Paolo parla di skotos, che vuol dire «tenebra» e di poneria, che vuol dire «malignità». Il vizio è potenza che impedisce all’io la libertà e l’autenticità, imprigionandolo in un mondo di tenebra e di male.

Capitali

I sette vizi capitali designano le sette potenze negative che impediscono all’io il pieno dispiegamento del suo umano, e sono chiamati capitali perché ricapitolativi di ogni altro. Sono sette figure che non si sovrappongono, ma rimandano tutte alla stessa logica della duplice negazione dell’alterità divina e dell’alterità umana. Figure alienanti, i vizi capitali cancellano l’alterità dell’altro, a partire da quell’Altro radicale che le religioni chiamano Dio, che di ogni altra alterità è garanzia, e a partire dalla stessa alterità dell’io non più sovrano ma schiavo del suo agire.
Il primo vizio o potenza negativa è la superbia, cancellazione dell’alterità divina, l’alterità per eccellenza, con cui l’io rinnega la sua origine, non riconoscendosi originato, e, con un gesto prometeico inaudito, si costituisce sopra a tutto e sopra a tutti (super-bia). Alla radice dell’esistenza inautentica c’è, per la bibbia, questo gesto con cui l’io recide il suo legame con l’origine, e da originato si costituisce originante. Gesto che, reiterato, si fa potenza negativa perché l’io che si è autocostituito sopra vuole sempre più innalzarsi sopra, proprio secondo la logica del vizio che, insaziabile, avvinghia l’io intorno a se stesso senza soddisfarlo mai.
Dalla superbia, con cui l’io si separa dalla sua origine, derivano tutti gli altri vizi: la gola, con cui l’io, negata l’anteriorità e bontà del Bene, esaurisce il suo rapporto con il cibo solo in quanto oggetto di soddisfazione, non cogliendone più la dimensione di dono e di istanza alla ridonazione; la lussuria, con cui si ossessiona nella ricerca del piacere; l’avarizia, con cui si chiude nel cerchio del possesso e dell’accumulo delle cose e del denaro; l’ira, con cui, cogliendo l’altro come minaccia, ne desidera nascostamente la cancellazione; l’invidia, con cui riconosce l’altro da sé solo per appropriarsene delle qualità; infine l’accidia (termine di origine greca che vuol dire in-curia nel senso di assenza di cura e di premura) con cui, non potendo eliminare l’altro perché leggi e tribunali lo tutelano, lo si avvolge nella propria indifferenza, disinteressandosi della sua presenza e dei suoi bisogni. Di ognuno di questi vizi o deformazioni dell’umano tracceremo un profilo nelle pagine nel corso del prossimo anno nella rubrica di NPG, secondo un ordine leggermente modificato, per una ragione di ordine tematico, rispetto a quello del Catechismo della Chiesa cattolica sopra riportato.

PERCHÉ PARLARE DEI VIZI

Se la bibbia parla dei vizi – e queste pagine che si muovono nella prospettiva biblica – non è per pessimismo, e neppure per moralismo o umanitarismo.

Né pessimismo, né moralismo, né umanitarismo

Pessimismo è lo sguardo sull’umano che ne coglie l’inautenticità e il fallimento, come fossero connaturali ad esso. Anche se, come categoria filosofica, il pessimismo si è affermato come reazione al terremoto devastante di Lisbona (1755) che dissolse la concezione ottimistica di Leibniz sul mondo come «il migliore dei mondi possibili (1710), trovando i suoi rappresentanti in autori come Voltaire, Schopenhauer e soprattutto E. von Hartmann con il libro Per la storia e la fondazione del pessimismo (1891), comunque esso è una costante di tutte le culture che, di fronte alla potenza del male, mai debellato, l’hanno legittimato con il ricorso all’irredimibile negatività dell’esistenza umana.
Prima che nelle pagine filosofiche e nelle visioni dualistiche, gnostiche, apocalittiche o manichee, le testimonianze sul pessimismo si trovano soprattutto nei testi poetici e letterari: nell’Iliade, dove Zeus afferma che «non c’è niente di più miserevole dell’uomo fra tutti gli esseri, [fra] quanti respirano e arrancano sulla faccia della terra» (17, vv. 441ss); nell’Odissea, dove Ulisse confessa che «nessun essere nutre la terra più meschino dell’uomo, fra quanti respirano e si aggirano in terra» (18, vv. 130s); oppure nella poesia celeberrima di Mimnermo per il quale, dileguatasi la breve stagione della giovinezza, «anzi che vivere è più dolce morire». Nelle visioni pessimistiche i vizi – l’umano irrealizzato – sono costitutivi dell’umano, e parlarne è guardarsi allo specchio con disincanto: «non c’è nulla da fare, ne prendo atto».
Moralismo è lo sguardo che denuncia i vizi altrui per sentirsi a posto con la propria coscienza e convincersi che si è migliori degli altri, come smaschera Gesù nella nota parabola raccontata «per alcuni che presumevano di esser giusti e disprezzavano gli altri» (Lc 18,9):
Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano. Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: O Dio, ti ringrazio che non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte la settimana e pago le decime di quanto possiedo. Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: O Dio, abbi pietà di me peccatore. Io vi dico: questi tornò a casa sua giustificato, a differenza dell’altro, perché chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato (Lc 18, 9-14).
Ciò che rende il moralismo intollerabile è l’uso, da parte dell’io, per il duplice scopo interessato: legittimare la propria convinzione di essere nel giusto (il testo lucano parla, letteralmente, di quanti «erano persuasi in se stessi che erano giusti») e affermare la superiorità sugli altri, ritenuti – a causa dei loro comportamenti – «un nulla» (traduzione letterale del termine tradotto in italiano con «disprezzavano»).
Ma disprezzare – ritenere un nulla – chi si comporta in modo difforme dal proprio, non solo offende l’altro, perché non ne riconosce la dignità identificandolo indebitamente con il suo comportamento, ma degrada prima ancora il proprio stesso io che, escludendo l’altro e non amandolo, per questo da morale si fa immorale. L’essenza del moralismo è in questo capovolgimento della morale con cui chi se ne fa paladino e difensore intransigente, in realtà, al di là dell’apparenza, la sta tradendo. A differenza di chi nega la morale e, negandola, si costituisce amorale ponendosi al di là del bene e del male, il moralista afferma la morale ma non per sé bensì contro l’altro, non come principio al quale sottoporsi bensì come arma per contrapporsi all’altro da sé rivendicando su di lui la propria superiorità morale.
Umanitarismo è lo sguardo attento alla difesa e promozione dell’umano, e per quanto sia difficile concordare sul senso di questo umano, si può condividere il parere di Freud per il quale la storia umana da sempre è storia di civilizzazione, processo con cui gli esseri umani lentamente hanno appreso a controllare le loro pulsioni che, lasciate a se stesse e non disciplinate attraverso le istituzioni e i meccanismi della razionalizzazione e della sublimazione, da principio di piacere (eros), si trasformerebbero in principio di conflitto e di morte (thanatos).
Per il fondatore della psicoanalisi la civiltà è la costruzione di limiti e norme che, necessari agli individui per sfuggire alla barbarie, ne impediscono il dispiegamento pieno del principio piacere, per cui inevitabilmente essa è sempre anche fonte di disagio, come vuole il celebre saggio del 1929 intitolato appunto Disagio della civiltà. In questa prospettiva denunciare comportamenti negativi e vizi non è moralismo, ma preoccupazione per l’umano, come insegna il comico che, si pensi a Totò, «ridendo castigat mores».

Con Gesù la possibilità di autenticità

Se però il Nuovo Testamento si interessa di vizi e di peccati e ne offre elenchi a volte particolareggiati, non è perché allude alla costitutiva cattiveria umana, né perché ama puntare il dito sui cattivi o perché inculca la necessaria autodisciplina dei comportamenti umani, ma perché convinto che, nella storia umana, con Gesù di Nazareth è accaduta una cosa inaudita da annunciare a tutti come e-vangelo, notizia buona e bella: che si è inaugurata una nuova era in cui ogni esistenza umana può risorgere ed essere autentica nonostante e dentro il negativo che l’avvolge e pretende determinarlo o condizionarlo.
Al centro del racconto neotestamentario c’è la potenza di questa parola buona – l’evangelo – che ad ogni esistenza umana annuncia la possibilità di tornare ad essere felice e buona perché accolta e amata dal Padre celeste, che «fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti».
È in quanto buona notizia o evangelo che il Nuovo Testamento si interessa dei peccatori: non per giudicarli, non per rimproverarli, non per umiliarli e neppure per correggerli, educarli o migliorarli, ma per annunciare che non sono più soli e abbandonati ma amati.
La ragione dell’interesse del Nuovo Testamento per i peccatori – per tutta l’umanità che, per gli autori neotestamentari, è umanità peccatrice che si è avvolta nella spirale del male e della violenza – è di (ri)dischiudere la coscienza di una Presenza che non esclude nessuno ma ama tutti gratuitamente, e accoglie tutti, vicini e lontani, abolendo così, con la sua prossimità, l’idea stessa della lontananza.
Gli elenchi dei peccati o dei vizi che si trovano nel Nuovo Testamento, e che nelle pagine precedenti sono stati ricordati, pertanto non hanno la funzione di richiamare o sottolineare la miseria della condizione umana, l’abisso del cuore umano o i suoi livelli di pervertimento, quanto di contestarli, relativizzarli e ridicolizzarli, perché li si può dominare invece che esserne dominati.
Quando nella lettera agli Efesini Paolo parla di forze negative – «principato» (arkè), «autorità» (exousia), «potenza» (dynamis), «potestà» (kyriotes), «dominatore del mondo» (kosmokrator), «spiriti malevoli» (ta pneumatika tes ponerias) – che Gesù ha sconfitto con la sua risurrezione sottoponendole al suo potere, ciò che con questo linguaggio mitologico l’apostolo intende è che non è vero – come molti pensavano al suo tempo e continuano a pensare ancora oggi – che l’esistenza dell’io è determinata dal destino – sia esso iscritto nella volontà degli dèi, nel movimento degli astri o nelle leggi della storia –, ma è affidata alla sua libertà come libertà di amare e che, per quanto possa essere consistente il peso del negativo, è possibile prenderne le distanze recuperando la dimensione autentica della propria esistenza che è nell’amare come Dio ama.
Se per Paolo Gesù «è stato collocato al di sopra di ogni principato e autorità, di ogni potenza e potestà» (Ef 1,20.21), ciò che con questo linguaggio egli intende, è che «il significato della risurrezione di Gesù è di liberare la libertà, di riconsegnarla a se stessa, di riattivarla nella sua vocazione originaria, che la colpa o la sventura hanno pervertito o bloccato deformandola in destino di illibertà» (A. Rizzi, Destino e libertà nell’ottica paolina, in «Servitium» 144/2002, p. 36).
Il Nuovo Testamento si interessa di vizi o di peccati per dare la bella notizia che da essi ci si può liberare e l’esistenza umana può tornare ad essere parola di bontà come, sempre Paolo, augura agli Efesini dopo aver annunciato loro che il Messia, con la sua risurrezione, ha ridotto ad impotenza le potenze negative del mondo:
Nessuna parola cattiva esca più dalla vostra bocca; ma piuttosto, parole buone che possano servire per la necessaria edificazione, giovando a quelli che ascoltano. E non vogliate rattristare lo Spirito Santo di Dio, col quale foste segnati per il giorno della redenzione. Scompaia da voi ogni asprezza, sdegno, ira, clamore e maldicenza con ogni sorta di malignità. Siate invece benevoli gli uni verso gli altri, misericordiosi, perdonandovi a vicenda come Dio ha perdonato a voi in Cristo (Ef 4,29-33).
Nella rubrica che seguirà lungo tutto il 2008 si parlerà dei vizi con lo stesso intento, facendo rilucere su ognuno di essi la potenza dell’evangelo che disincatena l’io da se stesso per riconsegnarlo alla possibilità della libertà e della responsabilità.