Editoriale

Mario Pollo

(NPG 2007-09-02)


La violenza dei tifosi ultras che, preso a pretesto la morte assurda di un giovane tifoso su una piazzola autostradale, ha devastato alcune aree urbane e si è rivolta contro la polizia, è uno dei volti oscuri dell’umano che si annida nella vita di città benedette dall’assenza di guerre e maledette dalla ferita dell’insicurezza.
Affermare che i giovani protagonisti di quelle violenze sono dei teppisti è indubbiamente vero, ma purtroppo questo facile e rapido etichettamento non rivela nulla sull’origine di questa forma di violenza sociale che affligge la nostra società.
L’origine di essa va ricercata nel fatto che il tifo calcistico, nella sua forma degenerata, offre la possibilità di trasformare i tifosi della squadra avversaria – e le forze dell’ordine che si oppongono all’ingaggio e allo svolgimento della battaglia con essi – in nemici. Anzi le forze dell’ordine, proprio per l’esercizio di potere che esercitano contro la realizzazione delle guerra, diventano il nemico per eccellenza, quello con la N maiuscola. I tifosi delle squadre avversarie, pur essendo nemici, sono allo stesso livello, condividono gli stessi valori, gli stessi bisogni e le stesse regole, mentre le forze dell’ordine appartengono ad un livello superiore, a quello del potere di uno Stato che inibisce il dispiegarsi della battaglia.
La trasformazione dell’avversario e delle forze dell’ordine in nemico avviene perché alle frange violente del tifo non basta l’avversario, in quanto per mobilitare le loro energie morali e fisiche hanno bisogno di un nemico. Come ricorda Hillman: «La figura del nemico alimenta le passioni della paura, della collera, dell’odio, del desiderio di vendetta, della furia distruttiva o della concupiscenza, fornendo quel sovrappiù di energia compressa che rende possibile il campo di battaglia… perché siano mobilitati gli impulsi aggressivi e di conquista individuali e da quell’utero emerga la guerra, ci vuole un nemico. Il nemico è la levatrice della guerra».
L’invenzione del nemico consente ai tifosi violenti di vivere l’esperienza, seppur molto attenuata, della guerra che offre loro l’orizzonte di senso di una totalità, sottraendoli a se stessi, alla loro vita e alla loro identità personale, sovente insoddisfacente e gravata da un nullificante senso di vuoto e di incompiutezza. Come afferma Lévinas: «Il volto dell’essere che si rivela nella guerra si fissa nel concetto di totalità… In essa gli individui sono ricondotti ad essere portatori di forze che li comandano a loro insaputa. Gli individui traggono da questa totalità il loro senso».
I giovani che attraverso il tifo violento manifestano il loro terribile amore per la guerra cercano nella dipendenza dall’azione violenta quel senso in grado di impedire che il loro sguardo verso il futuro sia oscurato dall’angoscia del nulla. Questo solitamente accade perché nella loro vita non è germogliato alcun seme di senso e, soprattutto, perché il loro volto, visto nello sguardo dell’altro, non riesce a dire loro chi essi siano, a comunicare cioè il mistero della loro unicità e del valore della loro esistenza. Volto che si rivela invece, seppur illusoriamente, nel simulacro di guerra promossa dal loro gruppo.
Prevenire questa violenza richiede allora proporre a questi giovani percorsi di ricerca di identità e di senso all’interno del loro vivere quotidiano, riscoperto, attraverso lo sguardo creativo, come una miniera inesauribile di avventure di senso e luogo di relazioni autentiche con l’altro.