Educare al pensiero /6

Raffaele Mantegazza

(NPG 2007-08-52)


Leggere-dentro le cose: l’etimologia della parola «intelligenza» è abbastanza chiara e distingue abbastanza chiaramente il nostro oggetto da ciò che viene misurato dai cosiddetti Q.I.: intelligenza è una posizione del pensiero nei confronti dell’oggettualità e del mondo, una posizione che permette di leggere tra le pieghe del reale e di conformarsi ad esso per meglio conoscerlo, sottostando alle sue leggi; per questo il momento iniziale dell’intelligenza è passivo: è la realtà a dettarci le leggi per conoscerla, non il contrario. Come aveva intuito il filosofo cinquecentesco Francis Bacon, l’intelligenza non consiste né nell’accumulare masse di meri dati come fanno le formiche che riempiono i loro formicai con tutto ciò che trovano sulla loro via senza però sottoporlo ad elaborazione, né nel produrre da se stessi meravigliose reti concettuali che però non fanno presa sulla realtà, come fanno i ragni con le loro tele; invece intelligente è colui o colei che come le api raccoglie dati dal reale e li sottopone a una elaborazione, traendo qualcosa di nuovo (il miele) dal lavoro su ciò che la realtà ci ha fornito (il nettare).
Crediamo che l’intelligenza si collochi al principio di questo processo, come attività di raccolta dei dati, già però orientata da una ipotesi a proposito della loro elaborazione (che sarà compito della ragione, come mostreremo in un successivo articolo); l’intelligenza è il momento della vendemmia, il momento per così dire «negativo-razionale», che «l’intelletto tabellare» – come lo definiva Hegel – mette in atto per raccogliere i dati in una griglia. Ma la passività dell’intelligenza è solo apparente, perché se è vero che è il reale a fornirle i dati è anche vero che la ricerca della verità – e di una certa e determinata verità – fa sì che i dati e le leggi vengano raccolti e interpretati in un determinato modo e non in un altro; è come dire che l’intelligenza si colloca a metà strada tra il reale e il soggetto, un incontro che sconfigge sia la formica positivista che annulla la soggettività in nome di una astratta neutralità della scienza, sia il ragno metafisico che si vieta di vedere il reale perché i fatti smentirebbero le sue teorie (e allora al diavolo i fatti!).
Ma se il reale è complesso e non lineare, se è percorso da linee di tensione latenti e quasi carsiche che sfuggono a qualsiasi riduzionismo, la stessa cosa deve valere per l’intelligenza. Dobbiamo allo psicologo statunitense Howard Gardner [1] l’idea di intelligenze multiple, ovvero l’intuizione che gli uomini e le donne non hanno una sola intelligenza ma parecchie. Anzitutto esistono due tipologie di intelligenza che la scuola contribuisce a sviluppare: quella linguistica, che mettiamo in campo quando impariamo una lingua, e quella logico-matematica. Crediamo a questo proposito che la scuola debba continuare a lavorare su queste intelligenze, in quanto essa deve per noi rimanere «mondo dei libri», degli alfabeti ordinati in sequenze riconoscibili dove il «dopo» spiega il «prima» e le pagine si susseguono secondo un ordine prestabilito e preciso; il libro, oggetto desueto e secondo alcuni superato, è invece secondo noi ancora oggi il fulcro dell’esperienza scolastica e non solo: e lo ribadiamo soprattutto oggi, quando la logica dei cosiddetti new media, che sempre più giungono a ridefinire la nostra esperienza del mondo, si distingue per la caratteristica della simultaneità che tende sempre più a sostituire la sequenzialità nell’approccio alle dimensioni narrative tipica invece appunto del libro.
Gardner però ci indica anche altre strade, altre cinque intelligenze che la scuola non può ignorare, ma che soprattutto non possono essere ignorate da coloro che lavorano nella vasta galassia del cosiddetto «extrascuola».
Anzitutto, l’intelligenza spaziale, quella messa in campo da coloro che sanno percepire e valutare i rapporti tra gli oggetti nello spazio, che sanno cogliere i rapporti di vicinanza/lontananza, le relazioni tra i volumi, le sfumature di colore all’interno di una stanza (arredatori, scacchisti, allenatori, ecc.). Abbiamo poi l’intelligenza temporale, tipica ad esempio dei musicisti e di tutti coloro che lavorano con l’oggetto tempo (pause, ritmi, successioni temporali, ecc.) e che imparano soprattutto attraverso relazioni del tipo /prima/dopo (che sono tra l’altro fondative sia dell’idea occidentale di storia, sia del modo occidentale moderno di intendere il romanzo).
L’intelligenza corporea è invece tipica di coloro che apprendono anzitutto attraverso il corpo (in senso specifico – atleti, ballerini, mimi – e che fanno del corpo il principale veicolo del loro rapporto cognitivo con il mondo), purché ovviamente si tratti di un corpo conosciuto nei singoli dettagli, addestrato e allenato attraverso pratiche precise e anche faticose.
Due intelligenze poi mostrano in modo specifico la direzione presa dal soggetto quando inizia ad imparare, il punto di riferimento scelto dall’uomo o dalla donna per i suoi apprendimenti: si tratta dell’intelligenza mimetica propria di chi impara osservando le azioni degli altri (coloro dei quali si usa dire che «rubano il lavoro») e dunque si mette quasi spontaneamente in un rapporto di discente nei confronti di qualsiasi altro essere umano finendo quasi per essere «il maestro di se stesso» attraverso l’utilizzo degli altri; e dell’intelligenza introspettiva, messa in atto da coloro che imparano osservando se stessi, dando un nome e una direzione ai propri sentimenti, affetti, stati d’animo, in un processo di alfabetizzazione affettiva che dimostra ancora una volta come l’intelligenza abbia qualcosa (molto) da dire anche a proposito dell’apparente abisso oscuro degli affetti.
Gardner afferma che nessun essere umano possiede queste intelligenze al massimo grado, così come nessuno le ha del tutto azzerate. Crediamo di andare oltre Gardner se sottolineiamo anzitutto che l’intelligenza non si «ha», ma semmai che intelligenti si «è», perché appunto si tratta anzitutto di una posizione esistenziale, e se affermiamo che la cosa più importante da fare è scombinare lo schema gardneriano, mescolando e contaminando le differenti intelligenze: la persona realmente intelligente è allora colei che sa appunto leggere-dentro le cose, ma che lo sa fare a suo modo, con un suo stile cognitivo; è colei che differenzia i modi di imparare, li contamina, li intreccia fino a creare il suo stile personale di apprendimento, che durerà per tutta la vita.
Ma a che cosa serve essere intelligenti? L’intelligenza è anzitutto un atto di coraggio. Come il filosofo Zenone sputò la sua stessa lingua in faccia al tiranno che gli chiedeva di collaborare, anche oggi al soggetto è richiesto coraggio e incorruttibilità per essere davvero intelligente. Magari l’intelligenza non servirà per vincere un concorso universitario, ma serve certamente per smascherare i meccanismi che presiedono al rituale dei concorsi. L’intelligenza non fornisce vantaggi o tornaconti immediati in un Paese che modifica il tetto di spesa previsto dalla legge finanziaria per poter pagare l’onorario di Michelle Hunziker a Sanremo, ma certo aiuta a capire quanto tutto ciò sia folle (è vero che in questo caso specifico, di intelligenza non ce ne vuole poi molta). Essere intelligenti fa soffrire: perché il reale non è limpido e trasparente, in esso c’è anche Auschwitz e Hiroshima, ed entrare in queste dimensioni rischia di fare davvero male. Ma l’intelligenza ci spiega e si mostra anche come la stessa specie umana che è stata capace di tante e tali atrocità ha in sé il contravveleno per tutto questo: il coraggio di entrare-dentro le cose è allora forse l’ultima chance per le persone oneste: «L’essenza dell’universo, in un primo tempo celata e chiusa, non ha forza da resistere al coraggio di chi vuol conoscerla: deve schiuderglisi dinanzi agli occhi, e mostrargli e fargli godere la sua ricchezza e profondità».[2]


NOTE

[1] Howard Gardner, Formae mentis, Milano, Feltrinelli, 1990.

[2] G.W.F. Hegel, Discorso inaugurale. Tenuto a Heidelberg il 28 ottobre 1816.