Chiesa, crisi,

solidarietà

Dionigi Tettamanzi

Vorrei, in modo semplice e immediato, proporre alcuni spunti di riflessione immaginandoli come un’occasione per fare il punto, quasi un “bilancio” di questi oltre due anni di crisi economica ed occupazionale a raggio globale, ma anche periodo fecondo di iniziative concrete, educative, formative di solidarietà. Possiamo infatti dire che, se la crisi ha pesantemente colpito i lavoratori e le loro famiglie soprattutto, a Milano, in Europa come pure nel resto del mondo, si deve insieme riconoscere che non sono affatto mancate le risposte generose, fantasiose e creative che ci hanno mostrato dal vivo come a questa e ad ogni altra crisi è possibile rispondere. Non soltanto nel tentativo di attenuarne gli effetti più deleteri, ma con l’impegno a trasformare una realtà per se stessa negativa in occasione per accorgerci in modo rinnovato degli altri, per stringere legami più forti di accoglienza e solidarietà, per uscire rafforzati, pronti ad affrontare insieme il futuro, qualunque cosa ci prospetti.
Come recentemente dicevo agli Amministratori locali, “la sapienza popolare ci ha insegnato che s’impara di più dai momenti di difficoltà che da quelli felici. Curioso come questa sapienza sia universale: anche nella lingua ebraica il termine che indica ‘crisi’ è mashber, che dice la ‘sedia per il parto’, il luogo dove una nuova vita vede per la prima volta la luce” (Il seminatore uscì a seminare, Milano 2011, p. 17).
E così, dopo aver incontrato tante persone, ricevuto tante testimonianze di situazioni difficili – persone e testimonianze che, ascoltando le relazioni di questa mattina, mi sono tornate alla mente e nel cuore – mi sono anch’io posto una domanda: “Che cosa resta di un biennio e più di Fondo Famiglia Lavoro?”. Che cosa rimane, in termini di crescita umana e relazionale nelle nostre comunità, nel nostro tessuto sia ecclesiale che civile? Siamo davvero cresciuti nell’esercizio di una sobrietà attenta alla giusta misura nell’uso delle cose e nel vivere una solidarietà capace di fare causa comune con l’altro, quale che sia il colore della sua pelle o la fede professata? Abbiamo saputo cambiare i nostri stili di vita per renderli più responsabili, verso gli altri e il futuro? Che cosa resta dei nostri molti momenti di formazione e di spiritualità, delle nostre numerose proposte pastorali?
Credo che, in prima battuta, possiamo tentare le seguenti risposte.

Una luce che ha saputo accenderne molte altre

Mi pare, anzitutto, di poter testimoniare che dopo due anni di attivazione del Fondo Famiglia Lavoro la realtà che resta – di là di ogni considerazione circa i contributi offerti e ridistribuiti – è la dinamica favorevole che il Fondo ha messo in atto. Mi ha sorpreso positivamente il fatto che, a partire da una luce – quella del Natale 2008 –, molte altre luci, numerose e inaspettate, si sono accese. Come sappiamo, una luce non perde il suo splendore se ne accende tante altre; così come da una sola fiammella possono prendere vita un braciere, una lampada, un cero…
Ecco, a partire dalla luce vera che è il Signore Gesù (cfr. Giovanni 1,4-9), è accaduto che essa rischiarasse molte persone, ben al di là dei partecipanti alla Messa della Notte di Natale, in Duomo. Ho potuto così apprezzare, come vescovo, che da quella semplice fiammella, le mie poche parole rivolte ai fedeli lì presenti, sono scaturite molte modalità nuove e inattese, che ho avuto poi la commozione e la gioia di conoscere nel corso del tempo, incontrando diverse comunità cristiane e realtà di Chiesa e della stessa società civile. Mi sono così accorto che, grazie all’esperienza del Fondo e alla sua solida strutturazione ma anche al di là di esso, sul territorio della Diocesi si sono progressivamente sviluppate iniziative di aiuto, di ascolto, di attenzione alle famiglie e alle persone più bisognose che avevano coinvolto molti e avevano oltretutto saputo stabilire relazioni significative e continuative. Ho potuto così apprezzare ancora di più la proposta del Fondo, perché si è dimostrata non un’iniziativa centralizzatrice, ma una realtà che ha saputo innescare molteplici riprese creative.

Il valore formativo di una solidarietà realizzata

La seconda realtà, che mi pare stia tuttora portando frutto abbondante, è la valenza educativa inerente all’iniziativa del Fondo. Da subito si è compreso che veniva istituito non soltanto per i suoi aspetti contributivi, ma anche per quelli formativi, educativi. Da subito lo si è proposto come occasione per crescere nella sobrietà e così creare spazio nella mente, nel cuore, nella vita, nel nostro tempo e nella nostra casa agli altri; per porre e assicurare le condizioni concrete di una rinnovata e sempre più aperta e innovativa solidarietà. Questa infatti non può essere confusa con gesti emotivi, ispirati a semplice buonismo; ma esige di essere compresa come la creazione di legami sempre più solidi, come dice la parola stessa, cioè vincoli saldi sui quali è possibile contare stabilmente e che infittiscono la trama sociale e assorbono i traumi prodotti da una società troppo distratta dalla ricerca di sé, del proprio benessere, delle sole apparenze, dell’eccesso fuori ogni misura e del successo ad ogni costo per poter prendere in considerazione seria, ossia secondo verità, la presenza dell’altro. Da tutto ciò, ricavo la sensazione – di cui trovo sempre nuova conferma – che dal Fondo sono scaturiti non soltanto contributi, ma anche idee nuove, una coscienza civile rinnovata, persone e legami sociali nuovi…

Il coraggio di guardare oltre i risultati raggiunti

Questo patrimonio morale rappresentato da quanto già avvenuto fin qui, mi incoraggia a guardare oltre, a intravedere possibili traguardi futuri. Mi chiedo, infatti: perché fermarsi qui? Perché lasciare che alla fine sia stata una crisi economica a determinare l’incrementarsi e l’affinarsi di modalità inedite di vivere la solidarietà, e non invece un impulso evangelico che nella crisi ha riconosciuto un particolare appello ad accelerare il passo? Perché non continuare ad imparare la lezione, antica e sempre nuova, di una carità che, come ci ha insegnato papa Benedetto XVI nell’enciclica Caritas in veritate, non è da confondere con l’emotività o il sentimentalismo (cfr. n. 3)? La carità “dà vera sostanza alla relazione personale con Dio e con il prossimo” ed è “il principio non solo delle micro-relazioni: rapporti amicali, familiari, di piccolo gruppo, ma anche delle macro-relazioni: rapporti sociali, economici, politici. Per la Chiesa – ammaestrata dal Vangelo – la carità è tutto… è il dono più grande che Dio abbia dato agli uomini, è sua promessa e nostra speranza” (n. 2).
Mi sono chiesto ed ora di nuovo mi chiedo: perché il fuoco di questa carità sociale, che ha saputo innescare anche nella nostra Chiesa di Milano tante solidarietà inedite, dovrebbe aver esaurito la propria forza vivificatrice, promotrice di futuro e di speranza affidabile e responsabile? Ho pensato così di prendere spunto da un brano biblico che forse meglio di ogni altro può aiutarci a rileggere l’attuale situazione e a guardare in modo rinnovato al futuro. Mi riferisco al racconto della vicenda di Giuseppe e dei suoi fratelli in Egitto, narrata dal libro della Genesi (cfr. Genesi 37-50).

Una solidarietà scaturita dalla crisi: la vicenda di Giuseppe e dei suoi fratelli

Uno dei momenti caratteristici e peraltro molto noti della vicenda di Giuseppe è il famoso sogno del faraone, narrato al capitolo 41 della Genesi. Si tratta di una visione incomprensibile ai più, che però Giuseppe sa svelare. Sarà lui a persuadere il faraone che le sette vacche grasse e belle divorate dalle sette vacche magre, come pure le sette spighe floride divorate da altrettante spighe rinsecchite, dicono di un periodo di sette anni straordinariamente florido, seguito da un altrettanto lungo periodo di grave indigenza.
Parlare di prosperità dell’allevamento e dell’agricoltura e del loro rapido declino è come riferirsi all’andamento drammatico di due cardini dell’economia del tempo, due settori di primaria importanza, come potrebbero essere per noi oggi, ad esempio, il settore finanziario e produttivo. La Bibbia ci parla di una crisi che colpisce tutti i paesi della terra (cfr. Genesi 41,54.56).
Come si comporta Giuseppe – emblema di chi ha maturato una sapienza credente – di fronte a un contesto così drammatico? Con una serie di atteggiamenti che dicono la modalità tipica del credente di porsi nella storia. Vedo in Giuseppe quattro atteggiamenti che possono aiutare anche noi oggi ad affrontare con sapienza – per noi credenti con fede – la crisi in atto.

La lettura sapiente dei segni dei tempi: il discernimento

Il primo atteggiamento è il discernimento. Giuseppe non si ferma al racconto del faraone, potremmo dire alla cronaca: lo interpreta, si impegna a ricercarne il significato. Egli sa che tutta la realtà è in qualche modo simbolica, rimanda cioè oltre se stessa per la sua piena spiegazione; sa che fermarsi a quanto si dice, si sa o appare, è rischioso, non fa compiere neppure un passo. Perciò scava in profondità, vuole comprendere la realtà, intende giungere al contenuto di ciò che gli viene presentato: e così ne intravede il significato non solo per l’oggi, ma per l’avvenire; non solo per quanto accadrà a lui, ma a tutti.
Penso che stia proprio qui il segreto di quello che potremmo identificare come “discernimento comunitario”: leggere e comprendere a fondo, nella sapienza e nella fede, il presente che stiamo vivendo, per rintracciare un senso non solo per noi stessi ma per tutti. Al posto di esternare opinioni, di lamentarsi o di inveire, Giuseppe ci insegna a fare lo sforzo di comprendere e ad impegnarci nell’aiutare anche gli altri a fare lo stesso.

Rispondere adeguatamente alla crisi: la concretezza di Giuseppe

Un secondo atteggiamento di Giuseppe di fronte alla crisi economica generalizzata del suo tempo è la capacità di non fermarsi ad una rilettura soltanto teorica dei fatti in linea di principio. Egli non si limita a spiegare, ma mette in luce e comunica proposte di soluzioni concrete, praticabili. Nel caso specifico, Giuseppe suggerisce che si organizzi un accantonamento sistematico delle eccedenze dei prodotti agricoli, di grano soprattutto, perché lo si possa conservare e distribuire per il tempo della crisi. Una scelta saggia ispirata non solo alla sobrietà, alla capacità di trattare ogni cosa secondo misura, ma soprattutto alla solidarietà.
Il suggerimento di Giuseppe, infatti, non allude ad una specie di risparmio individuale così che all’occorrenza ciascuno potrà bastare a se stesso, dimostrando in tal modo di poter fare a meno degli altri. Viceversa, si tratta di un’operazione di ampia condivisione: nell’accantonare il superfluo, radunandolo in ammassi comuni, e poi ridistribuirlo all’occorrenza secondo il bisogno. Si tratta di due momenti essenziali, distinti, ed entrambi comunitari: si conferisce in proporzione all’ammontare di quanto si è prodotto e si riceve in proporzione al proprio bisogno. Sono questi i fondamenti della giustizia: non ciascuno per sé, a vantaggio di chi possiede e a detrimento di chi non ha, ma una compartecipazione dei possessi che fa sì che nessuno sia nell’indigenza.
Mi viene spontanea un’attualizzazione: che cosa possiamo dire dei nostri sforzi per “azzerare” la povertà (cfr. la campagna “zero poverty”) e dei nostri tentativi di far sì che a ciascuno venga assicurato un reddito minimo? La giustizia di Giuseppe, l’ebreo, di nuovo ci supera! Non dovrebbe allora provocarci?
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Una fraternità ritrovata: la forza riconciliatrice del perdono

Ancora: l’azione “anticrisi” di Giuseppe fa sì che il suo paese possa provvedere anche ai bisogni dei popoli vicini. E’ quanto afferma il testo di Genesi (41,57): “Da ogni paese venivano in Egitto per acquistare grano da Giuseppe, perché la carestia infieriva su tutta la terra”. Un’azione che non dice solo di come la solidarietà autentica non conosca confini, ma che anche permetterà a Giuseppe di ricostruire i legami di fraternità interrotti.
Come è noto, la vicenda biblica narra che Giuseppe potrà farsi gradatamente riconoscere dai suoi fratelli che lo avevano a suo tempo misconosciuto, vendendolo come schiavo, e che nel frattempo erano giunti da lui in cerca di cibo a causa della carestia. Anche dentro gli eventi negativi della storia, come una crisi, Dio sa iscrivere il proprio agire salvifico e comunicare il proprio messaggio.
Ma la ritrovata fraternità avverrà solo a prezzo di un più lungo cammino: ai fratelli non basterà il semplice avvicinamento a Giuseppe, ma occorrerà un lungo itinerario di riconciliazione perché Giuseppe e i suoi fratelli possano ritrovarsi. Proprio così: solo una profonda conversione del cuore fa sì che l’aiuto pur necessario alla vita dell’altro – come il cibo – possa essere veramente accolto e dare vita a legami profondi, e non solo contrattuali.
O meglio, occorre sottolineare che al fondamento dell’insperata riunificazione di Giuseppe con i suoi fratelli sta il legame di tutti con l’unico loro padre, Giacobbe. Solo il riconoscimento di un’unica e comune origine può far scoprire e vivere in base ad una sempre rinnovata e crescente fraternità. E questo vale sia per i legami tra le singole persone sia per i rapporti tra i popoli e il loro sviluppo. Paesi e popoli non assomigliano spesso ai figli dispersi di Giacobbe? Non vi è forse la tentazione da parte di alcune nazioni di approfittare di altre, sfruttandone indebitamente le risorse e mantenendole soggiogate? E non è forse il riconoscimento di un’unica origine, di un’unica finalità, di un’unica paternità (ultimamente quella di Dio) che può far convergere il cammino di tutti verso un’unità non formale ma basata sul coinvolgimento reciproco?
Una crisi può divenire allora non solo occasione di condivisione, di ridistribuzione, ma addirittura di incontro, di nuova fraternità. A condizione, tuttavia, che ci si domandi con sincerità, profondità: “Chi è mio fratello?”. Un importuno, un peso, un fardello di cui sbrigarsi, o un’opportunità per tutti?

La paziente lungimiranza di Giuseppe

Da ultimo, Giuseppe potrebbe rappresentare in modo efficace e incisivo la prudenza e la lungimiranza di chi deve e sa amministrare con giustizia – con caritas in veritate – i beni degli altri. In realtà, privata della lungimiranza dei suoi protagonisti, una società rischia di non avere più una prospettiva. Come mi esprimevo nel corso degli incontri per gli amministratori locali a Lecco, Varese, Monza e Milano, la lungimiranza esige pazienza e rispetto dei tempi di crescita di tutti. Esige, soprattutto, attenzione privilegiata ai giovani, futuro e speranza della nostra società, ammesso che non vengano lasciati in condizioni di precarietà lavorativa e, spesso, esistenziale (cfr. Caritas in veritate, n. 25) (Il seminatore uscì a seminare, Milano 2011, pp. 22-27).

Verso una con-cittadinanza nuova, costruttrice di futuro

Sono questi i quattro atteggiamenti che indicano i punti cardinali capaci di offrire i riferimenti per un cammino di autentica solidarietà, oggi e domani: discernimento nel cogliere opportunità e rischi comuni al momento presente, concretezza nell’individuare le soluzioni praticabili; ricostruzione di rinnovati percorsi di riconciliazione e fraternità; sguardo lungimirante e profondo. Sono le quattro vie da percorrere per poter uscire dall’attuale condizione di smarrimento e per poter superare il rischio di azioni che rendono leggera, incostante, occasionale e connessa a gesti isolati la solidarietà, accompagnata sempre più da forme di legame sociale o di cittadinanza altrettanto deboli.
Al contrario è sempre più urgente riscoprire la cittadinanza non come responsabilità o impegno soltanto, ma anzitutto come occasione, come dono, oserei dire come grazia. La grazia – suscitatrice di benevolenza e di gratitudine, atteggiamenti carenti nella città di oggi – ci fa scoprire la bellezza dell’essere portati da altri, quando siamo nella necessità, e di portare l’altro quando spetterà a lui ricevere.
Non posso a questo proposito se non citare, almeno una volta, l’insegnamento sociale di sant’Ambrogio, come emerge da alcuni passi della sua celebre opera De officiis. Sono parole che nella loro linearità e concretezza appaiono di estrema attualità:
“Secondo la volontà di Dio e il vincolo di natura dobbiamo esserci di reciproco aiuto, servici a gara, mettere i nostri beni a disposizione di tutti e, per usare le parole della Sacra Scrittura, aiutarci a vicenda o con l’impegno personale o con i buoni uffici o con il denaro o con le opere o con qualsiasi mezzo, affinché cresca fra noi l’armonia del rapporto sociale. E nessuno sia distolto dal suo dovere, nemmeno dal timore di un pericolo, ma sia convinto che tutte le cose, sia buone sia cattive, lo riguardano direttamente… Grande pertanto è lo splendore della giustizia che, destinata agli altri piuttosto che a se stessa, sostiene la nostra comunità sociale ed è posta così in alto da avere ogni cosa soggetta al suo giudizio: soccorrere gli altri, offrire denaro, non rifiutare assistenza, affrontare i pericoli altrui” (lib. I, cap. 28,135-136).
Ecco, a partire da queste parole, ciò che maggiormente ci occorre: una cittadinanza nuova, costituita da persone interiormente e profondamente rinnovate, e per questo capaci di relazioni gratuite, aperte al bene dell’altro, solidali. Anzi, abbiamo bisogno di una con-cittadinanza nuova, basata non più soltanto sulla co-esistenza ma sulla partecipazione o meglio sulla compartecipazione alle finalità, al superamento delle difficoltà, alla vita condivisibile su di un territorio. Cittadini si può anche nascere o esserlo per pura attribuzione di diritti civili; con-cittadini, tra loro solidali, si diventa. Insieme, senza chiusure a nessuno.

(Intervento in occasione della Giornata della Solidarietà 2011 - Milano 12 febbraio 2011)