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Il bene comune nella società globalizzata. Come educare?


Carlo Nanni

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Educazione e bene comune

 

“Come” educare al bene comune nella nostra società globalizzata?

Prendo le mosse dalla prolusione di S. Em. il Card. Angelo Bagnasco, Presidente della CEI, alla 45ª Settimana sociale dei cattolici, che aveva come tema “Il bene comune oggi: un impegno che viene da lontano”, tenutasi a Pistoia e a Pisa dal 18 al 21 ottobre 2007. Egli dichiarò in quella sede che “non solo non si può attuare il bene comune ma neppure concepirlo né tantomeno ragionarci e discuterne, senza ricuperare le virtù cardinali della fortezza, della giustizia, della prudenza e della temperanza, con le attitudini interiori che ne conseguono”.

L’evidenziazione che per la promozione del bene comune fosse necessario “preoccuparsi seriamente di una formazione alla cittadinanza, all’impegno nel sociale e nel politico”, fu ripresa anche dal prof. Giuseppe Dalla Torre nella discorso conclusivo, quando ribadì che in vista della tutela e della promozione del bene comune “occorre un forte impegno nel campo educativo”.

Ma bisogna essere onesti: non è facile educare al bene comune, perché si ha a che fare con difficoltà di tipo soggettive, con difficoltà di tipo oggettivo e con difficoltà di tipo strutturale.

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Le difficoltà soggettive

 

Il prof. Luigi Alici, presidente dell’Azione Cattolica, nella stessa sede della Settimana sociale dei cattolici, osservò che la questione del rapporto bene comune e educazione, chiedeva, e chiede, oggi, una seria riflessione a motivo delle “trasformazioni profonde, nella cultura e nel costume, intercorse dal 1968 ad oggi”.

Dai “difficili anni settanta” in poi – anche dietro l’effetto di quella che in termini generali chiamiamo la globalizzazione della imprenditoria produttiva e della mondializzazione del mercato – si è innescata quella che è stata detta la «rivoluzione silenziosa»(Inglehart) dei modi quotidiani di vita con il suo accentuato interesse per la qualità della vita, per la pace e l’ecologia; per la difesa dei diritti umani soggettivi e ambientali e la lotta per quelli civili; per la coscienza della dignità personale; per l’accresciuta capacità politica e partecipativa dei singoli e dei gruppi sociali; per la promozione umana e civile della condizione femminile; per la tutela dei minori e delle persone a rischio; per i grandi problemi del mondo quali la fame, l’Aids, le minoranze oppresse, ecc.

Ma come effetto “perverso”, sia nel campo della vita personale che in quello della vita sociale, essa ha portato e porta anche il rischio non solo di azzerare ciò che ci accomuna, ma anche di oscurare del tutto la prospettiva di un qualche bene comune.

In quella che denominiamo per eccellenza “società complessa”, indubbiamente il soggettivismo – magari come reazione e come ultima spiaggia se non per impulso propositivo – ha raggiunto livelli piuttosto alti. L’enfasi sulle libertà soggettive può arrivare a fare dell’io individuale e empirico il metro di giudizio primo e ultimo (per non dire unico) del ciò che è vero, del ciò che è buono, del ciò che è bello, oltre del ciò che è uno (vale a dire i famosi “trascendentali” dell’essere e dell’umano). L’altro, il noi, l’umanità presente e futura, sono messi fuori della visione personale o ridotte a “oggetto” o comunque a complemento dell’io. La prospettiva dell’autorealizzazione può diventare talmente assoluta da subordinare a sé ogni altra, assurgendo quasi ad una sorta di “religione dell’io”. Le prospettive ideali, valoriali e motivazionali dell’impegno pratico e etico, vanno a focalizzarsi – sia per i giovani che per gli adulti (anzi forse più e prima per gli adulti che per i giovani) – quasi del tutto sulla salute bio-psichica, sul benessere e il benestare, sull’efficienza e la produttività, sul successo soggettivo ad ogni costo, sopra tutto e prima di tutto.

Una conferma a livello giovanile viene dal sesto Rapporto Iard dove si mette in luce che presso i giovani sembrano prevalere i valori individuali e una “socialità ristretta”, mentre viene dichiarata una forte sfiducia nelle istituzioni nella politica.

Si comprende come in questo clima generale diventi difficile realizzare – anche quando lo si voglia – l’invito di J.F. Kennedy: «un po’ meno io , un po’ più noi».

 

Ma quale bene comune?

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Ma è l’idea stessa del bene comune che diventa oggi difficile da concepire (e conseguentemente da volere e da educare). È essa stessa a costituire un tipo di difficoltà che potremmo dire “oggettiva”, contenutistica nel voler educare al bene comune.

Come è noto, l’idea di bene comune è evidenziata soprattutto in campo cattolico e è parte costitutiva della cosiddetta “Dottrina sociale della Chiesa”. La vicenda dell’ultimo secolo ci ha insegnato a pensare il bene comune non solo in termini di risorse oggettive o di beni materiali di una comunità, di una collettività, di un paese, del mondo intero, ma anche in termini di risorse umane e di valori “spirituali”.

Porzione rilevante del bene comune di un paese sono i suoi cittadini; è l’essere un popolo educato, attivo, responsabile; è una società civile capace di iniziative, sinergie e imprese, individuali, gruppali e comunitarie; è una classe politica intelligente e generosamente interessata alla vita e alla promozione della “polis”; è una cultura di qualità e una ricerca scientifico-tecnologica valida e solida; ma sono anche i valori, l’onestà, l’eticità, la bontà e la religiosità di un popolo e dei suoi cittadini.

Ma questi tratti del bene comune quanto sono presenti e voluti effettivamente?

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Il bene comune una astrazione?

 

Nel clima attuale, alla consumazione della “separazione” (se non del “divorzio”) tra soggettivo e oggettivo, tra privato e pubblico, tra individualità e comunitarietà, corrisponde anche lo sdoppiamento tra bene soggettivo, personale, individuale, di parte e bene generale, di tutti, comunitario, umano.

Molti – soprattutto gli adulti delusi o gli anziani che hanno la vita difficile o i giovani-adulti che trovano quasi impossibile o comunque assolutamente precario l’ingresso nella vita adulta – nel migliore dei casi, possono pensare il bene comune come un’astrazione con cui i politici o gli intellettuali o gli stessi uomini di Chiesa si riempiono la bocca quando hanno da parlare del sociale. Per loro, ma per molti altri, di concreto, c’è solo il bene o il vantaggio di alcuni gruppi di potere economico-politico o quello di un partito o di una parte politica in contrapposizione all’altra (a cui si spera, magari al più presto, di togliere il governo, visto quasi solo come luogo di accaparramento del potere sociale e del favoritismo economico).

Allora: non c’è una divaricazione tra bene comune “politico” e bene comune della gente? Con l’aggravio dell’azzeramento del bene di coloro che non contano?

Come, allora, si farà per educare i giovani “comuni”… ad un tal bene comune? O meglio, a quale bene comune?

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Il bene comune nazionale e il bene comune internazionale

 

Se ci si porta a un livello generale e mondiale, non si rischia, inoltre, di dover arrivare a dire che il bene comune è una “vecchia storia”, che parla di realtà morte e sepolte o spazzate via dal vento della globalizzazione? Questa ha certamente aiutato a superare una concezione grettamente nazionalistica del bene comune e ha dato un forte sostegno ai diritti umani di tutti, e in particolare al bene comune ecologico e quello di uno sviluppo mondiale e generale, equo e sostenibile per tutti e ciascuno. Tuttavia nel concreto essa porta, anche, allo scontro non solo tra global e anti-global, ma anche tra civiltà (come se non fosse assicurato il bene comune di un’area o cultura o religione rispetto ad altre, più forti o imperialisticamente dominanti). E anche sulle questioni degli ecosistemi un accordo unanime sembra quasi impossibile (si pensi ad esempio al Protocollo di Kyoto sull’uso energetico o alla questione della caccia delle balene nelle zone polari).

Che respiro internazionale si dà alla stessa vita politica nazionale? Quanto è essa intesa e attuata più come difesa che come “solidale” ricerca e attuazione del bene di tutti? Quanto si bada solo al bene comune del proprio Stato, della sola Europa, dell’Occidente)?

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Bene comune attuale e bene comune intergenerazionale

 

Dal punto di vista educativo è significativa un’altra difficoltà presente nel modo di pensare il bene comune.

Quanta prospettiva di futuro generazionale e umano viene responsabilmente assunta in esso? O assistiamo, a livello nazionale e internazionale, ad un sorta di duro e angoscioso “egoismo generazionale” che, in nome del benessere e del benestare proprio e attuale, porta alla spoliazione e all’accaparramento delle risorse, dei beni e dei consumi, senza preoccupazione per la vita personale e dell’esistenza sociale che si prospetta per le generazioni future? Quanto è irreale l’ipotesi che in tal modo esse abbiano accresciute le difficoltà di una loro futura buona qualità della vita e che si debbano accollare pesi eccessivi per la stessa assistenza della generazione allora anziana?

 

Bene sociale pubblico e politico: e il bene personale?

 

Se poi ci si porta ad un livello più largamente antropologico e non solo geo-politico, la prevalente mentalità epocale, che fa parlare di “società della prestazione efficace”, tende a far identificare il bene comune quasi solo con la somma aritmetica dei beni materiali, indispensabili alla vita di tutti e ognuno e per ciò degni di tutela sociale (come i beni ambientali, i beni culturali e artistici); o con quelle condizioni di esercizio delle libertà soggettive e sociali che richiedono un quadro legislativo formale per la regolamentazione della tensione competitiva (si pensi alla legislazione del lavoro, ma anche a quella relativa alla procreazione, alla eutanasia, alla salute, alla vita di relazione e di genere, ai diritti delle minoranze o dei “diversi”, ecc.).

Ma questa attenzione al bene sociale pubblico e politico, quanto fa giustizia del bene personale, intimo, interiore, specifico delle persone, delle piccole comunità o delle differenze esistenziali di ognuno? E, inoltre: è veramente un bene comune integralmente umano e umanamente e pienamente degno o solo una sua ridotta e ambigua circoscrizione “materialistica” e “socio logistica”?

 

I limiti della mediazione educativa

 

C’è un terzo ordine di difficoltà che potremmo chiamare “strutturali”.

Invocare l’educazione per dar forza all’idea e alla realtà del bene comune non è a sua volta semplice: almeno per due motivi.

Anzitutto a motivo di quella che anche il Papa Benedetto XVI – si veda anche la recente Lettera alla diocesi e alla città di Roma sul compito urgente dell’educazione, del 21 gennaio 2008 – va indicando come “emergenza educativa, vale a dire la difficoltà di genitori, insegnanti e educatori a insegnare, a proporre, a promuovere proposte di valore, umanamente degne per tutti e per ciascuno: fino a far dire a qualcuno che “educare si deve ma che non si può”.

Come si potrà richieder loro di assolvere il loro “gravoso” e “urgente” compito se non sono sostenuti con politiche familiari opportune, con occasioni formative adeguate, con il sostegno e il riconoscimento sociale sincero e fattivo della loro funzione sociale-educativa? O se non si danno ai giovani che intendono “metter su famiglia” le opportunità di lavoro e di sostegno economico o le strutture assistenziali ed educative per i figli?

 

In secondo luogo, la cosa non è semplice perché l’opera di mediazione dell’educazione e dell’insegnamento è intrinsecamente più debole rispetto ad altre mediazioni più forti che incidono pesantemente sui processi di sviluppo personale e comunitario: detto in altre parole, l’insegnamento dei principi costituzionali, dei diritti umani o della stessa dottrina sociale della Chiesa sul bene comune o la buona testimonianza di vita civile e democratica di tanti cittadini e di tante famiglie o i progetti formativi di movimenti associazioni o scuole, relativi ad una cittadinanza attiva e politicamente partecipativa o alla tutela del’ambiente, possono educativamente ben poco o perlomeno riescono di non molta efficacia se non sono sostenuti da politiche sociali incisive, se non si lavora per la giustizia sociale o per un quadro di legalità democratica, o non ci si preoccupa per politiche giovanili, che non facciano disperare del futuro o di pensarlo solo in termini di abdicazione morale e di clientelismo sottomissivo;  o, se ancora, se si ha sempre da remar contro una mentalità sociale diffusa che pensa più all’io che al noi o che non riesce o non vuole andare oltre il “particolare”.

In questa linea credo che a livello di politica economico-scolastica occorrerà dare piena attuazione ai principi della L. 62/2000 sulla parità scolastica per una scuola che sia scuola della comunità civile e che – senza nulla nuocere alla scuola statale – permetta l’attuazione del diritto dei genitori e delle famiglie alla libertà di scelta scolastica per i loro figli. Ma certo ciò diventa estremamente difficile se invece che accrescere si operano tagli sulla spesa pubblica relativamente all’educazione, all’istruzione, alla formazione.  E come salesiano mi sia concesso di pensare che – a livello di diritto all’istruzione – è necessario trovare una soluzione più adeguata rispetto all’attuale “integrazione scolastica” per coloro (e sono un’alta percentuale della popolazione in età minorile) che hanno la loro intelligenza più nelle mani che nel cerebro, che possono trovare nel laboratorio più che nella scuola non solo la loro formazione professionale ma anche quella culturale e umana.

Quanto è veramente democratica, nei loro confronti, la prassi attuale?

 

Ma cosa può fare dunque l’educazione diretta?

 

Rispetto a questa serie di difficoltà, cosa si può, pertanto, fare a livello di educazione diretta?

Gli educatori da sempre sono costretti a ricercare di arrivare a degli “et – et”, là dove altri, o la realtà stessa, pongono pesanti “aut-aut”; ad operare – magari opponendosi alla mentalità e alla condotta prevalente – dando aggio più al qualitativo che al quantitativo, al valoriale che al fattuale, al vitale che allo strumentale/strutturale.

Nel caso specifico chi educa al bene comune dovrà stimolare non solo a far sintesi tra soggettivo, oggettivo e strutturale, ma anche a trovare un punto di incontro “virtuoso”, un centro di appoggio “archimedeo” verso cui incamminarsi, formarsi, impegnarsi: nella convinzione che occorra educare a “saper vivere insieme con gli altri” (Delors) o, più profondamente, che si cresce e ci si libera “insieme” (Freire).

Occorre muoversi verso “nuovo umanesimo” adeguato all'attuale condizione dell'“uomo planetario”. Esso ha, tuttavia, da integrare e rendere concepibili le molteplici interdipendenze che si manifestano nell’esistenza umana attuale: tra locale e globale, tra reale e virtuale, tra identità e differenza, tra empiricità e interiorità, tra novità e perennità, ecc. Ma ha anche il compito di generare l'idea di un essere umano integrale, capace di concentrare nella singolarità del microcosmo personale i molteplici aspetti del macrocosmo umano. A sua volta, tale prospettiva antropologica e culturale – come indica la Dottrina sociale della Chiesa – ha da poter fare affidamento sulla effettiva promozione della «dignità della persona umana» (di tutti e di ciascuno, dei singoli, dei gruppi sociali, delle nazioni, dei popoli, dell’umanità intera presente e futura), trovando in ciò il suo orizzonte finalistico: politico e educativo.

Peraltro – come si sa – l’educazione lavora fondamentalmente sul personale e sul preventivo: anche in questo specifico campo dell’educazione al bene comune.

Su queste basi si proverà a indicare almeno alcune prospettive per un impegno educativo al bene comune.

 

1. Nel documento della Conferenza Episcopale Italiana,          Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia (2001) – che contiene gli orientamenti pastorali della Chiesa italiana per il primo decennio del 2000 – si invita “con forza tutti i cristiani del nostro paese a riscoprire, insieme a tutti gli uomini e le donne di buona volontà, i fili invisibili della vita” (n. 2).

Di questi fili invisibili della vita, mi sembra centrale anzitutto il senso di una continuità e fedeltà della vita personale e comunitaria, che abita il tempo e la città e si muove nel mondo e nella storia: senza coscienza della continuità (e della “fedeltà” alla storia), l’esistenza propria e altrui, la vita stessa (ma se ne può ancora parlare?) si ridurrebbe a un complesso (ma lo si può dire?) di sensazioni slegate, a emozioni e fuoriuscite di bisogni e di desideri senza altra direzione o mèta che non sia il loro immediato e isolato esaudimento.

Ma è pure centrale la coscienza della intrinseca relazionalità, co-esistenza e con-libertà del vivere umano individuale e collettivo. Se la tradizione bonaventuriana parlava del “bonum diffusivum sui” (= si è sociali, perché si vuole il bene, perché il bene è intrinsecamente portato a diffondersi), la tradizione tomista dichiarava più realisticamente che l’uomo è sociale “eo quod indiget aliis” (vale a dire perché “abbiamo bisogno gli uni degli altri” ed è necessario per la nostra vita aiutarsi ed essere reciprocamente solidali nel bene e nel male). Infatti, senza il senso della comune umanità – come anche va dicendo il politologo ed epistemologo E. Morin – o senza il senso e il rispetto dell’alterità, dell’altro e dell’Altro che è Dio, il rischio della caduta nel soggettivismo, e anzi nel narcisismo, diventa veramente alto. Parimenti, se la interdipendenza fattuale e funzionale non si traduce nella solidarietà virtuosa, sarà difficile evitare l’abuso, la violenza, la dominazione imperialistica, l’espropriazione di persone, cose, culture, popoli, generazioni.

L’altro non è necessariamente l’inferno (come diceva Sartre), il lupo (come ribadiva Hobbes), il nemico (come poneva a capo della sua filosofia politica C. Schmitt), ma può essere – se lo si vuole – l’amico, l’ospite che accoglie e che si accoglie, il partner con cui ci si relaziona o di cui ci si prende cura, il socio o il compagno con cui si fa strada insieme.

 

2. Alla Settimana Sociale, lo stesso prof. L. Alici, ha invocato per tutti (e non solo per le nuove generazioni) una sorta di “alfabetizzazione” (o ri-alfabetizzazione) dell’essere e del bene, fondamento della vita e della pace, visti come i pilastri irrinunciabili della convivenza umana attuale e come “habitat” di ogni impegno educativo umanamente degno. Ma ciò comporta di imparare, anche, ad apprendere a saper andare oltre, a non permanere sul momentaneo, a non fissarsi sul superficiale, sull’empirico, sul fattuale: insegnando e proponendo a saper vedere diversamente, oltre, profondamente, dialogicamente, “amichevolmente”.

Oltre che “cosa pensiamo”, è importante prendere coscienza e promuovere un corretto e umano “come pensiamo” (lo insinuava già quel grande pedagogista che fu J. Dewey e lo ripete il già citato E. Morin, che ripropone per l’oggi la “testa ben fatta” di Montaigne e invita ad educare ad un’etica della comprensione).

 

3. Nelle Indicazioni nazionali per il curricolo dell'ex Ministro Fioroni c’è un lungo e interessante paragrafo sull’educazione alla cittadinanza.

Invero, tutto sembra riportarsi ad un invito a “promuovere”, nel contesto dell’autonomia scolastica, “esperienze significative” e progetti di cittadinanza attiva e partecipata. Qualcuno ha lamentato che non vi sia il riferimento e specifiche indicazioni disciplinari in proposito, tipo un insegnamento dei principi costituzionali, variamente allocabile in una qualche disciplina (come era ad esempio l’ “antica” educazione civica all’interno dell’insegnamento di storia o di storia della filosofia nelle medie superiori). Il rischio che tutto venga lasciato alla buona volontà degli insegnanti che “ci credono” e che non si faccia niente o assai poco per tutti, anche a livello di istruzione, non sembra del tutto evitato.

 

4. Molto significativi mi sembrano anche i riferimenti, le prospettive e le proposte indicate come orizzonte educativo della direttiva circa il Bullismo (dir. 5 febbraio 2007, n. 16) e l’uso stesso dei telefonini a scuola (dir. del 15 marzo 2007 n. 30; e del 30 novembre 2007 n.104). Si fa infatti riferimento alla Direttiva ministeriale sulla cultura costituzionale (D.M. n. 58/96), alla Direttiva sulla partecipazione studentesca (D.M. n.1455/06), alle «Linee di indirizzo sulla cittadinanza democratica e legalità» (D.M. n. 5843/A3 del 2006) e soprattutto allo Statuto delle Studentesse e degli Studenti (D.P.R. 249/98), dove – art. 1 c. 2 – è chiara l’indicazione della scuola come “una comunità di dialogo, di ricerca e di esperienza sociale, informata ai valori democratici e volta al­la crescita del­la persona in tut­te le sue dimensioni. In essa ognuno, con pari dignità e nel­la diversità dei ruoli, opera per garantire la formazione al­la cittadinanza, la realizzazione del diritto al­lo studio, lo sviluppo del­le potenzialità di ciascuno e il recupero del­le situazioni di svantaggio, in armonia con i prin­cipi sanciti dal­la Costituzione e dal­la Convenzione internazionale sui diritti del­l’infanzia e con i principi generali del­l’ordinamento italiano”.

Gli Organi Collegiali chiedono di essere rivisti e riorganizzati, ma certo alcuni principi rimangono molto significativi e vanno recuperati in vista dell’educazione al bene comune.

5. Vorrei, infine, come credente, aggiungere una indicazione “pedagogica” derivabile dal “depositum fidei” cristiano.

Ai fini dell’educazione al bene comune,  non avrà da dire qualcosa ancora oggi la “profezia”  cristiana del Vangelo delle beatitudini, dei miti e dei costruttori di pace che lottano per la giustizia e l’edificazione del Regno, già qui, nella storia, ma con la fiduciosa speranza di un oltre e di un di più di essa, nell'«attesa di cieli nuovi e terra nuova in cui abiterà definitivamente la giustizia» (2 Pt 3,13) e nella speranza della piena comunione con Dio?

Non ci sarà, in proposito, da pensare ad una inculturazione per tutti di questi che pure sono detti “principi” che “fanno parte del patrimonio storico del popolo italiano”, come afferma il Concordato del 18 ottobre 1984?

 

6. E non avrà un valore umano liberante – anche a livello pedagogico-educativo – la testimonianza di “una vita che profuma di Vangelo” e che vive nella laicità della città degli uomini, nel dialogo sociale e nel rispetto delle regole del gioco democratico, il desiderio e l’edificazione eterna della città di Dio: ricercando «pri­ma di tutto» il Regno di Dio e la sua giusti­zia (Mt 6,25-33), ma essendo “eticamente sensibili”, e adeguando praticamente il proprio amore e il proprio agire sociale all'essere di ciascuna realtà, come Rosmini affermava?

L’orizzonte valoriale di questa “vita che profuma di vangelo” nel civile e nel politico è sempre lo stesso: quello della GS, che fin dall’inizio afferma: “Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d'oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le  speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore” (GS,1); e che, al n.11, precisa :“Il popolo di Dio, mosso dalla fede con cui crede di essere condotto dallo Spirito del Signore che riempie l'universo, cerca di discernere negli avvenimenti, nelle richieste e nelle aspirazioni, cui prende parte insieme con gli altri uomini del nostro tempo, quali siano i veri segni della presenza o del disegno di Dio. La fede infatti tutto rischiara di una luce nuova, e svela le intenzioni di Dio sulla vocazione integrale dell'uomo, orientando così lo spirito verso soluzioni pienamente umane” (GS, 11).

Condivisione, discernimento e tenuta dell’orizzonte profetico evangelico, mi appaiono gli atteggiamenti di fondo per vivere da cristiani nella città di tutti (non avendo città proprie, ma essendo “anima” di esse, come prospetta l’antica Lettera a Diogneto, al cap. 6), ma anche per  abitare il nostro tempo e educare al bene comune in questa nostra pluralistica e globalizzata città.

 

*   *    *

Ne sarebbero l’esatto contrario la chiusura nella “cittadella cristiana”, la distanziazione e l’accusa indiscriminata verso la cultura sociale, la difesa del potere sociale acquisito.

Peraltro, superare queste “tentazioni” non dovrebbe essere tanto difficile per chi dice di essere discepolo di Cristo: il quale è venuto non per condannare ma per salvare il mondo (Gv 12,47); è venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza (Gv 10,10); è venuto per servire e non per essere servito (Mt, 20,28); è venuto per far nuove tutte le cose (cfr. Ap.21,15); e dice ai suoi discepoli di mettersi a servizio di tutti se vogliono essere primi (Mt 20,26): operando per ciò che è bene di tutti e di ciascuno, per il presente e per il futuro.

 

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