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Le sfide della

pastorale giovanile

interculturale

Fabio Baggio

 

In questi ultimi decenni il «vecchio continente» sta davvero invecchiando. La piramide delle età delle popolazioni autoctone non lascia molti dubbi sul fatto che l'Europa stia vivendo un inverno demografico dai risvolti preoccupanti. Le uniche notizie positive in tal senso provengono dall'immigrazione, sia per l'abbassamento delle età medie grazie ai nuovi arrivi sia per il considerevole contributo delle coppie immigrate all'aumento del tasso di natalità. Alcuni dati possono aiutare a comprendere meglio le dimensioni del fenomeno.
Secondo l'istituto europeo di statistica Eurostat, il 1° gennaio 2014 si contavano nel territorio dell'Unione Europea (UE) circa 19,6 milioni di persone residenti di nazionalità diversa da quella di uno dei 28 stati membri. Esse costituivano il 3,9% dell'intera popolazione della UE. Nella stessa data l'Eurostat calcolava che 14,3 milioni di cittadini europei risiedessero in uno stato UE diverso da quello di cui detenevano la nazionalità. Secondo il medesimo istituto il 1° gennaio 2014 erano circa 33,5 milioni i residenti nel territorio della UE nati al di fuori dei suoi confini. La distribuzione nelle fasce di età della popolazione negli stati membri nel 2013 si rivelava chiaramente a favore della popolazione straniera rispetto a quella di nazionalità UE, con una maggiore proporzione di adulti relativamente giovani in età lavorativa. L'età media per i cittadini europei era 43 anni mentre quella degli stranieri era 35 anni. [1]
Gli studi più recenti coincidono sul fatto che molti lavoratori stranieri arrivano nella UE con l'intenzione di far ritorno al proprio paese dopo qualche anno di esperienza migratoria. I dati ufficiali, però, manifestano una diffusa tendenza a trasformare il progetto iniziale in una permanenza definitiva, particolarmente quando subentra il raggiungimento di coniugi e prole. Le dinamiche connesse alla riunificazione familiare rendono più complicato il rientro in patria, il quale, con il sopraggiungere della terza generazione, pare sfumare del tutto. [2]
L'immigrazione degli ultimi decenni ha totalmente trasformato il volto delle città europee, costituendo società multiculturali anche nei piccoli centri abitati. L'indole cosmopolita, che fino a qualche anno fa era prerogativa delle grandi metropoli europee, è ora diventata realtà quotidiana per la maggioranza dei comuni della UE. Che si tratti di cittadini europei di un altro paese o di stranieri di un altro continente poco importa: a scuola, al lavoro, sull'autobus o per strada ci si deve continuamente confrontare con culture diverse dalla propria. E tale confronto non sempre si sviluppa in modo costruttivo. Anzi, non sono rare le volte in cui il contatto con lo straniero diventa occasione di conflitto o di rivendicazione di proprietà e diritti acquisiti per nascita. Tra i cittadini europei riappaiono con sempre maggiore frequenza sentimenti di xenofobia e razzismo che sembravano appartenere a un passato lontano. Le indagini promosse da governi europei, preoccupati delle eventuali ripercussioni negative sulla coesione sociale, rivelano il diffondersi di atteggiamenti discriminatori nei confronti degli «extra-comunitari» nelle istituzioni scolastiche, sul posto di lavoro e negli spazi comuni di socializzazione. [3] Speculando su un esasperato nazionalismo, alcuni partiti politici hanno fatto della lotta contro l'immigrazione il punto principale del loro programma. La crisi economica che dal 2008 affligge l'Europa ha contribuito ad esacerbare i toni, anche perché non sono mancati politici e economisti che hanno puntato il dito contro gli immigrati, considerati una zavorra da eliminare per poter riprendere il volo. [4]
Per quanto si cerchi di denigrarla, la presenza straniera in Europa è una realtà ineluttabile e destinata a crescere nei prossimi anni. È necessaria per mitigare l'inverno demografico e conservare il sistema di welfare di cui molti stati UE vanno fieri. Ma essa è soprattutto un'occasione di arricchimento e crescita culturale per tutti i cittadini europei. Affinché questo avvenga, bisogna trasformare le società europee da multiculturali a interculturali. La convivenza pacifica di culture diverse non implica necessariamente che esse si mettano in dialogo tra loro e si lascino trasformare mutuamente. L'interculturalità è un passo oltre il multiculturalismo. Nelle società interculturali le diverse culture si conoscono, si rispettano, si valorizzano, imparano le une dalle altre, arrivando a forgiare una nuova cultura, che a sua volta è aperta a nuovi apporti. In questo senso va inteso il processo di «integrazione» cui sempre più spesso fanno riferimento le legislazioni immigratorie degli stati dell'UE.
Mentre pare esserci un consenso quasi universale sull'importanza di tale processo, le cose sembrano meno chiare quando si giunge alla definizione dei soggetti e dei contenuti dell'integrazione. Si tende spesso ad addossare la responsabilità dell'integrazione all'elemento straniero, sposando una visione assimilazionista del processo. Da una prospettiva interculturale, l'integrazione si presenza sostanzialmente come un processo bidirezionale (o multidirezionale), nel quale autoctoni e stranieri sono coprotagonisti alla pari. Il movimento di avvicinamento, che implica conoscenza dell'altro, rispetto e mutuo arricchimento, deve vedere tutti coinvolti allo stesso modo e con lo stesso impegno, pena la dilazione o il fallimento del processo stesso.
La UE e i governi dei singoli stati si stanno adoperando seriamente nella promozione di politiche e programmi che favoriscano l'integrazione di cittadini di paesi terzi che risiedono e lavorano nel territorio dell'unione. Anche se la dimensione bidirezionale del processo integrativo è spesso contemplata nel quadro concettuale delle direttive, raramente essa si declina nei programmi avviati a livello regionale e locale. Al contrario, con frequenza il modello culturale autoctono diventa l'obiettivo ultimo da raggiungere in un percorso che vede coinvolti solo gli stranieri. [5]
Per promuovere un processo integrativo che porti alla costruzione di società interculturali è necessario rivedere le politiche e i programmi in chiave pluralista, abbandonando la presunzione di superiorità culturale che troppo spesso ha marcato le relazioni dell'Occidente con il resto del mondo. Scevri da condizionamenti ideologici, le nuove politiche e i nuovi programmi d'integrazione devono centrarsi sui valori che costituiscono il patrimonio delle grandi civiltà del mondo: sul rispetto della dignità e dei diritti fondamentali di tutti gli esseri umani, sulla promozione del bene comune e sulla sua corretta ripartizione, sulla giustizia e sulla solidarietà, sulla tolleranza e sull'accoglienza dell'alterità.
Così inteso, il processo d'integrazione si trasforma in un percorso di formazione alla «cittadinanza interculturale», il cui elemento fondante è «abitare» un territorio con senso di appartenenza, di partecipazione e di responsabilità. Il cittadino che abita un territorio sente di appartenere ad esso poiché da esso desume parte della sua identità personale attuale, anche se i suoi natali fossero altrove. Il cittadino che abita un territorio partecipa alla sua gestione e collabora secondo le sue possibilità al suo sviluppo. Il cittadino che abita un territorio si sente responsabile del mantenimento ed incremento del bene comune, per il beneficio di tutti. E tutto questo senza negare la propria cultura e senza chiuderli al dialogo costruttivo con le altre culture. Questa cittadinanza non è legata al passaporto e per questo è ben diversa dalla nazionalità. [6]
La costruzione di società interculturali richiede pazienza e progetti a lungo termine. Essa esige l'impegno di tutti e verso tutti, affinché nessuno rimanga escluso. Bisogna, però, riconoscere che i bambini e i giovani dell'Europa di oggi rappresentano un target speciale per le politiche di programmi d'integrazione, in quanto essi stanno ancora formando la loro identità culturale e sono generalmente più liberi da pregiudizi e stereotipi.
Quando si parla di fenomeno immigratorio e società multiculturali, nel panorama europeo l'Italia rappresenta un caso emblematico. In appena trent'anni si è trasformata da paese di forte emigrazione a paese di forte immigrazione. I computi dell'Istituto Nazionale di Statistica (ISTAT) rivelano la presenza di oltre 4,3 milioni di stranieri sul territorio nazionale nel gennaio 2013. Di questi quasi 1 milione erano minori, di cui oltre la metà erano ascritti alla categoria di seconda generazione. [7] Nel settembre dello stesso anno le scuole italiane registravano l'iscrizione di 802.785 alunni di nazionalità straniera (9% del totale); poco più della metà di essi erano nati in Italia. [8]
La promozione dei processi integrativi interculturali, con speciale considerazione per i bambini e i giovani, rappresenta per il governo italiano una vera sfida, alla quale da qualche anno esso sta cercando di rispondere in ottemperanza alle direttive EU. Essa, però, si pone anche come una sfida pastorale alla Chiesa italiana, la quale si è sempre dimostrata attenta ai fenomeni sociali e alle trasformazioni culturali.
Grazie alle sue molteplici strutture e attività, dislocate su tutto il territorio nazionale, la Chiesa in Italia è chiamata a giocare un ruolo importante nella promozione di processi integrativi interculturali in ambito infantile e giovanile. Senza mai sostituirsi alle responsabilità delle istituzioni preposte, essa deve sviluppare azioni complementari e/o di appoggio alle iniziative già avviate a livello statale, regionale, provinciale e comunale. La Chiesa, infatti, può contare su una serie di ambiti privilegiati per lo svolgimento di tali azioni: asili, scuole, oratori, gruppi di catechesi, gruppi di adolescenti, gruppi giovanili, gruppi scout, azione cattolica, ecc.
Bisogna riconoscere che in molti di questi ambiti diverse Chiese locali in Italia si sono già mosse con alacrità e con zelo. Dal 2003 la cooperativa sociale «Farsi Prossimo», promossa dalla Caritas Ambrosiana, gestisce il sito www. centrocome.it, uno strumento online per aiutare l'integrazione scolastica degli alunni stranieri nelle scuole lombarde. Si tratta, in sintesi, di uno sportello telematico d'informazione e consulenza per professori e maestre, con informazioni su iniziative, corsi di formazione e progetti dedicati all'integrazione dei minori stranieri nelle scuole. [9] Nel 2006 la Caritas Diocesana di Carpi ha avviato il progetto «La Voce dell'Altro», un percorso di alfabetizzazione alla lingua italiana per bambini e ragazzi stranieri al fine di aiutarli ad inserirsi maggiormente nella società carpigiana. [10] In effetti, sono molte e variegate le iniziative avviate all'interno delle Chiese locali, ma si tratta spesso di azioni isolate, non rispondenti a un progetto unitario elaborato dalle conferenze episcopali regionali o da quella nazionale.
Bisogna anche riconoscere che per quanto riguarda la catechesi e la pastorale giovanile, almeno a livello nazionale, si nota un considerevole ritardo sia per quanto riguarda la riflessione sia per quanto riguarda l'azione. In particolare, gli uffici responsabili della pastorale giovanile stentano a rendersi conto delle trasformazioni in atto e delle sfide interculturali emergenti. Anche qui vanno riconosciute lodevoli iniziative, come quella attuata dall'Ufficio Pastorale Giovanile della diocesi di Cremona, il quale nel 2007 ha promosso tra gli organizzatori del GREST (gruppo ricreativo estivo) un'attenzione particolare ai ragazzi/e stranieri/e in fase di allestimento dei programmi, in modo da prevedere momenti di conoscenza e di scambio tra culture differenti. [11] Da alcuni anni la Migrantes della diocesi di Vicenza sta osservando le rapide trasformazioni che stanno avvenendo all'interno degli oratori diocesani a livello di composizione etnica e programmi. La medesima Migrantes, in collaborazione con i Missionari Scalabriniani, ha recentemente istituito il premio «Scalabrini Ponte di Dialogo», che si propone di promuovere il riconoscimento e la valorizzazione di buone pratiche di interculturalità e cittadinanza dirette a giovani italiani e stranieri [12]
A livello di Conferenza Episcopale Italiana va segnalato il fatto che le sfide poste dall'integrazione interculturale sono state prese seriamente in considerazione nella nota pastorale «Il laboratorio dei talenti» pubblicata dalla Commissione Episcopale per la cultura e le comunicazioni sociali e dalla Commissione Episcopale per la famiglia e la vita nel febbraio 2013:

Di fronte alla sfida dell'interculturalità, inoltre, gli oratori rappresentano oggi uno dei luoghi più avanzati e maggiormente coinvolti nei processi di accoglienza e di integrazione dei figli degli immigrati. Sono gli stessi ragazzi, messi nella condizione di confrontarsi con i coetanei di altre nazionalità e di altre religioni, che aiutano le nostre comunità a crescere nella dimensione dell'apertura, della cordiale convivenza e della testimonianza della fede. Il linguaggio dell'accoglienza fa già parte, di fatto, del patrimonio e della sensibilità educativa dell'oratorio. Tale contesto può favorire un confronto, anche per superare una certa indifferenza diffusa, rispetto alle questioni più profonde dell'identità, compresa quella religiosa. [13]

Si tratta ovviamente dell'inizio di una riflessione che deve svilupparsi e approfondirsi, per poi declinarsi in programmi, testi e sussidi. In tale processo non si può dimenticare l'importanza della dimensione ecclesiale della pastorale giovanile interculturale. Tutta la pastorale, infatti, è volta alla costruzione e allo sviluppo di comunità di fede sempre più fedeli all'insegnamento del fondatore, Gesù Cristo. L'immigrazione confronta la Chiesa nella realizzazione di una delle sue dimensioni più importanti: la cattolicità. L'ideale di comunità universali e inclusive si deve tradurre in pastorali attente alle diversità, alla costante ricerca di chi è escluso e si autoesclude. Per i ragazzi e i giovani, spesso liberi da preconcetti e sicuramente più abituati a una visione «globale», la costruzione di comunità cattoliche può rivelarsi un esercizio più semplice.
Un'altra dimensione importante della pastorale giovanile interculturale è quella missionaria. Spesso, infatti, le attività aperte a partecipanti di diversa estrazione etnico-culturale-religiosa rappresentano un primo annuncio evangelico rivolto a tanti giovani con nessuna esperienza religiosa o con esperienze religiose distinte da quella cattolica e cristiana. Al tempo stesso, il confronto con fedi e pratiche di altri continenti può servire ai giovani cattolici, autoctoni e stranieri, a riscoprire la propria fede, fede dalla quale magari si sono allontanati per ragioni diverse.
Di fronte a tutte queste sfide la pastorale giovanile deve intraprendere coraggiosamente un percorso di innovazione, che si struttura in quattro momenti principali.
In primo luogo, i responsabili della pastorale giovanile devono promuovere una riflessione tesa a conoscere ed approfondire la realtà giovanile multiculturale e le sue sfide, al fine si elaborare risposte adeguate ed efficaci. Tale riflessione deve avvalersi degli strumenti che le scienze umane e sociali mettono oggi a disposizione. Sono numerosissimi gli studi scientifici che sono stati prodotti su questo argomento negli ultimi anni, ma molte sono le lacune da colmare, specie quando si punta a una lettura pastorale della realtà. In questa fase la collaborazione con istituti, centri studi specializzati ed università può dimostrarsi estremamente utile.
In secondo luogo, sulla base delle conoscenze acquisite, i responsabili della pastorale giovanile devono elaborare nuovi programmi, testi e sussidi per una pastorale giovanile interculturale. Sarà qui opportuno raccogliere informazioni sulle «buone pratiche» già esistenti e replicabili in contesti diversi. In questa fase sarebbe di grande utilità coinvolgere i responsabili della pastorale giovanile delle diocesi di provenienza dei giovani stranieri, così da verificare alcune ipotesi di lavoro e raccogliere altre valide indicazioni.
In terzo luogo, i responsabili della pastorale giovanile devono elaborare un percorso di formazione specifica all'interculturalità per i coordinatori e gli animatori che avranno il compito di eseguire i programmi elaborati nelle realtà diocesane e locali. Tra gli animatori, particolarmente, sarebbe alquanto utile annoverare qualche immigrato con esperienza nella pastorale giovanile del suo paese. In questa fase i responsabili potrebbero avvalersi dell'assistenza di istituti di formazione che possono vantare una discreta esperienza nel campo specifico, come lo Scalabrini International Migration Institute (SIMI) e l'Istituto di Teologia Pastorale dell'Università Pontificia Salesiana.
In quarto luogo, gli uffici nazionali e diocesani di pastorale giovanile devono promuovere la realizzazione dei programmi elaborati nei territori di loro competenza. Pur nel rispetto delle creatività locali e della diversità dei contesti, risulterebbe di grande efficacia caldeggiare l'attivazione di iniziative innovatrici soprattutto negli ambiti che si rivelano particolarmente adatti a promuovere un approccio positivo alle conoscenza dell'altro, quali la musica, la danza, il teatro, il cinema, la poesia, la pittura e le altre arti.

 

NOTE

1 Cf EUROSTAT, Migration and Migrant Population Statistics, in http://ec.europa.eu/eurostat/statistics-explained/index.php/Migration_and_migrant_population_statistics (accesso 8 ottobre 20 I 5).
2 Cf DE HAAS H. — FOKKEMA T., The Effects of Integration and Transnational Ties on International Return Migration Intentions, in Demographic Research 25 (2011) 24; KIRDAR M. G., Source Country Characteristics and Immigrants' Optimal Migration Duration Decision, in Journal of Migration 2/8 (2013) 1-22; e AGYEMAN AICWASI E., Holding on to European Residence Rights versus the Desire to Return to Origin Country, in Migraciones 30 (2011) 135-159.
3 Cf European Union Agency for Fundamental Rights, Migrants, minorities and employment - Exclusion and discrimination in the 27 Member States of the European Union (Update 2003-2008), FRA, Luxembourg 2011 e EUROPEAN NETWORK AGAINST RACISM, Annual Report 2014, ENAR, Bruxelles 2013.
4 Cf BAGGIO F., Tirar el lastre, crisis económica y políticas migratorias en la unión europea, contributo presentato al Seminario Desarrollos y Retos de las Políticas Migratorias Internacionales, Buenos Aires, 4 giugno 2013, https://www.researchgate.net/publication/281493222_Tirar_ellastre._Crisis_econmica_y_polticas _migratorias_en_la_Unin_Europea?ev=prf pub (accesso 8 ottobre 2015).
5 Cf BERLINGHOFF M., Migration and Cultural Integration in Europe, Conference Report, ifa-Edition Culture and Foreign Policy, Brussels 2013.
6 Cf BAGGIO E, L'istituto della cittadinanza dalle origini all'età moderna, in Studi Emigrazione 189 (2013) 11-29.
7 Cf ISTAT, La popolazione straniera residente in Italia, in http://www.istat.it/it/archivio/96694 (accesso 8 ottobre 2015).
8 MIUR - UFFICIO DI STATISTICA, Gli alunni stranieri nel sistema scolastico italiano A.S. 2013/2014, MIUR, Roma 2014, 3.
9 Cf CENTRO COME, Chi siamo, in http://www.centrocome.it (accesso 8 ottobre 2015).
10 Cf CARITAS DIOCESANA CARPI, Progetto "La voce dell'altro", in http://www.caritascarpi. org/sito_new /index.php?option=com_content&view=article&id=72:progetto-q1a-voce-dell altroq&catid=37:progetti&Itemid =64 (accesso 8 ottobre 2015).
11Cf FONDAZIONE MIGRANTES, Ragazzi stranieri nel Grest estivo in oratorio, in http:// www.chiesacattolica.it/ documenti/2007/06/00012782_ragazzi_stranieri_nel_grest_estivo_ in_ora.html (accesso 8 ottobre 2015).
12 Cf IDEM, Premio 'Scalabrini Ponte di Dialogo', in http://www.chiesacattolica.it/pIs/cci_ new_v3/v3_s2ew_ consultazione.mostra_pagina?id_pagina=62955 (accesso 8 ottobre 2014).
13 Cf COMMISSIONE EPISCOPALE PER LA CULTURA E LE COMUNICAZIONI SOCIALI - COMMISSIONE EPISCOPALE PER LA FAMIGLIA, Nota Pastorale Il laboratorio dei talenti, 2 febbraio 2013, 23-24: http://www.avvenire.it/Dossier/CEI/Documents/Nota%200ratori.pdf (ascesso 10 ottobre 2015).

(Da: Francis-Vincent Anthony - Fabio Baggio, Pastorasle giovanile interculturale, LAS 2015, pp. 125-132)

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