Cantieri dell'anima /9

Fabio Gabrielli

(NPG 2009-07-74) 


Sono molteplici le definizioni che contrassegnano la nostra epoca: c’è, infatti, chi parla di società trasparente per indicare una comunicazione diffusa, capillare, da un lato vista in negativo in quanto espressiva di uno stare al mondo omologante, serializzante, dall’altro in positivo per il suo pluralismo, il confronto dialogico tra culture ed esperienze diverse; c’è chi insiste, invece, sulla definizione d’età della tecnica o del rischio tecnologico con tutte le sue controfinalità, dove la tecnica è vista come orizzonte di senso onnicomprensivo, sapere totalizzante, Forma della nostra civiltà; altri ancora parlano di società complessa o altamente complessa, dove gli elementi non sono più collegabili tra loro e, quindi, coagulabili attorno ad un centro, sia esso etico, estetico o metafisico; c’è chi, poi, sottolinea come la nostra società sia liquida, per la sua continua oscillazione, la sua instabilità, il suo nomadismo, dove ricchezza d’opportunità e precarietà esistenziale e lavorativa sconfinano continuamente l’una nell’altra. E ancora, c’è chi insiste sulle passioni tristi, sul senso di precarietà e di naufragio dell’io, impossibilitato a rincorrere senza posa le molteplici voci del mondo, a intercettare con misura esattissima ogni bersaglio esistenziale o professionale che l’età della tecnica dispensa a piene mani. Da ultimo, è viva l’insistenza sul conformismo del sentire, sul mormorio dei sentimenti improntati ad una vita in fotocopia, sulla gestione quasi manageriale degli affetti in base alla circostanza, all’opportunità, al proprio utile personale:

«Il fenomeno dell’indifferenza ben coglie il respiro della contemporaneità: l’apnea. Un trattenere il respiro per meglio adattarsi alla realtà sociale la nostra realtà sociale. Assumere passivamente il solo sentire che l’istituzione e il contesto propongono e impongono. Accettare la sua grammatica e il relativo vocabolario per assegnare alle emozioni i loro oggetti pertinenti. Imparare a emozionarsi con distacco, e cosa significhi tale vissuto, in un particolare momento storico sociale, dentro quei luoghi dove è ritenuto utile e desiderabile. Insomma, una riduzione degli individui a ruoli. E una messa tra parentesi della persona» (A. Zamperini, L’indifferenza, Einaudi, 2007).

L’ANIMA MEDITANTE

Quello che ci preme fare emergere in modo particolare, in questa società dalle molteplici definizioni, è lo smarrimento del concetto di limite, inteso come senso della nostra finitezza, come temperanza o «giusta misura», come ordine, armonia, bellezza. Il nostro stare al mondo è oggi più che mai caratterizzato dallo sconfinamento, dal gioco non solo simbolico ma anche esistenziale con l’illimitato, dalla radicalizzazione del rischio, soprattutto tra i giovani, dove vita e morte finiscono per perdere le loro identità in una tragica confusione di codici antropologici, dall’eccesso, dalla voracità con cui sono consumate le occasioni della vita in un continuo rimescolamento di progetti esistenziali, sovente senza un’autentica direzione di marcia, senza un centro informatore, dove la noia e l’insoddisfazione ci abitano come profonde lacerazioni dell’anima.
Quello che abbiamo, che dovrebbe renderci sicuri, sembra non bastare, e, allora, ecco lo sconfinamento, nonostante l’ansia che procura l’uscire dai limiti che la vita ci ha assegnato e che contrassegnano l’irripetibile esistenza di ognuno di noi.
Per riguadagnare il limite, occorre, allora, riacquisire consapevolezza della nostra finitezza, divenire punti di resistenza, come dice Natoli, di fronte alla mobilità perturbante del Mercato, al narcisismo dilagante, al delirio d’onnipotenza, entro il quale l’uomo smarrisce la sua identità di creatura finita, d’essere contingente, sia pure, in un’ottica di fede, aperto alla trascendenza.
Bisogna, insomma, caricarci sulle spalle il nostro destino di terricoli, per usare l’espressione di Gehlen, e godere dei frutti della terra con temperanza, ordine interiore, intelligente entusiasmo per ciò che abbiamo, senza tentare di cambiare ossessivamente, senza posa e senza ragione alcuna, se non l’ingordigia, il cielo sotto cui viviamo.
Vediamo di approfondire la nostra argomentazione, articolandola in alcuni sottoparagrafi.

Il perenne ammonimento dei Greci a perseguire la temperanza

Ritornare ai Greci, in questo caso, urge quanto mai: infatti, dai Pitagorici a Platone, il concetto di limite ha sempre assunto non solo un significato metafisico ma anche esistenziale ed etico.
Il limite è una virtù! La virtù greca (areté) non va confusa con quella moderna, fortemente connotata dal cristianesimo, bensì come ciò per cui ogni cosa attua nel modo migliore la sua natura specifica: nel caso dell’uomo, ovviamente, si tratta di esplicare in modo ottimale la propria razionalità, coltivando la propria anima con ordine, misura e temperanza (il termine greco per indicare la temperanza è sophrosyne, collegato con il verbo phronéo, cioè «aver senno, giudicare rettamente, ragionare»: la temperanza consiste in una disposizione della mente a ben giudicare circa i piaceri, a seguito di un contenimento del desiderio: enkráteia).
In questo consistono i platonici «incantesimi dell’anima», ovvero nella filosofia che richiama l’uomo alla «giusta misura», al senso del limite, alla temperanza.
Ma ecco lo splendido passo platonico:

«Zalmosside, il nostro re che è anche un dio, afferma che, come non si devono curare gli occhi senza prendere in esame la testa, né la testa indipendentemente dal corpo, così neppure il corpo senza l’anima e che questa sarebbe 1a ragione per cui ai medici greci sfugge la maggior parte delle malattie, poiché essi trascurerebbero di prendersi cura della totalità dell’uomo, senza la cui piena salute, non è possibile che la singola parte sia efficiente. Infatti, tutti i mali e i beni per il corpo e per l’uomo nella sua interezza, soggiungeva, nascono dall’anima, come per gli occhi derivano dalla testa e ad essa innanzi e soprattutto bisogna rivolgere la cura, se si desidera ottenere la salute sia per la testa che per il resto del corpo. E l’anima, o caro, si cura con certi incantesimi e questi incantesimi sono i bei discorsi, da cui nell’anima si genera la temperanza; una volta che questa sia nata e si sia radicata, allora è facile ridare la salute alla testa e a tutte le altre parti del corpo» (Carmide, 156 E – 157 B, tr. it. Liminta).

In questa società gli adolescenti, sovente senza volto, omologati, bersagliati dalla pubblicità, tecnologizzati, medicalizzati oltre misura, appaiono tutti uguali; il loro stare al mondo è connotato vieppiù dalla non condivisione del pasto, fatto spesso fuori casa, al Mc Donald’s, da bassi livelli di concentrazione, a causa dell’eccedenza di stimoli esterni, da scarsa creatività e da linguaggi scarni, esangui, da stati di noia perenne e, quindi, da impazienza e da solitudine.
Sentimenti che riguardano tutto l’uomo d’oggi e che, di conseguenza, risultano ancora più marcati nei giovani, privi di un orientamento sicuro, caldo, autentico, alternativo al perverso circuito consumismo/conformismo.
Ebbene, per ridare vitalità al desiderio, senza farlo scadere nella voracità fine a se stessa, per recuperare autonomia esistenziale e di pensiero, senza spegnere la creatività nel linguaggio dei più, occorre davvero riscoprire la temperanza greca, insegnarla, diffonderla, non avere timore alcuno di impugnarla come modalità di vita alternativa a quella cannibalistica, mai sazia delle cose, oggi imperante.

Il limite o «giusta misura» come espressione del bello

In estrema sintesi, sul rapporto tra limite, «giusta misura» e bellezza, i Greci ci hanno trasmesso quanto segue:
– l’identificazione di buono e bello è ricondotta alla «giusta misura»;
– il bello è misura e proporzione;
– le supreme forme del bello, come ci ricorda Aristotele, sono l’ordine, la simmetria, il definito, conoscibili soprattutto dalle scienze matematiche (cfr. Metafisica, XIII 3, 1078 b 5-6);
– la bellezza, rispetto al bene, suscita fascino e piacere estetico, ed è manifestazione operativa, concreta, dello stesso bene come proporzione, verità, capacità di ricondurre l’informe alla forma, al limite, alla «giusta misura»;
– il bello, anche sul piano pratico, realizza l’armonia tra psiche e soma, anima e corpo: la bellezza non può essere disgiunta dalla dimensione dell’anima, nella misura in cui alla simmetria esteriore deve corrispondere la simmetria interiore, e la musica, oltre naturalmente alla filosofia, in questo senso è alimento culturale ed esistenziale ineludibile.

Sant’Agostino, ricalibrando alla luce della dottrina cristiana il concetto greco di limite e il suo rapporto con la bellezza, rimarca quanto segue:
– la bellezza è il «numero», ovvero è ordine, simmetria fra le parti finalizzata al tutto unitario;
– l’essere e la conoscenza di una realtà dipendono strutturalmente dalla forma numerica;
– in ottica trascendente, le singole «misure» rinviano alla «Misura sovratemporale», cioè a Dio;
– il senso di diletto, leggerezza, soavità – con termini posteriori, soprattutto in riferimento a Kant, potremmo dire il gusto, il piacere estetico – che proviamo di fronte al bello nascono dalla convergenza armonica tra le parti, dalla loro con-sonanza o congruenza e sono, comunque, espressione ed effetto di un rapporto numerico, di una proporzione.
Ma leggiamo il superbo passo agostiniano:

«Osserva il cielo, la terra, il mare e tutte le cose che in essi splendono nella sfera superiore o nella inferiore si muovono camminando, volano oppure nuotano. Hanno una forma perché partecipano ai numeri. Toglieli loro, non saranno più. Da chi hanno l’essere dunque se non da chi lo ha il numero poiché in tanto hanno l’essere in quanto sono partecipanti del numero? Anche gli uomini artefici di opere corporee nella loro arte adoperano il numero per rapportarvi le proprie opere e nel costruire muovono mani e strumenti fino a quando l’opera, che riceve la forma dal di fuori, rapportata all’interiore luce dei numeri, riceve, per quanto è possibile, la compiutezza e piace, mediante il senso, al critico che intuisce i numeri ideali. Cerca inoltre chi muove le membra dello stesso artefice. Sarà il numero perché anche esse si muovono secondo una misura numerica. E se sottrai dalle mani l’opera da produrre e dalla coscienza l’intenzione di produrla e il movimento delle membra è rapportato al diletto, si chiamerà danza. Chiedi dunque che cosa è dilettevole nella danza, il numero ti risponderà: “Eccomi, sono io”. Ed osserva ormai la bellezza di un sensibile dato dell’arte, i numeri sono inclusi nello spazio; osserva la bellezza del movimento nel sensibile, i numeri si svolgono nel tempo. Avvicinati all’arte da cui procedono, cerca in essa lo spazio e il tempo. Non è in nessun tempo, in nessuno spazio, eppure in essa ha vita il numero, ma la sua non è una dimora fatta di spazio, non è una esistenza fatta di giorni. Tuttavia coloro che scelgono di divenire artisti, quando si dispongono ad apprendere l’arte, muovono il proprio corpo secondo spazio e tempo, lo spirito invece soltanto secondo tempo perché col succedere del tempo divengono più esperti. Trascendi dunque anche la coscienza dell’artista per vedere il numero supertemporale. Allora la sapienza splenderà per te dalla sede interiore e dallo stesso santuario della verità. E se abbaglia il tuo sguardo ancor debole, torna a volgere l’occhio su quella via, dove si mostrava affabilmente. Ricordati però che hai rimandato la visione. Quando sarai più forte e sano, devi ritentare» (De libero arbitrio, soprattutto II, 16, 41-44).

La timidezza come senso del limite e come farmaco contro il conformismo del sentire

«La perdita della relazione umana (spontanea, reciproca, simbolica) è il fatto fondamentale delle nostre società. È su questa base che si assiste alla reiniezione sistematica di relazione umana – sotto forma di segni – nel circuito sociale e al consumo di questa relazione significata, di questo calore umano significato. L’hostess accompagnatrice, l’assistente sociale, l’ingegnere in relazioni pubbliche, la pin-up pubblicitaria, tutti questi apostoli funzionari hanno per missione secolare la gratificazione, la lubrificazione dei rapporti sociali attraverso il sorriso istituzionale. Dappertutto si vede la pubblicità imitare i modi della comunicazione privata, intima, personale. La pubblicità si sforza di parlare alla casalinga col linguaggio della casalinga di fronte, al dirigente e alla segretaria come il suo principale o il suo collega, a ciascuno di noi come un nostro amico, come il nostro Super-io, o come una voce interiore al modo della confessione. La pubblicità produce così intimità là dove non ce n’è, tra gli uomini, tra questi ultimi e i prodotti, secondo un vero processo di simulazione».

Queste riflessioni di Jean Baudrillard, tratte da La società dei consumi (opera riedita da Il Mulino, 2008), conservano ancora una straordinaria freschezza: non a caso l’opera di Baudrillard, uno dei filosofi e sociologi più influenti del nostro tempo, si impone a tutto tondo come ineludibile punto di riferimento per i molteplici studi sul consumo mediatico che si sono succeduti in questi decenni.
Il Nostro, come si evince dal passo che abbiamo letto, sottolinea come la mancanza di autenticità nelle relazioni umane rinvii alla forza dirompente della pubblicità che, in una società incapace di produrre simboli e articolare discorsi di senso alternativi a quelli efficientistici e produttivistici, eroga intimità a dosi massicce là ove in realtà ci sono solo sorrisi istituzionali o di facciata.
Non solo, la civiltà dei consumi, veicolata dagli apparati pubblicitari, omologa i vissuti, anestetizza le coscienze, annacqua l’ideazione all’insegna di un’unica grammatica di vita: essere sempre efficienti, funzionali al mercato, sorridenti, in perfetta forma fisica ed emotivamente disinibiti, ovvero spudorati, poiché il pudore è diventato sinonimo di insincerità, insicurezza esistenziale.
In altri termini, si è persa la capacità di arrossire, il diritto di essere timidi!
Eppure, come sottolinea con assoluta trasparenza Duccio Demetrio:

«I timidi, specie quelli quasi felici o che lo sono stati o che lo sono perché si sono accontentati, in sincera gratitudine pur non sapendo a chi mai esprimerla, sono più preparati a uscire dai diversi palchi dell’esistenza in quanto non vi hanno mai creduto. Non pensano che i successi conseguiti siano stati poi così importanti. Sono più preparati, perché vanno incontro al congedo almeno con un pensiero diuturno. Sono più avvezzi ad avere una vita meno grama e meno perseguitata dal demone della sconfitta personale. Non tale in ogni caso però da generare quella contentezza satolla e quella sicumera che, se riempie di sé tutta una vita, non predispone certo a intraprendere una strada schiva. Tanto meno, quando lo si deve, e si dovrebbero accettare di lasciare ad altri la scena guardando a come cambiare i propri giorni» (La vita schiva. Il sentimento e le virtù della timidezza, R. Cortina, 2007).

Purtroppo la pacatezza, la sincera volontà di tenersi in disparte, il riserbo, la disponibilità ad arrossire – in una parola la timidezza! – appaiono decisamente desuete in un’epoca in cui il benessere si identifica sempre di più con la volontà di potenza, la capacità di farsi largo, la spudoratezza, scambiata inautenticamente per sincerità, l’aggressività verbale e fisica.
Educhiamo da subito i nostri giovani alla competitività esasperata, ad oltrepassare ogni limite, a non arrossire mai, a interpretare il silenzio solo come strutturale incapacità di calcare il palcoscenico della vita come protagonisti.
Di qui, allora, la necessità etica ed esistenziale di recuperare la dimensione schiva dell’anima, che non significa evitare, schivare la vita in «carne ed ossa», farsi da parte per vigliaccheria o per misconoscimento delle proprie abilità esistenziali, bensì saper rinominare il mondo all’insegna del pudore, della «giusta misura», del farsi spazio per l’altro, del riconoscimento delle terre sacrali, misteriose e, quindi, indicibili dell’anima.
Saper arrossire significa recuperare uno dei sentimenti più caldi e originari del nostro stare al mondo; a maggior ragione in un orizzonte relazionale come il nostro, dove i sentimenti sono improntati al più gretto conformismo o sono gestiti, come dicevamo, in maniera quasi manageriale, a seconda del contesto specifico e dell’utile immediato. I timidi, inoltre, rammentano in ogni momento anche ai più coraggiosi di noi i limiti costitutivi che da sempre ci abitano, soprattutto in una società ove la sicurezza virilmente esibita è non di rado una maschera tragica, deformante, finalizzata a celare biografie e vissuti insicuri, fragili, angosciati.
Insomma, il timido ci insegna a prendere consapevolezza della contingenza, della finitezza strutturale al nostro vivere e a reimparare l’arte del sentire, del provare e comunicare sentimenti autentici e non di celluloide.
La timidezza, allora, si pone come il vero antidoto alla gestione utilitaristica, funzionale al proprio tornaconto di emozioni e sentimenti, che ha finito per produrre l’uomo indifferente dei nostri tempi.

IL PENSATOIO

– Quali sono secondo te i confini che separano il rischio legittimo, connesso alla vita, da quello illegittimo, cioè dalla sfida estrema?
Ti è mai capitato, e perché, di vivere sulla tua pelle una o più sfide estreme? Come ti sei sentito dopo averle vissute? Ne hai parlato a casa?
– Ci sono domande relative al desiderio, alla noia, alla scelta, al rischio o ad altri sentimenti o forme del vivere che ti non sei mai sentito fare e a proposito delle quali avverti in modo particolare l’assenza di una risposta significativa?

– Per la discussione:
Il denaro come unico generatore di senso
L’avere, inteso come unica grammatica esistenziale, finisce per portare allo smarrimento non solo della valenza etica del bello, ridotto a possesso, lusso, utilità, ma a obliterare quel mistero di cui ognuno di noi è portatore, poiché si pensa che, in un mondo fatto solo di cose, tutto sia descrivibile, privo di vitalità, eticamente neutro e riconducibile solo alla quantità di denaro con cui lo si può comprare. In definitiva, con il denaro misuro non solo la quantità, ma anche la qualità del mio vivere e del mio essere di fronte agli altri.
In questo senso, il passo di Marx, tratto dai Manoscritti economico-filosofici del 1844, nella traduzione di Norberto Bobbio, suggella quanto abbiamo detto: «Ciò che mediante il denaro è a mia disposizione, ciò che io posso pagare, ciò che il denaro può comprare, quello sono io stesso, il possessore del denaro medesimo. Quanto grande è il potere del denaro, tanto grande è il mio potere. Le caratteristiche del denaro sono le mie stesse caratteristiche e le mie forze essenziali, cioè sono le caratteristiche e le forze essenziali del suo possessore. Ciò che io sono e posso, non è quindi affatto determinato dalla mia individualità. Io sono brutto, ma posso comprarmi la più bella tra le donne. E quindi io non sono brutto, perché l’effetto della bruttezza, la sua forza repulsiva, è annullata dal denaro. Io, considerato come individuo, sono storpio, ma il denaro mi procura ventiquattro gambe; quindi non sono storpio. Io sono un uomo malvagio, disonesto, senza scrupoli, stupido; ma il denaro è onorato, e quindi anche il suo possessore. Il denaro è il bene supremo, e quindi il possederne è bene; il denaro inoltre mi toglie la pena di esser disonesto; e quindi si presume che io sia onesto. Io sono uno stupido, ma il denaro è la vera intelligenza di tutte le cose; e allora come potrebbe essere stupido chi lo possiede? Inoltre costui potrà sempre comprarsi le persone intelligenti, e chi ha potere sulle persone intelligenti, non è più intelligente delle persone intelligenti? Io che col denaro ho la facoltà di procurarmi tutto quello a cui il cuore umano aspira, non possiedo forse tutte le umane facoltà? Forse che il mio denaro non trasforma tutte le mie deficienze nel loro contrario?».

– «Meglio esagitati ma attivi che sprofondati in un mare di tristezza meditativa, perché se la vita è solo un stupido scherzo, dovremmo almeno poterci ridere sopra».
Provate e riflettere con i vostri ragazzi su questa nota affermazione di Falco Blask (Q come caos. Un’etica dell’incoscienza per le nuove generazioni, Marco Tropea, Milano 1997).

– Dal pensiero classico, con un opportuno lavoro di ricontestualizzazione, al di là delle competenze specifiche, si possono trarre davvero spunti fecondi per la discussione con i propri ragazzi e per la loro formazione interiore.
Riportiamo di seguito un passo di Plutarco particolarmente adatto per riflettere sul senso del limite:

«Inoltre, compromette non poco la nostra serenità interiore non saper manovrare, come fossero vele, le nostre inclinazioni in rapporto alle nostre possibilità, e aspirare invece con la speranza a mete troppo grandi, salvo poi, di fronte all’insuccesso, prendercela con la sorte e con la sfortuna, invece che con la nostra stoltezza. Non è sfortunato chi vuole tirare d’arco con un aratro o cacciare la lepre con un bue, e non è certo un genio cattivo a ostacolare chi non riesce a catturare cervi o cinghiali con reti di giunco e sagène: il fatto è che costoro, per stoltezza e follia, tentano l’impossibile. La causa principale di tutto ciò è individuabile nell’egoismo, che ci rende in ogni occasione desiderosi di primeggiare, di vincere, di mettere le mani su tutto, insaziabilmente. Non si pretende soltanto di diventare ricchi e al tempo stesso eloquenti, forti, capaci di stare nei simposi, brillanti in compagnia, amici di re, governatori di città; se non si possiedono anche cani, cavalli, quaglie e galli da primo premio, ci si dispera. Dionisio il Vecchio non si appagava di essere il più potente tiranno dei suoi tempi, ma incollerito ed esasperato perché non cantava meglio del poeta Filosseno e non riusciva a superare Platone nella discussione, fece gettare il primo nelle latomie e diede ordine di vendere l’altro a Egina.» (La serenità interiore, tr. it. Pisani, Mondadori, Milano 1995)

– E sempre a proposito della dirompente portata educativa dei classici, provate a riflettere su quanto segue:
* « […].Tenere la propria vita a fior di labbra […].
E libero è chi si è sottratto alla schiavitù di se stesso; questa è con¬tinua e ineluttabile ed opprime giorno e notte senza intervallo e senza pausa.
Essere schiavi di se stessi è la schiavitù più pesante…» (Seneca, Questioni naturali, III, «Prefazione», 12-17).
* «Se ti addolori per una cosa esterna, non è questa cosa a turbarti, ma il tuo giudizio su di essa» (Marco Aurelio, Pensieri, VIII, 47).

L’ANIMA IN AZIONE

A livello operativo, stimolate i vostri ragazzi a trasformarsi gradualmente in banchi di prova viventi della cultura del limite, della «giusta misura»: invitateli a rinunciare giornalmente a ciò che produce disordine interiore ed esteriore, dalle piccole azioni personali e comunitarie, all’abbigliamento, al cibo. Che inizino ad esercitare su se stessi, nella durezza della giusta rinuncia quotidiana, la pratica del limite, della «giusta misura», in modo da diffonderla, dopo un lungo percorso di formazione, con chiara coscienza e provata consapevolezza.