Cantieri dell’anima /8

Fabio Gabrielli

(NPG 2009-04-71)


Iniziamo subito con il dire, per sgomberare il campo da ogni equivoco, che non solo l’accumulo di cose, ma neppure la salute fisica o il successo professionale sono condizioni sufficienti del benessere, il quale rinvia anche a dinamiche esistenziali, etiche, insomma alla globalità del nostro stare al mondo, alle modalità complessive con cui viviamo le nostre esperienze ed entriamo in relazione con gli altri e con l’ambiente.
Per parlare davvero di benessere occorre anche che, nel rapporto con me stesso e con gli altri, sia sereno, in sintonia con il mondo, appagato delle cose che sono in mio possesso, senza pretendere ciò che, per la mia natura finita, non mi appartiene. Insomma, il benessere dipende anche dalla capacità di caricarci sulle spalle il nostro destino di mortali, di riconoscere la nostra strutturale contingenza, gli scenari finiti entro cui da sempre esercitiamo il nostro mestiere di vivere; tenendo sempre ben presente che spesso il nostro benessere, o al contrario il nostro malessere, non dipende tanto dalle cose, ma dall’opinione che ci facciamo di esse.

L’ANIMA MEDITANTE

Per comodità del lettore, preferiamo sviluppare la nostra argomentazione in quattro sottoparagrafi:
– l’età del benessere e della felicità ad ogni costo;
– le virtù che conducono al vero benessere;
– il monito greco della «giusta misura» per conseguire il benessere alimentare dei nostri giovani;
– le inautentiche dinamiche della comodità, e le loro mortifere conseguenze sul benessere, che caratterizzano tutto l’uomo d’oggi e, quindi, gli stessi giovani.

Tutti in forma e felici

Come recita il titolo del pamphlet di Pascal Bruckner, la nostra epoca è caratterizzata dall’«euforia perpetua», una sorta di regime di felicità imposto dalle città-officine, nelle quali si incarna la tecnica, per cui chi «non sceglie la felicità è considerato un perdente».
Chi non sceglie la felicità tecnologica, finisce infatti per sentirsi inadeguato, lacerato dalla vergogna, che nella nostra epoca ha preso il posto della colpa e si manifesta come potenza «demoniaca», poiché denuda il Sé, lo costringe all’occultamento e, nelle sue espressioni più devastanti, all’oblio.
Da qui la corsa frenetica ai manuali della perfetta felicità, con le connesse istruzioni per l’uso, dove ci viene spiegato come essere magri, sorridenti, efficienti, sempre all’altezza della situazione, necessariamente e continuativamente felici, però secondo un Unico Modello, perché unico è il linguaggio con cui ci parlano le città-officine.
Le loro grammatiche esistenziali, omologanti, serializzanti, tracciano i confini del mondo abitato e sono declinabili nei termini dell’efficacia, della produttività ad oltranza, dell’efficienza. Tutto è misurato, calcolato, quantificato, previsto e, soprattutto, forzatamente pubblico, poiché chi cerca di modulare la propria felicità in modo personale, alternativo ai codici scolpiti dalla tecnica, si isola e di conseguenza viene espulso come un corpo estraneo dalle città-officine, alle quali la tecnica impone di livellare i vissuti, uniformare le coscienze, anestetizzare l’ideazione, allo scopo di impedire il possibile articolarsi di discorsi di senso capaci di dare corpo e sostanza alle cose ultime, all’essenziale, alle voci e ai fecondi silenzi dell’anima.
Eppure, come nota in modo splendido Jankélévitch, la felicità è: «[…] la tangenza di una vetta e di un punto culminante, di un batter di palpebre e di un batter d’occhio, di un’occorrenza e di un intervento: è questa la felicità che è eudaimonía, la buona chance che è eutychía; ma poiché quaggiù ci sono solo simultaneità-lampo, la buon’ora, ora, non sarà mai altro che un buon momento» (Il non-so-che e il quasi niente, Marietti, 1987).
Insomma, la felicità, nel suo apparire e disparire, nel suo lambire, sfiorare appena Volti e cose è, su questa terra, una condizione raggiungibile ma difficilmente perpetuabile nel tempo.
In questo senso, essa ci rinvia alla nostra finitezza creaturale, alla contingenza con la quale siamo consegnati al mondo e che contrassegna in modo radicale il nostro vivere malcerto.
Accettare la propria limitatezza è segno di dignità, di nobiltà del pensiero, nella misura in cui permette all’uomo, a questo «terricolo», di caricarsi sulle spalle il proprio destino di creatura impastata di anima e carne declinante e di condividere quello degli altri in un’autentica, calda solidarietà cosmica.
E ancora, nell’accettare la propria finitezza l’uomo può riscoprire tutta la ricchezza della quotidianità, evitando l’eccesso, la voracità con la quale inghiotte le cose, le accumula affannosamente in una continua tensione verso il futuro, nel quale spera vanamente di estinguere quella bramosia di felicità, caratterizzata non solo dall’intensità, ma anche dalla durata, che il presente non può strutturalmente soddisfare.
Questa continua attesa del futuro, che, invece che essere preparato nel presente, viene quasi battuto sul tempo, consumato voracemente ancora prima che accada, «vampirizzato», fa dire con amarezza a Pascal: «Ciascuno esamini i propri pensieri: li troverà sempre occupati dal passato e dall’avvenire. Non pensiamo quasi mai al presente, o se ci pensiamo, è solo per prenderne lume al fine di predisporre l’avvenire. Il presente non è mai il nostro fine; il passato e il presente sono i nostri mezzi; solo l’avvenire è il nostro fine».
Ma questa continua fuga da noi stessi, dalla nostra condizione presente, ma anche dalle domande ultime che dovrebbero abitarci in tutta la loro fecondità, questo logorante stordimento di noi stessi, questa inautentica «distrazione» della nostra anima, finiscono solo per impedirci di vivere veramente.
Leggiamo ancora Pascal in questa illuminante riflessione: «Così, non viviamo mai, ma speriamo di vivere, e, preparandoci sempre ad essere felici, è inevitabile che non siamo mai tali».
Se è vero, allora, che la felicità nella sua compiutezza e il benessere assoluto non ci appartengono, è tuttavia, possibile conseguire la tranquillità, così come ci insegna Democrito, una delle voci più originali del pensiero greco:

«Chi vuol vivere con l’animo tranquillo non deve darsi troppo da fare né per le faccende private né per le pubbliche né, qualora si assuma delle occupazioni, scegliere quelle che sono superiori alle sue forze e alla sua natura; deve invece essere sempre pronto a saper rinunciare, anche se gli si volge la fortuna e lo sospinge con le illusioni verso condizioni più alte, e a non accingersi a cosa che sia superiore alle sue possibilità. E cosa più sicura la grandezza moderata che l’esagerata gonfiezza».

Questa testimonianza di Democrito coglie l’esatta cifra esistenziale della tranquillità, intesa come l’unica forma possibile di felicità e di benessere.
L’uomo, infatti, quale essere strutturalmente limitato, viene richiamato alla consapevolezza che la sua felicità è «simultaneità-lampo», ovvero un frammento d’esistenza di straordinaria intensità e, nel contempo, di fugace durata.
Si può, di contro, conseguire la tranquillità, dice Democrito, a patto che ci si renda autonomi dalle cose, o meglio dall’opinione che abbiamo delle cose, attuando un’equilibrata disciplina delle passioni.
In altri termini, e tradotto per l’uomo d’oggi, tutto frenesia, iperattività, costante ricerca di appagamento quantitativo, omologato a quello stato di «euforia perpetua», di felicità e benessere a tutti i costi indotti dal Mercato, l’autodominio, il riconoscimento di quello che è in nostro possesso e di quello che non dipende da noi, la capacità di godere dell’essenziale, ovvero di ciò che conta davvero sul piano etico e affettivo, costituiscono gli ingredienti – accessibili a tutti! – della tranquillità dell’anima.
L’uomo può, così, assicurarsi uno stato di interiore benessere che, pur senza i picchi della felicità, avrà comunque durata nello spazio-tempo.
Coraggioso sarà, allora, quell’uomo che non investe tutto se stesso nella lotta per primeggiare nel mercato tecnologico, all’interno del quale crede di poter perseguire l’autentica felicità e il benessere nella sua essenza, bensì colui che, per dirla ancora con Democrito, vive secondo «rettitudine e una cospicua saggezza».

Quali virtù per conseguire il benessere?

Quali virtù, allora, conducono al benessere declinato in questi termini?
– Il coraggio, come capacità di espandere la propria vitalità, la propria forza, insomma come capacità di incarnare nel mondo i propri progetti, di valorizzarli e difenderli, poiché espressivi di risorse intellettive ed etiche autentiche;
– la prudenza come calcolo intelligente, arte del vivere, calda abilità, e non come meschino opportunismo, grazie alla quale sappiamo riconoscere quando oltrepassiamo i confini impostici dal nostro limite, dalla «giusta misura». La prudenza, in altri termini, è l’etica del riconoscimento di ciò che è in nostro potere e ciò che, in quanto terricoli, ci è precluso;
– la magnanimità, intesa non semplicemente come lo stimarsi degni di grandi cose, ma anche come padronanza di se stessi e disponibilità nei confronti degli altri.
Un punto, questo, che Natoli, nel suo Dizionario dei vizi e delle virtù (Feltrinelli, 1997), ha colto in modo esemplare:

«Tuttavia, per fare cose grandi bisogna tentare l’estremo, che detto in prosa significa riportare vittoria su se stessi, trionfare sui propri deficit. In questo padroneggiarsi ci si rende, paradossalmente, più disponibili nei confronti degli altri, si diventa indirettamente generosi […]. Questa è magnanimità, la grande virtù antica di cui oggi si è perso perfino il nome. Il magnanimo, infatti, non va confuso con il generoso: è colui che punta a cose grandi e impegnandosi per questo produce cose buone e, se forte abbastanza, una sovrabbondanza di bene che ridonda a vantaggio di tutti. Cimentarsi con cose grandi rende creatori e di fatto generosi»;

– il dissenso emozionale, per usare la bella espressione di Adriano Zamperini (L’indifferenza, Einaudi, 2007), contro l’omologazione del sentire, il conformismo delle emozioni: soprattutto contro l’indifferenza che produce anime dozzinali, piatte, affettivamente snervate, protese solo ad una gestione quasi manageriale dei sentimenti, all’insegna dell’utilità e del momento propizio per il proprio tornaconto. In questo senso, occorre rompere il comune, massificante guscio emotivo in cui siamo rinchiusi e recuperare genuinità, creatività e autonomia di sentimenti.
– In altri termini, occorre esercitare l’anima a prendere congedo da sé, a praticare la distanza mediante una serie di pratiche che non sono affatto de-umanizzanti, come vogliono, per esempio, Hume e Nietzsche, bensì sono dense di significati vitali: la semplicità, il pudore, la dilazione, l’umiltà, il silenzio, la benevolenza, ovvero il farsi spazio per l’altro. Insomma, la rinuncia nel segno dell’amore contro la voracità di un mondo che tende a cannibalizzare uomini e cose.
I dissidenti emotivi, come sottolinea Zamperini, sono probabilmente persone più deboli, quasi ghettizzate, perché ancora capaci di arrossire nell’età della competizione spinta e dei sentimenti forti, eppure sanno vivere emozioni e sentimenti non come semplici accadimenti interni, «bensì come risposte personali alle esperienze incontrate».

La «giusta misura» come farmaco contro il disordine alimentare dei giovani

L’assoluta centralità del corpo è un tratto essenziale dei nostri tempi, poiché si è generata una perversa e inquietante identificazione tra benessere, cura di sé e cura del corpo, intesa come custodia della forma, dell’aspetto fisico, spesso senza «giusta misura».
In modo analogo, la cultura consumistica ci induce anche nell’alimentazione a dimenticare il senso del limite, appunto della «giusta misura», in quel gioco ambivalente, non di rado contraddittorio, che caratterizza la modernità, sospesa, in questo caso, tra il culto di una corporeità più da esibire che da vivere e la sregolatezza alimentare.
In questo senso, l’attenzione al cibo diventa una fondamentale forma di educazione, proprio perché la mancanza di «giusto mezzo» nell’alimentazione si impone come una costante di molti giovani d’oggi.
I Greci, ancora una volta, si impongono a tutto tondo come eccellenti maestri.
Per esempio, al centro dell’educazione pitagorica c’è l’uomo nella sua dimensione spirituale e fisica: silenzio e meditazione, dieta, esercizio fisico, danza e musica, il tutto finalizzato all’armonia dell’essere umano, dove la medicina è davvero medietas, secondo la ricostruzione etimologica di Isidoro di Siviglia nelle sue Etimologiae o Origines, sintesi dello scibile altomedievale, ovvero «giusta misura», equilibrio tra le parti, giustezza psicofisica nel segno della totalità.
Aristosseno, a conferma di tutto questo, rimarca quanto segue: «Bisogna fin da fanciulli comportarsi con ordine anche nel cibo, insegnando che l’ordine e la misura sono belli e giovevoli, il disordine e l’eccesso brutti e dannosi».
Lo stesso Platone, nella Repubblica, è davvero illuminante:

«E non ti pare indecente dover ricorrere alla medicina non a motivo di ferite o delle malattie stagionali, ma per la nostra ignavia o per la cattiva alimentazione [...], per la quale noi ci riempiamo di umori e di gas come terreni di palude, costringendo i dotti discepoli di Asclepio a chiamare questi mali flatulenze e catarri?».

Il perverso mito della comodità

Konrad Lorenz già nel 1973 individuava, ne Gli otto peccati capitali della nostra civiltà (Adelphi), i disagi di cui soffre l’uomo moderno, fra i quali l’esasperato bisogno di comodità con tutte le sue nocive conseguenze.
Lorenz, premio Nobel per la medicina, ha saputo davvero affrontare in modo esemplare alcuni dei problemi capitali dell’uomo tecnologico: sovrappopolazione, massificazione, armi nucleari, terrorismo ecologico, indifferenza affettiva ed emotiva.
La genesi di questi «peccati capitali» va ricercata in un esasperato atteggiamento di noncuranza e voracità nei confronti della vita.
Tra le dense riflessioni di Lorenz ci sembrano particolarmente interessanti quelle relative alla comodità – al comfort –, ormai così naturale «che non ci rendiamo più conto di quanto ne siamo dipendenti».
L’uomo moderno abita la comodità in modo inautentico, ne è strutturalmente dipendente, tanto da non essere più in grado di sopportare il minimo contrattempo, il più lieve disagio: «Quando alcuni anni fa, a causa di un improvviso guasto a un grande impianto, New York mancò per alcune ore della corrente elettrica, molti credettero seriamente che fosse giunta la fine del mondo».
Strettamente connessa alla comodità c’è, inoltre, l’esigenza quanto mai diffusa di soddisfare immediatamente ogni desiderio, senza dilazione alcuna, in un rapporto «mordi e fuggi» con il tempo: il presente non viene quasi mai vissuto nella sua interezza, è quasi «sbranato», perché siamo sempre protesi alla soddisfazione di nuovi desideri che mai sembrano saziarci.
Da qui una diffusa intolleranza al dolore e una decrescente sensibilità verso il piacere. Un punto, questo, di vitale importanza nell’argomentazione di Lorenz:

«L’intolleranza al dolore, fenomeno sempre più diffuso ai giorni nostri, trasforma i naturali alti e bassi della vita umana in una pianura artificiale, le onde grandiose del mare in vibrazioni appena percettibili, le luci e le ombre in un grigiore uniforme. Cioè crea la noia mortale. Sembra che questo ‘estinguersi delle emozioni’ minacci in particolare quelle gioie e quei dolori che derivano necessariamente dai nostri rapporti sociali, dai nostri legami col coniuge, con i figli, con i genitori, i parenti e gli amici».

Lorenz rileva così l’aspetto meno autentico di un certo uomo della modernità: intollerante al minimo dolore, insofferente di fronte a qualsiasi sforzo, ostacolo o tensione esistenziale, perennemente annoiato, esangue, alla ricerca di piaceri sempre nuovi e diversi, ma incapaci di trasmettere pienezza di senso e vero appagamento interiore.

IL PENSATOIO

– Provate a riflettere su questa breve massima di Epicuro, tratta dalle Sentenze Vaticane: «Per colui al quale è troppo poco ciò che basta non basta niente».
– Confrontatevi con i vostri ragazzi su questa suggestiva riflessione:
«È lì in mezzo alle difficoltà e alla rinuncia, che ogni goccia d’acqua, ogni attimo di vita diventa prezioso oltre misura. Il deserto stesso insegna ad apprezzare di nuovo il valore delle cose [...], in modo che l’energia del desiderio si risvegli e spezzi il rivestimento soffocante che avvolge il cuore. Perché il fine che dà significato alla vita non è mai una cosa, ma il senso che collega le cose qualcosa di invisibile, che è possibile vedere solo con gli occhi del cuore» (E. Drewermann, L’essenziale è invisibile. Una interpretazione psicoanalitica del Piccolo Principe, Queriniana Brescia 1993).

– Per la discussione:

ELOGIO DELLA TIMIDEZZA
La pacatezza, la capacità di tenersi in disparte, il riserbo – in una parola, la timidezza! – appaiono decisamente desuete, in un’epoca in cui il benessere si identifica sempre più con la volontà di potenza, la capacità di farsi largo, la spudoratezza, scambiata inautenticamente per sincerità, l’aggressività verbale e fisica.
Educhiamo da subito i nostri giovani alla competitività esasperata, a non arrossire mai, a interpretare il silenzio solo come strutturale incapacità di calcare il palcoscenico della vita come protagonisti.
Eppure, come afferma Demetrio: «I timidi, specie quelli quasi felici o che lo sono stati o che lo sono perché si sono accontentati, in sincera gratitudine pur non sapendo a chi mai esprimerla, sono più preparati a uscire dai diversi palchi dell’esistenza in quanto non vi hanno mai creduto. Non pensano che i successi conseguiti siano stati poi così importanti. Sono più preparati, perché vanno incontro al congedo almeno con un pensiero diuturno. Sono più avvezzi ad avere una vita meno grama e meno perseguitata dal demone della sconfitta personale. Non tale in ogni caso però da generare quella contentezza satolla e quella sicumera che, se riempie di sé tutta una vita, non predispone certo a intraprendere una strada schiva. Tanto meno, quando lo si deve, e si dovrebbero accettare di lasciare ad altri la scena guardando a come cambiare i propri giorni» (La vita schiva. Il sentimento e le virtù della timidezza, R. Cortina, Milano 2007).

– Nel momento stesso in cui abbiamo delegato alla tecnica, che a tutt’altro è deputata, l’elaborazione e la regolamentazione di ogni nostra modalità di essere e agire, abbiamo, ipso facto, abdicato alla nostra libertà di persone, capaci di costruire in modo autonomo scenari di vita e di senso che non siano quelli omologanti, aggressivi, improntati alla visibilità estrema (culto dell’immagine) dell’uomo tecnologico. In questo contesto, come sottolinea Gustavo Pietropolli Charmet, nel suo ultimo, bellissimo libro: Fragile e spavaldo. Ritratto dell’adolescente di oggi, Laterza, Roma-Bari 2008, a Edipo è subentrato Narciso. Ovvero, da un sistema educativo imperniato sulla colpa, declinabile nei termini del contrasto tra regole morali e loro trasgressione da parte dei giovani, si è passati ad un contesto in cui più che i valori conta trasmettere l’affetto, per di più ad un figlio sovente unico, sul quale proiettare ogni genere di aspettative di realizzazione e di visibilità sociale. Nasce così Narciso, il figlio che deve essere a tutti i costi bello, intelligente, sportivo, capace di primeggiare su tutto e su tutti. In altri termini, il benessere del figlio viene identificato con la percezione che gli altri hanno della sua immagine, del suo essere sempre all’altezza. Ecco, allora, che la vergogna prende il posto della colpa edipica: infatti, il figlio non è in grado, per ovvie ragioni, di primeggiare sempre e comunque, e per questo si sente mortificato, inadeguato, frustrato. La vergogna uccide l’anima, poiché, mettendo in dubbio il valore complessivo di noi stessi come persone, denudando il nostro Sé, tracima non di rado nella depressione o in un radicato, violento sentimento di vendetta verso coloro che pensiamo ci abbiano umiliati.
Alla luce di queste considerazioni, provate a chiedere ai vostri ragazzi se si sentono più figli di Edipo o di Narciso, e quindi date vita ad una feconda discussione su queste tematiche.

– Per la discussione:

BENESSERE E CORPOREITÀ
Viviamo in un’età in cui, pensando di aver decifrato ogni «dentro» grazie al progressivo scandagliamento dell’anima in tutta la sua ampiezza, abbiamo finito, in realtà, per depsicologizzarlo, oltrepassando le zone del non detto, il fondo oscuro, inaccessibile, segreto, cioè»separato», con cui la stessa anima si è annunciata fin dall’origine al mondo.
Ancor più semplice, poi, è apparso il tragitto che ha portato a svelare ogni «fuori», il corpo, infatti, è stato ed è sovente oggetto di continue manipolazioni, aggiustamenti, ri-modellamenti, in vista di un Corpo Unico, uniformato, omologato al sistema tecnologico, al quale nulla deve sfuggire per potersi imporre facilmente come unico, onnicomprensivo orizzonte di senso.
Il nostro corpo viene così sempre più esibito che vissuto: basti pensare a quanti cercano di modellare il proprio corpo guidati dall’idea dell’estetica perfetta, grazie ai sempre più sofisticati strumenti delle palestre tecnologiche, più simili ad astronavi che a luoghi ludici, di sana ri-creazione fisica. In realtà, un certo uomo della tecnica, e quindi anche i suoi figli, cerca solo l’efficienza, la fredda, meccanica perfezione tecnica, perché così impongono i nostri tempi, dove tutti devono essere efficienti, produttivi, forniti di un’obbediente ragione strumentale e di corpi da reclamizzare, con cui consegnarsi agli altri come oggetti da ammirare e imitare, per perpetuare l’omologazione, e non certo come corpi vissuti, abitati, sentiti. Viviamo avvolti da un narcisismo tecnologico e quindi cosmico, poiché la tecnica è divenuta la Forma della nostra civiltà; tuttavia è un narcisismo che nasce da una vertiginosa insicurezza, da un’ansia paralizzante, in definitiva dal timore profondo che un corpo non regolato sugli stessi ritmi esistenziali, non tatuato, non ricostruito con lifting, diete, palestre, divenga oggetto dello sguardo reificante dei corpi tecnologizzati, sia visto come corpo discreto, cioè distinto e, di conseguenza, «ammalato», non inserito nell’Estetica generale, grottesco.
Occorre, allora, riguadagnare l’identità con il proprio corpo, sentirlo e viverlo nella sua unità con l’anima, abitarlo in modo caldo, accettarlo nei suoi segni identificativi originari, senza che questa identità sia ricostruita artificialmente al solo scopo di sedurre o di farsi imitare per incrementare il numero degli omologati.
Questo non significa demonizzare la cura del corpo, il ricorso alle diete o la frequentazione delle palestre. Anzi! L’uomo ha tutto il diritto di voler stare bene, di sentirsi sicuro del e nel proprio corpo, di renderlo piacevole, armonico, di correggerlo nelle sue eventuali imperfezioni, a patto, però, che questo non comporti una ricerca esasperata della perfezione ideale.

– Per la discussione:

LE CONDIZIONI DELLA VITA BUONA: DAL BENESSERE ALLA BENEVOLENZA

«Nel nostro tempo la relazione Io-Esso si è molto gonfiata e, quasi incontrastata, ha assunto la direzione e il comando. Signore di quest’ora è l’Io di tale relazione, un Io che tutto possiede, tutto fa e a tutto si adatta, incapace di pronunciare il Tu e di andare incontro a un’ esistenza con autenticità» (M. Buber, L’eclissi di Dio, Mondadori, Milano 1990).

Al centro della riflessione di Martin Buber, uno dei pensatori più profondi e originali del Novecento, ci sono i temi del dialogo e della relazione.
Buber chiama esperienza il rapporto dell’Io con le cose e relazione il rapporto Io-Tu, proprio ad indicarne la strutturale differenza: là ove il rapporto si riduce all’esperienza, si perde di vista l’umano, cioè l’apertura autentica verso l’alterità, il riconoscimento che l’Io esiste per l’altro.
Buber ci chiarisce il concetto in questione con un ulteriore distinzione tra Io-Esso e Io- Tu, dove l’Io-Esso è connotato in misura specifica dalla superficialità della relazione, con il primato assegnato all’avere, al possesso, mentre l’Io-Tu è abitato fin dall’origine dalla profondità del dialogo e dalla calda intimità dell’essere. Insomma, è nel dialogo, nella relazione Io-Tu che si attua il riconoscimento della persona e si danno le condizioni per un’ esistenza autentica.
Le molteplici forme di empatia, di solidarietà, di volontariato sono possibili solo a partire dal riconoscimento delle condizioni che rendono una vita degna di essere vissuta fino in fondo. In altri termini, la mia apertura solidale verso il Tu – la transizione dal benessere alla benevolenza come dono agli altri del mio stare bene – è possibile solo a partire dall’individuazione di quegli elementi di portata transculturale, cioè capaci di registrare il più ampio consenso, che stanno alla base della vita buona.
Questi elementi, ricordati dalla Nussbaum, nel suo Giustizia sociale e dignità umana. Da individui a persone (Il Mulino, 2002), possono essere così sintetizzati:
– diritto ad una vita umana di normale durata;
– salute e integrità fisica;
– essere in grado di usare i propri sensi per immaginare, pensare, ragionare;
– essere forniti di un’intelligenza affettiva, elemento ineludibile su cui fondare il rapporto con l’altro;
– essere forniti di una visione critica dell’esistente e sapersi pronunciare su ciò che è bene e male (ragion pratica, libertà di coscienza);
– coltivare il proprio aspetto ludico;
– essere in grado di relazionarsi con altre specie, proteggere e controllare il proprio ambiente in tutte le sue declinazioni;
– avere il senso dell’appartenenza, che la Nussbaum esplicita così: «A) Poter vivere con gli altri e per gli altri, riconoscere l’umanità altrui e mostrare preoccupazione per il prossimo; impegnarsi in varie forme di interazione sociale; essere in grado di capire la condizione altrui e provarne compassione; essere capace di giustizia e di amicizia […]. B) Avere le basi sociali per il rispetto di sé e per non essere umiliati; poter essere trattata come persona dignitosa il cui valore eguaglia quello altrui. Questo implica, al livello minimo, protezione contro la discriminazione in base a razza, sesso, tendenza sessuale, casta, etnia, origine nazionale».
Se l’uomo, in definitiva, prescinde dal riconoscimento dei cardini della vita buona, dalla dialogicità e dal connesso primato dell’Io-Tu sull’Io-Esso, non sarà mai in grado di attuare il passaggio dal mero individuo alla persona e, quindi, di aprirsi al Tu nella dimensione dell’esistenza autentica.

L’ANIMA IN AZIONE

Ci sembra interessante e formativo praticare con i vostri ragazzi il dissenso emozionale in questo modo: agli slogan, alle canzoni, ai film che pubblicizzano immagini forti di sé, corpi scolpiti o quasi ascetici, comportamenti estremi, rispondete stimolando i ragazzi a scrivere, a loro volta, slogan, canzoni, poesie… che inneggiano, invece, al pudore, ai valori della timidezza, al benessere come rapporto autenticamente armonico con se stessi e con il mondo, alla benevolenza come dono agli altri del proprio stato di benessere.
Raccogliete il materiale prodotto e date vita ad un incontro – o ad una sorta di mostra – aperto anche ad altre parrocchie, oratori, centri giovanili…