Cantieri dell’anima /7

Fabio Gabrielli

(NPG 2009-02-73) 


Viviamo in un’epoca quanto mai ciarliera, che pretende di scandagliare anime e corpi, scambiando la violazione dell’intimità e l’oltraggio di quell’irripetibile mistero che ciascuno di noi è, del quale il pudore è custodia originaria, con la mistificante pretesa di sincerità, poiché nell’età della tecnica tutto deve essere visibile, esibito, controllato, manipolato.

In questo lacerante contesto, rinominare il mondo all’insegna dell’ascolto, soprattutto quello poetico, si impone come un tracciato ineludibile per l’educazione dei giovani. Vale davvero la pena di ascoltare, almeno ogni tanto, i poeti, i quali, per usare le suggestive e potenti immagini di Hugo von Hofmannsthal, vivono confinati nel «sottoscala», da cui, senza che nessuno se ne avveda, possono osservare con attenzione il flusso della vita che gli scorre di fronte; essi sono «null’altro che occhi e orecchi».
E ancora: i poeti, per le tensioni esistenziali da cui sono attraversati, sono come «palombari» sui quali agisce»la pressione di incommensurabili atmosfere», ma sono anche come «sismografi» capaci di trasporre «in vibrazione ogni scossa, prodotta anche migliaia di miglia lontano».
Il poeta è l’Occhio e l’Orecchio del mondo, è colui che non teme il naufragio della parola, poiché, prima che dalla parola, egli è abitato, nei suoi versi, dalla verginale voce del cuore e dalle grammatiche esistenziali dell’anima, che non scalpellano asettici codici morali, non sentenziano, non vaticinano, non afferrano per possedere, ma sfiorano e lambiscono per riconoscere e rispettare la sacralità del volto. Di ogni volto!

L’ANIMA MEDITANTE

In un’epoca dove c’è un sovraccarico di comunicazione omologante, senza creatività e senza capacità di creare paesaggi alternativi al conformismo dei sentimenti e delle parole a cui li affidiamo, coglie nel segno Galimberti, in Idee: il catalogo è questo (Feltrinelli, 1999), quando afferma:

«Perché i poeti creano sul momento le parole che nominano le situazioni e le cose, non ne dispongono prima, non ne hanno, come gli aventi diritto-di-parola, di già confezionate. I poeti camminano accanto alle situazioni e alle cose, e nel loro incedere c’è lo stile del viandante, non quello del topografo che delimita spazi e misura percorsi. Per il topografo la via è un tracciato con una sua segnaletica e una sua direzione, per il poeta è un essere semplicemente per via, con quei viandanti che la via ha messo in cammino. La direzione scaturisce da ogni incontro, perché ogni incontro dispiega in ogni uomo, l’uomo».

I poeti sono, così, «i custodi della soglia», e perciò Heidegger li chiama «i più arrischianti», perché ci proteggono dai mistificanti rumori del mondo, dalla banalizzazione dei pensieri e dei sentimenti. Insomma, il poeta abita l’inusuale, lo straordinario, celato dalla quotidianità impersonale, meccanica, e per questo invisibile agli occhi dei più. La sua voce è apertura originaria ad ogni vibrazione dell’anima, della cui sacralità è custode indefettibile.
I poeti promuovono, in questo modo, all’ascolto del non detto, del taciuto, perché scomodo o non omologato al dire dei più, facendosi così portavoce di quanti sanno arrischiarsi nelle terre non protette dalla ragione calcolante, dal dire misurante e delimitante, ovvero dal vivere binario che tutto cataloga e distingue nel segno del sì-no, vero-falso, utile-inutile…, in nome di scenari conosciuti solo dal fondo opaco ed enigmatico dell’anima simbolica, che sa bene come custodire l’originaria con-fusione di idee e sentimenti.
A nostro avviso, dalla voce dei poeti è possibile trarre alcuni gravidi suggerimenti sulla dimensione dell’ascolto come vitale impegno etico, al di là della diversità di stile, contesto storico e culturale, orizzonte di senso.
In modo particolare, leggendo e meditando i poeti, ogni autentico poeta, possiamo ricavare preziosi tracciati esistenziali sulla parola come cuore dialogico, sulla piena identità di anima e cuore, sul primato dell’interesse sulla curiosità, sull’ozio come tempo contemplativo.

La parola come cuore dialogico

La parola si configura, come luogo privilegiato dell’integrazione, del riconoscimento responsabile dell’altro, come cuore dialogico da cui far germinare gli atti costitutivi della persona: l’amore e la speranza.
La parola, tuttavia, è dono di senso solo se trasforma la semplice comunicazione in comunione: il soggetto comunicante che contribuisce, all’interno di altri orizzonti comunicativi, a creare quello che Buber definisce «l’ostetrico», autentico «centro vivente e potente».
La metafora dell’«ostetrico» risulta particolarmente vibrante e suggestiva, proprio perché la comunità è feconda, quando non fa leva sulla comunicazione impersonale, anonima, fredda, esteriore, bensì sul linguaggio caldo, avvolgente, sulla parola responsabile, amorosa, oblativa; quando si passa, insomma, dall’interiorità, dalla privatezza dei sentimenti o dei codici pubblici dell’istituzione, sovente statici e omologanti, allo «sfregamento di anime», al dialogo entusiastico e fecondante, espressivo dell’intelligenza affettiva, finalizzato al Noi comunitario.
Per andare oltre l’autarchia, il solipsismo, l’arroccamento privatistico, ma anche per difendersi dalla staticità istituzionale della vita pubblica che sovente coincide con il «si» impersonale, anonimo («si dice», «si fa», «si pensa»…), occorre dare continuità esistenziale ed intensità etica al sentimento della distanza. In altri termini, è necessario che l’uomo problematizzi sempre il rapporto che ha con se stesso, lo rimetta in continua discussione, rimodulandolo o riplasmandolo sulla base della crescita progressiva dei propri codici rielaborativi, affettivi, dialogici.
In questo modo sarà possibile arginare il nostro io ipertrofico, limitarne le pretese totalizzanti e aprirlo, nella sua genuina creatività, irriducibile ad ogni con-formazione sociale, alla dimensione del Noi comunitario.
Il passaggio dalla comunicazione anonima alla dimensione comunitaria implica, in definitiva, due ineludibili condizioni:
– la condivisione di tutta la nostra ricchezza psicologica, delle nostre risonanze interiori, dei progetti o delle innumerevoli percezioni che ci abitano, senza pretendere, di violare la parte più riposta, segreta, intima dell’altro, conservando anche, di conseguenza, la verginità delle zone più ineffabili della nostra anima. La condivisione non implica, infatti, svisceramento completo, assoluto del nostro io più profondo, di un vissuto che è solo nostro e per questo si delinea come mistero, bensì si configura come dono di significati, espressivi delle modalità autentiche con cui disegniamo il mondo, al fine di ottenere una pittura armonica nella quale coesistano i colori dell’identità e della differenza;
– il prevalere della solitudine sull’isolamento: la solitudine è riflessione interiore, introspezione, continua rimeditazione sulla comprensione di noi stessi e degli altri, momentanea stasi dell’intelligenza affettiva che si ricarica di energie spirituali finalizzate alla solidarietà, alla relazione con l’altro; di contro, l’isolamento è incomprensione, lacerazione di ogni solidarietà: è oblio del tu che mi sta di fronte e nel quale il cuore e l’anima si identificano in tutta pienezza.

L’identità di anima e cuore

Il cuore, ovvero il luogo originario dell’affettività, ma anche della fame rabbiosa di «terre sconosciute», infatti, non è altro dall’anima, intesa indebitamente come mera razionalità, ma alberga in essa nella forma dell’inquietudine metafisica e dell’intelligenza affettiva.

«[…] Il mare è la metafora del cuore come la terra lo è dell’anima, perché a differenza dell’anima, che da quando è nata è sempre in cerca di salvezza, nel cuore c’è quella voglia di terre non ancora scoperte che solo il mare può concedere a chi non teme il senzaconfine dischiuso da quegli spazi senza meta dove neppure il tempo conosce altra segnalazione se non quella offerta dalla luce e dal buio: la luce di mezzogiorno che cancella tutte le ombre e il buio della notte dove la luna diffonde il suo raggio solo per ingannare con le ombre. Il senso del mondo si capovolge e l’incalcolabile, che sulla terra incute timore, diventa atmosfera del cuore costretto a non fidarsi né della calma trasognata dell’acqua né del suo burrascoso inabissarsi ed elevarsi, quando la costa è scomparsa e lo spazio e il tempo appaiono nel loro assoluto. Qui e solo qui, non dietro la siepe dell’ermo colle, appare quanto è spaventoso l’infinito, e con l’infinito quanto è spaventosa la libertà sognata prima che l’ultima catena ci sciogliesse dalla terra, ora che non esiste più terra alcuna, ma solo il più assetato degli elementi, il più affamato, il più pauroso, il più misterioso, il mare»

Questa pregnante pagina di Galimberti – tratta da Paesaggi dell’anima (ed. Mondadori) – soffre, a mio avviso, di una stortura che si radica nella divaricazione anima-cuore.
In altri termini, se per anima intendiamo semplicemente il luogo della ragione calcolante e disgiungente (vero-falso, sì-no, efficace-inefficace…), ovvero la ragione asettica, fredda, funzionale, catalogante, impersonale, allora essa è l’antitetico per eccellenza del cuore; se essa, invece, si configura come spazio verginale, abisso metafisico delle accelerazioni e delle decelerazioni, del contrarsi e del distendersi dell’esistenza, insomma dell’apertura di senso con cui significare le cose e rinominarle, quindi, non più secondo un’asettica razionalità, ma secondo un Senso ulteriore, allora il cuore altro non è che il pronunciarsi stesso dell’anima rabbiosamente affamata di assoluto, di cose ultime, continuamente alimentata dall’inquietudine che da sempre abita colui che veleggia verso «terre sconosciute».
Il cuore, dunque, abita l’anima e da essa non si disgiunge, nella misura in cui il pensiero meditante – la razionalità – incontra e accoglie l’affettività in quella suprema sintesi che è l’intelligenza affettiva o emotiva, dove la mente corrobora il cuore e il cuore feconda la mente lungo le inquiete vie che ci conducono al Senso ultimativo dell’esistenza.

Il primato dell’interesse sulla curiosità

La peculiarità dell’io consiste, o dovrebbe consistere, per usare una splendida immagine di Edith Stein, nel guardare il mondo con gli occhi spalancati, nell’aprirsi con fecondo interesse a tutto ciò che è umano e umanizzante.
L’interesse – dal latino «inter-esse» – si configura come un «essere fra», un con-essere, cioè un aprirsi al mondo e agli altri con pienezza emotiva e di sentimenti, con intelligenza qualitativa, e non con morbosa, inautentica curiosità.
Insomma, è veramente interessato alla vita colui che si esercita con costanza nel gioco delle palpebre, nel loro aprirsi al mondo con meraviglia per poi riabbassarsi al fine di meditare in modo davvero autentico sul contemplato, voltando così le spalle alle modalità passive, superficiali della curiosità, la quale non è mai soddisfatta proprio perché scivola accanto alle cose, si limita ad una conoscenza puramente quantitativa e non qualitativa, si accontenta solo di ciò che è già stato scoperto, ha timore dell’ignoto perché teme che possa ulteriormente alimentare la sua inautentica, morbosa irrequietezza. Ma come ci ricorda Seneca:

«Non si scoprirà mai nulla, se ci accontentiamo di quanto è già stato scoperto. Inoltre, chi segue le orme di un altro non trova nulla, anzi neppure cerca.
E allora? Non seguirò le orme dei predecessori? Percorrerò la vecchia strada, ma, se ne scoprirò una più breve e più piana, la aprirò. Coloro che hanno riflettuto su questi problemi prima di noi non sono nostri padroni, ma nostre guide. La verità è accessibile a tutti; nessuno se ne è ancora impossessato; gran parte di essa è stata lasciata da scoprire anche ai posteri».

La curiosità non ci spinge mai ad interrogarci veramente su noi stessi e, di conseguenza, su chi sia l’altro, in cosa consista la natura del suo volto, cioè la sua parte più vera, ma anche più fragile, più esposta.
Insomma, la curiosità omologa, serializza, è contrassegnata da un’esasperata irrequietezza che non permette al soggetto vedente di sperimentare la feconda lentezza della contemplazione, di meravigliarsi di fronte al contemplato, di provare stupore e interesse per l’esistente, di formarsi alla «scuola della visione». La curiosità è contrassegnata solo dall’ansia di aver saputo, senza alcuna preoccupazione, che il saputo sia stato interiorizzato, vissuto, serenamente compreso.
La curiosità è una delle forme perverse dello stare al mondo tra, ovvero di condurre la propria vita come cosa tra le cose, così come l’interesse si configura come modalità autentica dello stare al mondo con, ovvero come sovrabbondante energia relazionale, dono radicale dell’io al tu che gli sta di fronte.
Per uscire dallo scacco esistenziale, dal naufragio dell’anima al quale conduce la curiosità, dobbiamo scandagliare in ampiezza e profondità il nostro essere, al fine di prendere coscienza, con interesse, della nostra limitatezza che è nel contempo anche segno della nostra grandezza, ovvero di un pensiero «terricolo» che riconosce di non poter abbracciare l’eterno, ma che in esso vede, tra ombra e luce, la risposta ultimativa alle sue domande di senso.

L’ozio come tempo contemplativo

La nostra civiltà, opulenta, frenetica, omologante, tutta produzione e consumo immediato, senza alcuna dilazione, dimentica di ogni forma di temperanza, ha smarrito, di conseguenza, anche l’antico significato dell’ozio, depotenziandolo nella sua energia progettante per ridurlo a svago, ad un «vuoto» inopportuno nella macchina produttiva del sistema tecnologico, oppure ad un’assoluta sospensione di ogni attività concettuale, al solo scopo di «ricaricarsi» in vista della ripresa produttiva.
Ozio diventa, così, parola inopportuna, a maggior ragione da bandire nella nostra civiltà, in cui il nesso tra tempo, denaro, produzione e consumo risulta il tratto distintivo. Eppure ozio rinvia nel suo significato originario al greco schole, «quiete», «riposo», «tempo libero» e, quindi, «tempo per sé», ovvero tempo operoso, finalizzato alla nostra realizzazione più autentica. L’ozio diventa, allora, lavoro di dissodamento e di semina dei territori dell’anima; un autentico lavoro interiore, un’esplorazione delle nostre terre più intime, quelle che non abbiamo mai percorso perché completamente assorbiti dai ritmi produttivi delle città-officine.
Approfittiamo, dunque, della pausa concessa dal sistema tecnologico per rimanere soli e in costante dialogo con noi stessi, rompendo quel falso silenzio che, in fondo, è il tentativo di mantenere segrete quelle verità interiori che non abbiamo il coraggio o la forza di affrontare.
E, allora, l’ozio diventa tempo del sapere dell’anima, cittadella interiore, luogo in cui coltivare la ragione affettiva e riscoprire l’essenziale; ma anche momento propizio per rivisitare gli originari paesaggi del corpo, i suoi ritmi naturali, la sua simbiosi con il mondo, non più inteso come spazio da usurpare e manipolare in vista della produzione, bensì come dimora da abitare con sguardo meravigliato, quasi verginale.
In definitiva, il tempo dell’ozio è un tempo contemplativo, che scorre lento, paziente, carico di significati esistenziali, affettivi ed etici per chi lo sa vivere veramente: è una vacanza dell’anima che si riposa lavorando su se stessa, per se stessa e per un più autentico rapporto con gli altri, visti non solo sotto il segno della competitività, bensì della prossimità affettiva e della fragilità esistenziale.

IL PENSATOIO

– Vale la pena di leggere e meditare con i vostri giovani gli splendidi versi di Costantino Kavafis (1863-1932) e, di seguito, quelli di Wystan Hugh Auden (1907- 1973), senza alcun commento preliminare, in modo che ogni giovane lettore possa modellare, in piena autonomia, queste poesie sui suoi vissuti affettivi, sulle sue emozioni, sulla sua sensibilità esistenziale, sempre con la convinzione, però, che i poeti sanno dare vera voce allo sgomento, alla sofferenza, alla meraviglia, all’amore, alla gioia… riconducendo all’unità del cuore ogni nostra caotica, frammentata esperienza interiore.
Iniziamo a leggere Kavafis:

Quanto più puoi
Farla non puoi, la vita,
come vorresti? Almeno questo tenta
quanto più puoi: non la svilire troppo
nell’assiduo contatto della gente,
nell’assiduo gestire e nelle ciance.
Non la svilire a furia di recarla
così sovente in giro, e con l’esporla
alla dissennatezza quotidiana
di commerci e rapporti,
sin che divenga una straniera uggiosa.

Ed ecco i versi altrettanto splendidi di Auden:

Canzone
Calde sono le quiete e fauste miglia,
bianche spiagge di desiderio vanno,
il riconoscimento riempie intero
di luce il gran giorno, e il minuscolo
mondo degli amorosi abbracci brilla.
Silenzio invade il respiro del bosco
dove un tesoro stringon membra torpide.
Ora inesperta cade l’ombra dotta
sulle ciglia addormentate
e induce il loro segreto a sorridere.
Nuovi! Tornati! I perduti son nati
sui mari di naufragio, finalmente a casa:
guarda! Nel fuoco della lode brucia
il secco e muto ieri, e noi
per tutto il giorno della vita
non ci lasceremo più.

– Provate a riflettere con i vostri giovani sulle superbe parole del grande poeta brasiliano Carlos Drumond de Andrade, il quale, nella sua poesia Corpo, ci invita ad indagare, prima degli enigmi del mondo, quell’enigma che è l’uomo, abitato dall’ignoto, dall’inquietudine e da una permanente, rabbiosa fame di eternità:

«Come decifrare pittogrammi di diecimila anni fa/ se non so decifrare la scrittura dentro di me?/ Interrogo segni dubbi/ e le loro variazioni caleidoscopiche/ osservandoli attimo dopo attimo. La verità essenziale/ è l’ignoto che mi abita/ e ogni mattina mi colpisce con un pugno».

– Un brano per la riflessione:
«Dopo aver camminato a lungo per le vie, in mezzo alla gente, alle cose e ai segnali, ho voglia di isolarmi dal rumore: cerco un luogo tranquillo per riposare, rilassarmi, pensare; per non pensare a niente, svuotarmi i sensi e la testa; per concentrarmi, smettere di sentire, cominciare ad ascoltare. […]
Questa condizione di silenzio e di solitudine mi permette di ritrovare una percezione di me e del mondo che mi sta attorno, precisamente un ascolto. Il silenzio che mi sono procurato, isolandomi dai rumori normali, mi permette di ascoltare. […] Mi accorgo che in questo rilassarmi ho lasciato essere una dimensione di apertura della mia esperienza che di solito è messa a tacere».
Questa penetrante riflessione, tratta da L’esercizio del silenzio di Pier Aldo Rovatti (R. Cortina Editore), ci suggerisce la dimensione feconda del silenzio, inteso come spazio privilegiato per dare voce a ciò che, in un mondo che ci appare sempre più imprevedibile, disorientante, quando non ostile, teniamo segregato in quella gabbia d’acciaio che è diventata la nostra anima, in modo da poterci omologare ai linguaggi e ai vissuti dei più.
E questo perché l’omologazione esistenziale ci offre una sorta di rassicurante rifugio contro la fatica del vivere e, soprattutto, non mette alla prova il nostro coraggio, la nostra libera volontà di progettare percorsi alternativi a quelli efficientistici e produttivistici che connotano in modo radicale questo nostro stare al mondo.
Discutetene con i vostri ragazzi, dando vita ad una discussione interna o a una sorta di tavola rotonda, aperta a genitori, ai giovani di altre parrocchie o oratori… sul tema dello «Stare in ascolto del silenzio».

– M. Buber, nel suo bellissimo Il cammino dell’uomo secondo l’insegnamento chassidico (ed. Qiqajon), ci ammaestra così:

«C’era una volta uno stolto così insensato che era chiamato il ‘Golem’. Quando si alzava al mattino gli riusciva così difficile ritrovare gli abiti che alla sera, al solo pensiero, spesso aveva paura di andare a dormire. Finalmente una sera si fece coraggio, impugnò una matita e un foglietto e, spogliandosi, annotò dove posava ogni capo di vestiario. Il mattino seguente, si alzò tutto contento e prese la sua lista: il berretto: là, e se lo mise in testa; i pantaloni: lì, e se li infilò; e così via fino a che ebbe indossato tutto. Sì, ma io, dove sono? – chiese all’improvviso in preda all’ansia – dove sono rimasto? Invano si cercò e ricercò: non riusciva a trovarsi. Così succede anche a noi».

Provate con i vostri ragazzi a discutere il significato di questo suggestivo passo.

– Il riconoscimento, l’identificazione della persona, ha alimentato senza posa il cammino speculativo di Paul Ricoeur, uno dei maggiori filosofi contemporanei.
Un cammino necessario, perché se non insegniamo ai nostri ragazzi ad ascoltare se stessi e, quindi, a riconoscersi, non saranno mai in grado di proiettarsi in una dimensione interumana, e l’altro sarà per loro sempre il diverso e non un volto grondante della loro stessa umanità.
Leggete insieme ai vostri ragazzi queste riflessioni di Ricoeur, tratte da un’intervista rilasciata ad «Avvenire» il 24 giugno del 2001, e discutetene con loro:

«Nella società presente, massificante e globalizzante, è importante capirsi e capire, ma anche farsi capire, farsi riconoscere. Sono infatti persona soltanto quando la mia richiesta di essere riconosciuto da un altro ha ricevuto una risposta positiva; dunque non è mai da solo che si è persona, si diventa persona in un rapporto di mutualità. II “l’un l’altro” è costitutivo della personalizzazione».

«Si tratta di imparare a riconoscersi, a identificarci come persona anche in vista della comprensione che gli altri potranno avere di noi. Consideriamo un caso emblematico, quello del rapporto con gli immigrati. In Europa e anche in Italia giungono stranieri provenienti da ogni parte dell’Africa, soprattutto settentrionale, e dell’Oriente e dell’Europa balcanica. Se vogliamo davvero accoglierli, al di là delle giuste e necessarie e prioritarie regole da stabilire, non dobbiamo solo cercare di capirli o di penetrare la loro mentalità, la loro psicologia, la loro civiltà, ma attuare un autentico capovolgimento di prospettiva comunicativa, cioè metterci in condizione di farci capire, insomma di farci riconoscere. Ora accettare gli altri significa ricostituire anche in noi il senso di una appartenenza umana: senza l’altro da me sono nessuno, almeno sotto il profilo comunitario e siamo se la nostra domanda di riconoscimento viene accolta. Naturalmente non sto suggerendo la fusione, la limitazione dell’identità, ma la consapevolezza che la corresponsabilità comporta il mutuo riconoscimento. Se noi ci mettiamo nella condizione di farci comprendere, gli altri saranno automaticamente investiti dalla responsabilità di comprenderci. Ciò vale naturalmente per tutti gli ambiti della convivenza umana, sociale, politica».

– Una riflessione filosofica-sapienziale:

«[…] Per un uomo vivere significa convivere con gli altri e comunicare in qualche modo con essi. Quando le forme e i modi di tale comunicazione sono superficiali, imperfetti, limitati ad uno scambio di servizi o di frasi fatte o di chiacchiere inconcludenti, la vera comunicazione non c’è, perché gli interessi e la vita stessa dell’individuo sono messi in disparte. La persona si sente negletta, trascurata, incompresa, abbassata al livello di un semplice strumento della macchina sociale e perciò il tedio e l’insofferenza finiscono per dominarla. Questa solitudine è in verità l’isolamento in cui l’individuo si sente gettato dalle circostanze e da cui vorrebbe uscire grazie alla comprensione degli altri» (N. Abbagnano, La saggezza della vita, Rusconi, Milano 1991).

Confrontatevi con i vostri giovani su queste riflessioni, ampliandole anche sulla base di film, canzoni, esperienze di vita che vi vengono suggeriti dagli stessi ragazzi nel corso della discussione.

L’ANIMA IN AZIONE

«L’esistenza, proprio perché è umana, non può essere muta, silenziosa, ma nemmeno può nutrirsi di parole false; solo di parole vere, con cui gli uomini trasformano il mondo. Esistere umanamente è dare un nome al mondo, è modificarlo. Il mondo denominato, a sua volta, ritorna in forma di problema ai soggetti che gli danno un nome ed esige da loro una nuova denominazione. […] Se il parlare autenticamente, che è lavoro, che è prassi, significa trasformare il mondo, parlare non è privilegio di alcuni uomini, ma diritto di tutti gli uomini. […] Il dialogo è questo incontro di uomini, attraverso la mediazione del mondo, per dargli un nome, e quindi non si esaurisce nel rapporto io-tu. […] Non esiste dialogo, però, se non esiste un amore profondo per il mondo e per gli uomini» (L’educazione come pratica della libertà, Mondadori, Milano 1973).

– Paulo Freire, nella corposa e intensa riflessione citata, sottolinea la forza creatrice della parola, capace di nominare il mondo, di trasformarlo, di problematizzarlo, ma, soprattutto, di aprirlo alla relazione, alla progettualità comunitaria. Cosa ne pensate?

– A proposito della funzione oblativa dell’ascolto, della sua valenza etica, potete dare vita ad una discussione con i vostri ragazzi, dopo aver letto questa bella pagina di Jean Guitton:

«La morale insegna al bambino che la sua libertà finisce là dove inizia quella degli altri. Altrimenti non ci sarebbe vita sociale possibile. Sarebbe la legge della giungla, in cui il più forte divora il più debole. È quello che succede in alcune periferie. Quando la morale, le regole del gioco sono rifiutate da una forte minoranza di rivoltati, è la legge della giungla ad imporsi. La società presto non sarà più vivibile, va verso la sua autodistruzione. L’insicurezza comporta la fuga dei quadri, cosa che finisce di destrutturare la società. La rivoluzione, la mutazione é quella di sostituire l’amore all`odio, il dono di sé all’egoismo. I giovani comprendono questo perfettamente. Possono essere talmente generosi quando aderiscono a un grande ideale» (Il libro della saggezza e delle virtù ritrovate, Piemme, Casale Monferrato 1999).