Cantieri dell’anima /5

Fabio Gabrielli

NPG (08-07-54) 


L’ANIMA MEDITANTE

Zygmunt Bauman, sociologo di fama internazionale, è considerato uno dei teorici più autorevoli del postmoderno, cioè di quella modalità filosofica di rapportarsi al reale che ha in Derrida, anche se con qualche riserva, e in Lyotard i suoi autori più significativi. Alla fiducia del moderno nel progresso, nella razionalità indiscussa e indiscutibile della storia, nei principi forti, nei «macroracconti», per dirla con Lyotard, o «grandi racconti», capaci di presentarsi come totalizzanti e onnicomprensivi orizzonti di senso, il postmoderno sostituisce visioni consapevolmente parziali della condizione umana, espressive della sua incertezza, della sua precarietà, ove non è più reperibile un Centro informatore, sia esso metafisico, etico, estetico.
In questo contesto, le analisi di Bauman spaziano dal ruolo degli intellettuali nella contemporaneità fino ai più recenti studi sui mutamenti politici e sociali indotti dalla globalizzazione.
Non a caso, una delle opere più significative del Nostro è Modernità liquida (ed. Laterza, 2002), dove il termine «liquida» sta ad indicare la nuova fase della nostra società, caratterizzata, appunto, dal dissolversi, dal liquefarsi di tutto ciò che persiste nel tempo.
Alla luce di queste considerazioni, si capisce perché l’amore stesso sia «liquido», espressivo, in altri termini, di un allentamento dei legami, di un loro precario stringersi e sciogliersi a seconda del mutamento del quadro esistenziale in cui tali legami sono inseriti. Da qui l’ambivalenza del discorso amoroso, sospeso tra desiderio di sicurezza affettiva e coscienza della fragilità, della precarietà di ogni rapporto, all’interno del quale il «finché morte non ci separi» diventa un anacronistico «macroracconto», un reperto archeologico, un mito delle generazioni «moderne».
Ma ecco una puntuale e corposa pagina, tratta da: Amore liquido. Sulla fragilità dei legami affettivi (ed. Laterza, 2004), nella quale Bauman fissa in modo davvero paradigmatico quanto stiamo dicendo:

«La ‘relazione pura’ tende oggigiorno ad essere la forma prevalente di aggregazione umana, instaurata ‘per quanto ne può derivare a ciascuna persona’ e ‘continuata solo nella misura in cui entrambi i partner ritengono che dia a ciascuno di essi abbastanza soddisfazioni da indurre a proseguirla’ [...].
Una delle caratteristiche della relazione pura è che può essere troncata, più o meno a proprio piacimento e in qualsiasi momento, da ciascuno dei due partner. Perché una relazione abbia una chance di durare, è necessario l’impegno; ma chiunque si impegni senza riserve rischia di soffrire molto in futuro qualora la relazione dovesse dissolversi.
L’impegno verso un’altra persona o verso più persone, in particolare un impegno incondizionato e di certo un tipo di impegno ‘finché morte non ci separi’, nella buona e nella cattiva sorte, in ricchezza e in povertà, assomiglia sempre più a una trappola da scansare a ogni costo. [...].
Investire sentimenti profondi nel rapporto e fare un giuramento di fedeltà significa correre un rischio enorme: ti rende dipendente dal tuo partner e... la tua dipendenza... potrebbe non essere e non deve essere necessariamente ricambiata. E quindi tu sei legato, ma il tuo partner è libero di andare, e nessun tipo di legame capace di mantenere te al tuo posto è sufficiente a garantire che l’altro non se ne vada. [...].
Rapporti elastici e facilmente revocabili hanno sostituito il modello di unione personale ‘finché morte non ci separi’».

Il postmoderno ha finito, così, per ridurre l’amore a legame instabile, «elastico», «revocabile», dove l’impegno affettivo è compresso in frammenti temporali continuamente rimodulabili e reversibili, e dove la promessa duratura del dono viene scambiata per faticosa e ingombrante dipendenza da un partner che potrebbe sottrarti, con la sua costante presenza affettiva, le innumerevoli possibilità che il Mercato tecnologico, in modo subdolo, alimenta senza posa; oppure, se credi ancora nell’amore duraturo, corri il rischio di non essere ricambiato nelle tue attese affettive ed esistenziali, entrando, in questo modo, in un perenne stato di angosciosa insicurezza. Oggi, purtroppo, si sta perdendo sempre più la familiarità con il mondo dei gesti, dei sensi finalizzati all’affettività: c’è chi al contatto caldo, oblativo, insostituibile dei corpi, sostituisce – con una certa frequenza – amori virtuali, «in rete», costituiti dalla carne insensibile della parola; una fredda sequela di segni impressi sui monitor, visti come un’erronea finestra sul mondo, un improbabile tentativo di rompere il guscio della solitudine che caratterizza le notti dell’uomo della tecnica. Anche tanti rapporti amorosi voraci, consumati negli spazi angusti, compressi tra lavoro, frenesia sociale, stanchezza esistenziale, non fanno altro che confermare quanto stiamo dicendo.
Contro questa mistificazione dell’amore, svilito a mera riproduzione meccanico-temporale dell’età della tecnica, di cui ha assunto forme, gesti e grammatiche di vita, occorre recuperare l’amore escatologico.

L’amore escatologico

Prima di caratterizzarne i contenuti di fondo, ci permettiamo un essenziale tracciato semantico, utile per cogliere appieno la portata del termine escatologico. Il termine greco éschaton, che rinvia ad un’esperienza fondamentalmente spaziale, significa «l’estremo», «il più remoto» (vedi eschatiá: «le estreme propaggini»). Nella Bibbia, invece, éschaton ha un significato più temporale, nel senso di orientamento al futuro, di dialettica della storia verso una direzione di marcia dove il fine e la fine trovano coincidenza. Nel Nuovo Testamento, infine, éschaton caratterizza il ritorno definitivo del Signore (vedi escháta heméra in Gv 6-39 ss.: «l’ultimo giorno»).
Insomma, l’éschaton è il manifestarsi di ciò che è stato lungamente atteso, il compiersi di una promessa, l’attualizzarsi di un Ritorno, lo svelarsi, il mettersi a nudo, l’apocalisse (éschaton connesso con apokalypto).
L’amore umano, in questo contesto, è legame che dura, attesa fedele e fiduciosa del Senso originario che si offre definitivamente come compimento della storia, custodia analogica, umana, di una relazione (uomo-donna-figlio/a) che si radica nel Mistero, capacità di dare continuità cristiana ad un rapporto che ha il suo significato ultimo e ultimativo nel ritorno di Cristo.
Si capisce, allora, come l’amore escatologico non sia una semplice esperienza che sta nel tempo, ma un ponte gettato sull’Eterno che irrompe nella storia per innalzarla e redimerla.
Vediamo, adesso, alcune forme di questo amore supremo:

– L’amore escatologico invita ad una riscoperta forte dei gesti, dei sensi, in particolare del tatto, del toccare, del premere con tenerezza, dell’accarezzare, come espressioni di una corporeità vissuta e non più solo mascherata.
Sulla centralità dei sensi – capaci di cogliere non solo l’esteriore, ma anche l’interiore dell’uomo – Feuerbach, che non fu solo il filosofo dell’ateismo, ma anche di una visione dell’uomo estremamente ricca e suggestiva, ci offre, in La filosofia dell’avvenire, una parola decisiva:

«Con i sensi non cogliamo soltanto la pietra e il legno, né soltanto la carne e le ossa, quando stringiamo le mani e premiamo le labbra di un essere senziente, allora cogliamo anche i sentimenti; con le orecchie non sentiamo soltanto il fruscio dell’acqua e il mormorio delle foglie, ma anche la ispirata voce dell’amore e della sapienza; non vediamo soltanto le superfici rifrangenti o gli spettri luminosi, ma guardiamo anche nell’occhio dell’uomo. Oggetto dei sensi è non soltanto quindi ciò che è esterno ma anche ciò che è interno, non solo la carne ma anche lo spirito, non solo la cosa, ma anche l’io».

– Occorre, poi, recuperare l’originaria dimensione dell’amore, declinabile nei termini dell’impegno arduo, della speranza costruttiva nell’altro, della risposta stabile del cuore, luogo di ogni integrazione, dell’attesa disinteressata di un dono irripetibile, della risposta feconda a questa stessa attesa.
Ecco, a questo proposito, le stupende riflessioni del Marcel di Homo viator:
«Amare un essere significa attendere da lui qualcosa d’indefinibile, d’imprevedibile; significa nel contempo dargli in qualche modo la possibilità di rispondere a questa attesa. Sì, per quanto possa sembrare paradossale, attendere significa in qualche modo donare; ma altrettanto vero è il contrario: non attendere più significa contribuire a rendere sterile l’essere dal quale non si attende più niente, significa dunque in qualche modo privarlo, togliergli in anticipo qualcosa».

– L’amore escatologico trova la sua armatura spirituale nel pudore, quel sentimento assoluto che ci difende dagli sguardi di desiderio che sono ben altro dagli sguardi d’amore. L’amore, nel suo donarsi, si affida alla strategia della distanza, rispetta, cioè, i tempi del corpo, il suo fine è colmare uno spazio esistenziale vuoto, si alimenta dell’accoglienza, non conosce il freddo, impersonale linguaggio della fruizione. Il desiderio, di contro, accresce se stesso sulla base del possesso, militarizza la corporeità dell’altro, spoglia un corpo per ghermirne la carne: lo sguardo desiderante, infatti, non sa mettersi di fronte all’altro per coglierlo nella sua irriducibile soggettività, ma tende ad oggettivarlo, a svilirlo a godimento immediato, a cosa tra le cose, a un mero utilizzabile.

– Il silenzio è altro contenuto sacrale dell’amore escatologico, nella misura in cui si pone come un argine contro il troppo delle parole, dove il termine troppo ha dato origine alla parola «truppa», «intrupparsi», cioè a quell’omologazione che le parole stesse contribuiscono vieppiù a consolidare, ogni qual volta ripetono acriticamente e a-poeticamente lo stesso serializzante schema del mondo tecnologico e, di conseguenza, degli amori tecnologici.
Il silenzio, invece, è apertura autentica al mistero, al rispetto di quelle forme dell’ineffabile, dell’indicibile, che da sempre abitano il fondo della nostra anima:

«Il soggetto umano è mistero a se stesso. A fortiori lo è per l’altro. È l’inafferrabile. È l’ineffabile. Conoscerlo significa entrare nel suo spazio inesauribile. E questo è possibile solo agli occhi del cuore. Solo il cuore, in funzione dell’amore, può esplorare la zona del mistero» (S.Palumbieri: Amo dunque sono. Presupposti antropologici della civiltà dell’amore, Paoline, Milano 1999).

– Da ultimo, affinché l’amore possa manifestare appieno la sua carica ontopoietica, cioè creatrice d’essere, occorre sperimentare l’amore di sé, che non va confuso con l’egoistico, narcisistico amor proprio. L’amore di sé, infatti, è il riconoscimento della propria potenza d’essere, del proprio peso ontologico, creaturale, della irriducibilità del proprio Volto, dei valori che ci abitano e ci fecondano, ma nello stesso tempo è anche capacità di fare spazio all’altro. Insomma, è forza etica che ci ingiunge di prendere congedo da noi stessi per lasciarci riempire dagli altri Volti, dalle altre libertà capaci di umanizzare veramente il nostro stare al mondo.
Partire dall’amore di sé significa, inoltre, provare tenerezza verso se stessi, senza la quale risulta strutturalmente impossibile qualsiasi progettualità relazionale. Leggiamo una splendida pagina di Kostas Tsiròpulos:

«Ma come può un uomo provare tenerezza per un altro uomo, per tutte le creature, per la natura della terra e dei cieli, se non è in grado di sentire tenerezza per se stesso?
Questo accadrà quando l’uomo sarà finalmente in grado di ‘vedere’ se stesso, di porsi dinanzi a se stesso e a parlare non monologando ma conversando. Non intendo dire solo che deve scoprire la propria coscienza, svegliarla e mantenerla in lucida veglia perché entrambi possano convivere armonicamente, collaborare, giudicare ed essere giudicati. Voglio dire che deve sentir bisogno d’amore e di tenerezza anche per il proprio corpo.
Se giungerà alla fine della vita senza aver fruito di una piena consapevolezza di se stesso, non sarà esistito come uomo. E non avrà nemmeno vissuto la lieta, e nel contempo dolorosa, incertezza dell’esistere» (Sulla tenerezza, Servitium, Sotto il Monte, 1999).
Lo stesso Fromm, ne La rivoluzione della speranza, sottolinea come la tenerezza, tra i molteplici sentimenti che l’uomo ha sviluppato nelle sue biografie individuali e collettive, si configuri come l’attributo umano per eccellenza e, soprattutto, come vero e proprio farmaco interiore contro l’avidità, l’egoità, il narcisismo.
Anzi, sempre secondo Fromm, la prima caratteristica della tenerezza è che è priva di avidità, addirittura non pretende dall’altro neppure la reciprocità; la tenerezza è oblatività, luogo dell’indicibile, di cui forse solo la poesia può cogliere, sia pure per via analogica, la natura più intima, capacità di trascendere lo stesso rapporto tra madre e figlio, perché «è libera dal rapporto biologico verso il figlio e dall’elemento narcisistico presente nell’amore materno».
Insomma, la tenerezza è libera da qualsiasi scopo, da ogni urgenza o richiesta esterna ad essa; è apertura assolutamente libera verso il Volto, verso quella realtà totale che è la persona, è dolcezza che si effonde, sovrabbondanza del dono di sé, movimento non verso l’altro ma a partire da l’altro.

Verso la trascendenza

Ecco, dunque, i presupposti antropologici per aprirsi, tramite l’amore umano, alla trascendenza. L’amore umano, infatti, si configura come éschaton solo se, pur tra ombra e luce, nel segno della nostra finitezza, sa ricondurre i suoi gesti, le sue parole, i suoi silenzi all’Amore originario che si è fatto carne per formarci nel dono inesauribile, nella vitalità e nella forza dirompente dell’amore in tutte le sue umane manifestazioni.
Vale la pena di leggere, a conclusione di questo itinerario, le vibranti parole del teologo greco-ortodosso Christos Yannaras, espressive di una sensibilità esistenziale, spirituale e di una potenza evocativa rimarchevoli:

«Se ti sei innamorato una volta, sai ormai distinguere la vita da ciò che è supporto biologico e sentimentalismo, sai ormai distinguere la vita dalla sopravvivenza. Sai che la sopravvivenza significa vita senza senso e sensibilità, una morte strisciante: mangi il pane e non ti tieni in piedi, bevi acqua e non ti disseti, tocchi le cose e non le senti al tatto, annusi il fiore e il suo profumo non arriva alla tua anima. Se però l’Amato è accanto a te, tutto, improvvisamente, risorge, e la vita ti inonda con tale forza che ritieni il vaso di argilla della tua esistenza incapace a sostenerla.
Tale piena della vita è l’eros. Non parlo di sentimentalismi e di slanci mistici ma della vita, che solo allora diventa reale e tangibile, come se fossero cadute squame dai tuoi occhi e tutto, attorno a te, si manifestasse per la prima volta, ogni suono venisse udito per la prima volta e il tatto fremesse di gioia alla prima percezione delle cose. Tale eros non è privilegio né dei virtuosi né dei saggi, è offerto a tutti, con pari possibilità. Ed è la sola pregustazione della morte. Perché solo se esci dal tuo Io, sia pure per gli occhi belli di una zingara, sai cosa domandi a Dio e perché corri dietro di Lui» (Variazioni sul cantico dei cantici, Interlogos, Schio 1994).

IL PENSATOIO

– Ci sono canzoni o film che ti stanno particolarmente a cuore, nei quali trovi precisi riferimenti ai tuoi vissuti amorosi e che puoi ricollegare anche a poeti, filosofi, letterati, artisti studiati a scuola o per conto tuo?
– Cosa ne pensi di questa affermazione dello psicologo Gustavo Pietropolli Charmet: «Quanto nell’amore c’è litigiosità, animosità, rabbia, gelosia, ambivalenza, tanto invece l’amicizia è riguardosa, sacrificale, masochista, leale, generosa, con livelli conflittuali bassissimi, pur non essendo in simbiosi. È una relazione di rispecchiamento, affidamento… proprio perché deve dare grande sicurezza» (Si tratta di un’intervista rilasciata al Magazine di psicologia Yourself, n° 3, aprile 2004).
– Come definiresti questi sentimenti: infatuazione, innamoramento, amore, affetto?
Ne hai mai discusso con i tuoi amici o i tuoi genitori?
– Come nel caso dell’amicizia, propongo anche qui una breve riflessione, incentrata, in questo caso, sull’attenzione come luogo straordinariamente fecondo per una estensione del discorso amoroso dal rapporto di coppia all’uomo in quanto tale, soprattutto quando è contrassegnato dalla sofferenza.
Anche qui, come nel numero precedente, vale lo stesso discorso fatto per l’amicizia: potete ristrutturare, rimodulare, riadattare la tematica trattata sulla base dei vissuti dei vostri ragazzi:

L’attenzione come amore

Sviluppo: Il termine attenzione deriva dal latino attentio, connesso con il verbo attendere, con il significato di «dedicarsi a», «volgere la mente verso qualcosa o qualcuno». In definitiva, l’attenzione consiste essenzialmente nel volgere lo sguardo verso l’altro, per coglierlo nella sua pienezza di senso. La fonte che alimenta l’empatia, il nostro rapporto positivo con gli altri, è proprio l’attenzione, la capacità di concentrarci sui bisogni dell’altro. L’attenzione non è un dovere freddo e impersonale, né implica atteggiamenti moralistici, ma è apertura radicale al Volto che ci sta di fronte. L’attenzione, come ci ricorda Simone Weil, è quasi «un miracolo»: «Coloro che sono infelici non hanno bisogno di nient’altro in questo mondo che di persone capaci di prestare loro attenzione. La capacità di prestare la propria attenzione a una persona sofferente è una cosa molto rara e difficile: è quasi un miracolo; è un miracolo. Quasi tutti quelli che pensano di avere questa capacità non ce l’hanno... è indispensabile sapere come guardare una persona in un certo modo. Questo modo di guardare è prima di tutto attento» (cit. in P. Collins, I desideri del cuore, Ancora, Milano 1999). Il «miracolo» consiste, allora, in questo: svuotare completamente il nostro animo per riempirlo delle sofferenze, dei bisogni dell’altro, del quale dobbiamo accettare tutto in piena sincerità di mente e di cuore. Occorre saper convivere con le emozioni, i sentimenti, le sofferenze dell’altro, evitando di teorizzare, consigliare, vaticinare in modo narcisistico, dimentichi di ogni ascolto: appunto, senza alcuna attenzione.
Testo di riferimento: P. Collins, I desideri del cuore, cit. (Si tratta di un libro scritto con passione e denso di stimolanti riflessioni: un viaggio spirituale al centro del cuore e dei suoi misteri, per questo particolarmente formativo per i giovani e il loro mondo interiore).

– Una feconda educazione degli adolescenti ai sentimenti, in particolare un’educazione che li porti al riconoscimento delle autentiche dinamiche dell’amore, non può prescindere dalla dialettica adolescenza-sessualità.
A questo proposito, tra i vari contributi, si possono trarre rimarchevoli spunti di riflessione dai saggi sottoelencati, per poi dare vita ad una discussione con i vostri ragazzi, con gravide ricadute negli ambienti frequentati da questi stessi giovani, in particolare a casa con i genitori:
* N. Galli, L’educazione affettiva e sessuale, in Id.,( a cura di), Vogliamo educare i nostri figli, Vita e Pensiero, Milano 1985, pp. 504-514.
* G. Zuanazzi, L’educazione sessuale nella scuola, Salcom, Brezzo di Bedero 1988.
* W. Brezinka, L’educazione in una società disorientata, Armando, Roma 1989.
* M. L. Di Pietro, Adolescenza e sessualità, La Scuola, Brescia 1993: quest’ultimo saggio ci sembra particolarmente significativo, soprattutto il capitolo quinto, dedicato alle proposte educative sulla sessualità da parte dell’Autrice, sulle quali innestare un dibattito dove emergano voci anche discordanti: dalla polifonia della discussione può nascere una più consapevole maturazione sul senso della sessualità, ben più urgente della sua operatività.
I saggi suggeriti, magari apparentemente datati ma sicuramente attuali nelle tematiche di fondo, possono essere integrati con la visione del film di Gabriele Muccino, Come te nessuno mai (1999), dove l’occupazione della scuola da parte dei giovani studenti resta sullo sfondo per lasciare uno spazio fin troppo esasperato alla sessualità adolescenziale, intesa soprattutto come sensazione forte, come un’esperienza da vivere subito, come cieca energia da sprigionare e non tanto come relazione di senso con l’altro, all’interno di dinamiche esistenziali alternative altrettanto importanti.
Alla fine di questo percorso, si potrebbero far compilare ai ragazzi delle schede di valutazione sul film e sulle tematiche emerse dalla discussione, sulla scorta dei saggi indicati o di altri saggi da voi scelti, integrando ulteriormente il tutto con la lettura di alcune poesie dedicate all’amore dai grandi poeti greci o latini, ma anche contemporanei, scelti sulla base degli interessi dei vostri giovani: a questo proposito, si potrebbero invitare i ragazzi a cercare tra i loro cantanti preferiti tematiche simili a quelle emerse dalla lettura della grande poesia dedicata all’amore e alla sessualità.

– Per educare i giovani al sentimento dell’amore, per attivare la loro creatività, la loro energia esistenziale, riconducendo cuore e mente all’unità dell’intelligenza affettiva, segnaliamo, tra le altre, come feconde e coinvolgenti occasioni di lettura:

* R. Jimenéz, Poesie d’amore, Newton Compton, Roma 1983.
* P. Neruda, Cento sonetti d’amore, Nuova Accademia, Milano 1960.
* D. H. Lawrence, Poesie d’amore, Newton Compton, Roma 1983.
* R. Barthes, Frammenti di un discorso amoroso, Einaudi, Torino 1979 (un testo denso, complesso, intenso, nel quale viene descritta l’esperienza amorosa nella sua ambiguità, nella sua ambivalenza di stati d’animo contraddittori: felicità e angoscia, possesso e smarrimento di sé, separazione e unità assoluta, struggimento e appagamento… Soprattutto la lettura di questo testo, coinvolgente e gravido di feconde ricadute critiche e dialogiche, va guidata dall’educatore, proprio per la densità concettuale e la ricchezza di immagini che presenta).

– C’è anche un aspetto notturno, umbratile, conflittuale dell’amore, con cui gli stessi adolescenti fanno i conti già nella fase aurorale delle loro esperienze amorose. Aldo Carotenuto, psicoanalista, grande conoscitore del pensiero di Jung, in Eros e Pathos. Margini dell’amore e della sofferenza, Bompiani, Milano 1998, descrive con straordinaria finezza l’esperienza amorosa e le modalità attraverso cui si manifesta, le sue ambivalenze, le contraddizioni strutturali che la alimentano fin dall’origine.
Si tratta di una serie di riflessioni di indubbio spessore, al quale l’adolescente può accedere, se opportunamente guidato, per iniziare a riflettere, ad acquisire consapevolezza, sia pure su un piano per molti versi ancora necessariamente teorico, sulle dialettiche amorose: forza-fragilità, fantasia-realtà, tenerezza-violenza, chiarore-oscurità, fiducia-gelosia, trasgressione-colpevolezza, gioia-lacerante sofferenza.
Tra i punti toccati da Carotenuto, appare particolarmente significativo quello relativo alla fine di un rapporto, che l’adolescente, non ancora fornito degli adeguati strumenti affettivi e della necessaria maturazione psicologica, sovente interpreta come un autentico, drammatico, paralizzante scacco esistenziale: è il caso anche di molti adulti… quindi proviamo ad immaginare un giovane!
L’adolescente deve essere un campo aperto di esperienze, una progettualità rinnovantesi, un continuo slancio vitale, e per questo deve fare i conti anche con i conflitti del mondo, le sconfitte, gli aspetti duri, aspri del vivere, ma questo è possibile farlo in modo meno traumatico, più naturale, se questi aspetti notturni dell’esistenza sono sperimentati con consapevolezza, con una sorta di precomprensione.
Mostrare ai giovani, parlandone serenamente, la contropartita dolorosa dell’amore, può costituire la via per prepararli all’eventuale momento in cui questa stessa contropartita dovranno sperimentare sulla loro carne e rielaborare dolorosamente nella loro anima.
Insomma, non nascondiamo loro gli aspetti notturni dell’esistenza, non confiniamoli in a-conflittuali, incontaminati mondi artificiali, di cartapesta.
Ecco perché vale la pena di soffermarsi sulla riflessione di Carotenuto a proposito dell’interruzione del rapporto amoroso. Lasciamogli la parola:

«Che cosa significa la fine di un rapporto?Significa soprattutto una destrutturazione, il crollo di un assetto psicologico che avevamo lentamente costruito. Nell’incontro con l’altro, vale a dire nell’avvicinamento a una dimensione psicologica diversa, noi ci siamo strutturati in maniera nuova. La relazione ci modifica, perché la necessità di unirsi a un essere umano e il bisogno di mantenere una relazione mettono in moto dei meccanismi trasformativi che cambiano il nostro assetto psicologico rendendolo, per così dire, più adatto a entrare in sintonia con chi amiamo. Nel momento della rottura e dell’abbandono questo nuovo assetto viene sconvolto e noi mettiamo in discussione dei nodi fondamentali della nostra esistenza, in quanto il poter avere un legame significa basare l’esistenza non più sulla propria individualità, non più in riferimento a noi stessi, ma in riferimento a un’altra persona. La mano che l’altro mi dà mi permette di mantenere il mio equilibrio, la mano che mi toglie nel momento di rottura mi conduce a una nuova situazione di equilibrio, passando però attraverso una caduta» (Eros e pathos, cit.).

Che fare nel momento della rottura, dell’abbandono, della solitudine forzata? Quali percorsi alternativi alla disperazione e al confinamento in se stessi possiamo offrire ai nostri giovani, che nel loro stare al mondo hanno già provato – o potranno provare in età adulta – la fine di un amore, sia pure in modo ancora acerbo, ma non per questo meno doloroso? Alla luce di queste considerazioni, apritevi ad un confronto caldo e schietto con i vostri ragazzi: dovrebbero renderci sempre inquieti quei genitori o quegli insegnanti che liquidano in modo sbrigativo la rottura di un’esperienza amorosa adolescenziale, quando, invece, si soffre… eccome se si soffre!
– Ecco un’altra incisiva pagina di Carotenuto, che può fungere da stimolo per una vitale e formativa discussione:

«L’amore insomma richiede una rottura del ‘guscio narcisistico’. Si crede comunemente che amare sia facile, che l’innamoramento sia il movimento interiore più ovvio e più spontaneo per l’essere umano, e che non occorra sapienza o educazione per imparare ad amare e a essere amati. Non è tutto così semplice, e se solo guardiamo all’antagonismo che si stabilisce tra narcisismo e amore[…], capiamo come si presentino casi di incapacità di innamorarsi, di lasciarsi sedurre, cioè condurre in ‘altro luogo’, anche temporaneamente» (A. Carotenuto, Riti e miti della seduzione, Bompiani, Milano 1998).

– In ogni momento ricordate ai vostri giovani, e discutetene con loro, queste parole di Sant’Agostino, nel suo Commento alla prima lettera di Giovanni:

«Considerate bene ciò che vi raccomandiamo, perché le azioni degli uomini non si distinguono se non dalla radice dell’amore. Infatti, possono succedere molte cose che in apparenza sono buone, ma che non derivano dalla radice dell’amore. I fiori hanno anche delle spine. Alcune cose, in verità, sembrano aspre e crudeli, ma esse hanno come fine la disciplina e sono dettate dall’amore. Dunque, una volta per tutte, ti viene proposto un breve precetto: ama, e fa’ quello che vuoi. Se tu taci, taci per amore; se tu parli, parla per amore; se tu correggi, correggi per amore; se tu perdoni, perdona per amore. Sia in te la radice dell’amore; da questa radice non può derivare se non il bene» (VII 8, cit. in G. Reale, Agostino. Amore assoluto e «terza navigazione», Rusconi, Milano 1994).

L’ANIMA IN AZIONE

Invitate i vostri ragazzi a esplorare la dimensione comunitaria dell’amore, là ove il dono di sé diventa assoluta gratuità, autentica educazione ai sentimenti, all’affettività come scoperta del centro caldo, avvolgente della vita. Per esempio, in questo loro cammino iniziatico verso l’oblatività, potete suggerirgli, sulla base della vostra esperienza e della vostra sensibilità, forme di missionariato quotidiano (assistenza agli anziani, forme di comprensione e aiuto verso i loro coetanei che attraversano momenti di difficoltà esistenziale, piccoli contributi lavorativi gratuiti per la propria parrocchia o per famiglie in difficoltà…).