Cantieri dell’anima /4

Fabio Gabrielli

(NPG 2008-04-34) 



L’ANIMA MEDITANTE

Scopo precipuo di queste brevi riflessioni è quello di descrivere quelli che sono, a nostro parere, i paesaggi, le forme, i luoghi più autentici nei quali si manifesta l’amicizia, nella consapevolezza che tale autenticità è frutto di un cammino mai concluso, ma sul quale è ineludibile la meditazione concettuale e la rivisitazione affettiva, che nel cuore, luogo di ogni vera integrazione, trovano il loro radicale e fecondo momento di sintesi.
Concentriamoci, allora, su questi paesaggi dell’amicizia:

* L’amicizia è un esistenziale, ovvero un tratto, un carattere strutturale del nostro stare al mondo, una tonalità affettiva che abita da sempre l’uomo nella sua relazione con l’altro. Essa, nel suo darsi o nel suo spegnersi, struttura o destruttura assetti esistenziali, radica o svelle dinamiche affettive, determina o scardina valori, imprime accelerazioni o rallentamenti ai nostri vissuti, feconda o congela emozioni e sentimenti. Di certo, come virtuosa dinamica relazionale, l’amicizia apre scenari di vita autentica, e anche là ove si estingue la naturale simpatia, ci permette di innalzarci, dice Guitton, «alla pietà che è senza limiti».
L’amicizia, così declinata, determina:
– il riconoscimento del Volto come cifra suprema, unità di senso della persona;
– la condivisione e la progettazione di valori, idee, dinamiche esistenziali;
– l’attesa, la pazienza, la discrezione dei gesti e delle parole;
– la cultura del pudore come custodia della irriducibile intimità dell’amico;
– la fedeltà e l’oblazione, il dono gratuito di sé;
– il riconoscimento della nostra e dell’altrui fragilità nell’ordine della solidarietà di fronte alle ineluttabili lacerazioni del vivere;
– la possibilità, tramite l’amico, di passare dalla microcomunità alla macrocomunità, ovvero di gettare un ponte verso altre esistenze, nel segno del riconoscimento e della progettazione calda e responsabile.

* A differenza dell’amore, dove la componente emozionale, la tavola dei valori, gli impulsi, le vibrazioni forti dell’anima seguono sentieri selvaggi, almeno nella fase nascente, cioè nell’innamoramento, l’amicizia segue un percorso più lieve e meditato. La fiducia, i sentimenti, i valori morali abitano l’amicizia come luoghi consueti; nel territorio di eros, invece, siamo al di là degli originari codici morali: posso amare anche una persona priva dei fondamentali requisiti etici o che ha tradito la mia fiducia, mentre nell’amicizia questo non è possibile. Essa, infatti, si configura come un sentimento morale, per cui non possiamo essere amici di chi ci tradisce, di chi sfugge ai fondamentali imperativi morali.
La psicologa e psicoterapeuta Federica Mormando coglie con indubbio nitore il punto in questione:

«L’amicizia è un rapporto affettivo ed etico fra due persone. Affettivo: gli amici si vogliono bene. Etico: gli amici non si tradiscono, fra loro c’è lealtà e solidarietà. C’è sincerità, perché gli amici non hanno bisogno di fingersi diversi da quel che sono. E quindi neppure di raccontarsi bugie, a parte quelle che a volte si dicono per non far soffrire. L’amicizia è un rapporto ben calato nella realtà. L’amore è un rapporto con infinite sfumature, in cui ognuno pone i sogni, le speranze, le ire della sua vita interiore. Vogliamo fugare eventuali ombre del nostro passato per presentarci sotto la luce migliore. Nell’amore vediamo la persona amata un po’ come è, un po’ come la immaginiamo. L’amico non occupa tutti i nostri pensieri, non abbiamo bisogno di scervellarci per inventare una serata piacevole. Con l’amico viene tutto senza timori. In amore, invece, i timori sono sempre tanti» (Ma l’amore è un’altra cosa, in Yourself, anno I, n° 3, aprile 2004).

Nella fase aurorale dell’amore assistiamo ad una sorta di stasi dell’attenzione, di fissità dello sguardo, nella misura in cui siamo ossessivamente concentrati solo sulla persona amata, dimentichi di tutto il resto: all’apertura che contrassegna lo stato di normalità subentra la chiusura al mondo, per incanalare, cristallizzare tutte le nostre energie su un unico Volto, su un unico corpo. Soprattutto nella fase dell’innamoramento, ma anche in quella della maturità amorosa, il cuore non sopporta la vertigine della lontananza, è in continua lotta con il tempo, mentre due amici possono stare anche a lungo senza vedersi, senza per questo provare angoscia di separazione. La stessa nostalgia, che è molto più legata all’irripetibilità del tempo che al luogo, allo spazio, abita con maggiore intensità emotiva e lacerazioni dell’anima gli amori finiti rispetto alle amicizie ormai consumate.

Una scelta

* L’amicizia non è relazione mondana, atta a promuovere interessi, ambizioni, sicurezze, ma non è neppure, nonostante la sincerità dell’intenzione, possesso esclusivo dell’altro, bensì è frutto di una scelta spontanea, disinteressata, dove il termine «scelta» è altro rispetto alla forza risolutiva, alla volontà di potenza propria del soggetto che decide: non a caso decidere – non dimentichiamolo – è «tagliare con la spada», e la radice latina caedere è la medesima di «uccidere». La scelta si delinea, invece, come atto di volontà capace di orientare il passato verso il futuro: «È orientamento – dice Mancini, nel suo bellissimo: Il silenzio via verso la vita (ed. Qiqajon) –, apertura, approssimazione, movimento di ricerca verso tutto ciò che è considerato bene, valore, vita, fondamento. La scelta non cerca di sventare il futuro o di batterlo sul tempo, ma di incontrarlo e, per quanto è in noi, di prepararlo». La riflessione di Mancini, rimodellata sul tema dell’amicizia, ci invita a orientare la nostra volontà verso quel Volto ben definito, nel quale riconosciamo, per libera e meditata scelta, i valori del bene e del bello che condividiamo e che ci permettono di progettare nel presente – che non chiude con il passato della nostra esistenza precedente all’incontro con quel Volto e che prepara il futuro – un’amicizia autentica, fondata sulla scelta ben ponderata e, di conseguenza, sulla fiducia.
Come esortava Seneca:

«Ma se stimi amico uno, e poi non hai in lui la stessa fiducia che hai in te stesso, commetti un grave errore e ignori il valore della vera amicizia. Prendi ogni decisione d’accordo con l’amico, ma prima sii ben sicuro di lui. Prima devi giudicarlo, ma una volta che hai stretto l’amicizia, devi fidarti pienamente di lui» (Lettere a Lucilio, 3).

* L’amicizia nasce nella dimensione dell’anima, è una virtù, e per questo dovrebbe rifuggire da ogni impulso egoistico: mi dono a te senza calcoli, senza meschinità, senza maschere mistificanti.
Essa si configura come sfregamento di anime, ad indicare non un rapporto sdolcinato, bensì talvolta ruvido, conflittuale, sia pure a livelli molto bassi, aspro: tra amici non sono infrequenti opinioni diverse o antitetiche, tuttavia la carne viva di cui è fatta la loro amicizia, il suo midollo, è l’affetto profondo e una comune visione della vita e dei suoi valori.
L’amicizia non è fusione indifferenziata di anime, ma comunità, condivisione, fedeltà, dove tuttavia i due Volti conservano la loro irriducibilità, la loro identità d’essere (ontologica) originaria, i loro autonomi spazi d’esistenza. Si tratta di un punto decisivo nella costruzione di un percorso amicale, poiché non di rado uno dei due amici vede nell’altro solo un soggetto da ammirare, idealizzandolo a tal punto da volerne l’esclusiva, il possesso assoluto, con tutte le sottese dinamiche legate alla gelosia verso chiunque osi entrare anche accidentalmente in questo esasperato rapporto simbiotico.
L’ammirazione esasperata porta inevitabilmente all’imitazione acritica, passiva, superficiale, quando dovrebbe essere, di contro, scambio simbolico, comunicazione simbolica, il cui fine è la progettazione di un rapporto di reciproca conoscenza, di comunione spirituale. L’amicizia è dono di senso, energia etica capace di plasmare le coscienze morali, senza mirare all’utilità, ma facendo leva sull’intenzionalità, sulla quale Kant, nelle sue Lezioni di etica, ha parole davvero significative:

«L’amicizia fondata sull’intenzione o sul sentimento non consiste in qualche richiesta, in una prestazione di servizi ecc., ma considera esclusivamente l’intenzione schietta e pura. È questa l’amicizia in senso universale».

E ancora, l’amicizia non consiste:

«[…] Nell’identità del modo di pensare, perché al contrario è piuttosto la diversità quel che contribuisce all’amicizia, compensando l’uno quanto difetta all’altro. Tuttavia, in una cosa gli amici debbono poter andare d’accordo. I loro principi intellettuali e morali devono essere identici, se tra di essi vi deve essere una comprensione completa; altrimenti divergendo essi nei loro giudizi, non potranno mai sentirsi uniti. Ognuno cerchi di essere degno di meritare l’amicizia».

E per meritare l’amicizia, conclude Kant, occorrono: sincerità, confidenza, moralità trasparente, amabilità, giocondità d’animo.
Questi ingredienti spirituali portano, secondo Kant, all’amicizia universale e, quindi, a maggior ragione, al di là del rigorismo etico kantiano che non è qui materia del contendere, all’autentica amicizia a due.

Comprensione e intimità

* L’amicizia è mutua comprensione e intimità, ovvero capacità di ascolto e di autorivelazione; in questo senso, soprattutto il preadolescente è particolarmente sensibile alle biografie degli altri, ad una comprensione emotivamente partecipata delle diverse esperienze esistenziali dei Volti che lo circondano, e, nello stesso tempo, vede nell’intimità l’incarnarsi dell’idea di amicizia come «cantuccio» per raccontarsi all’altro, con la certezza che le cose dette saranno conservate nel silenzio e non utilizzate contro di lui. L’intimità, così declinata, rimanda all’esclusività, cioè ad una sorta di pretesa etica ed esistenziale che l’amico, proprio perché intimo custode dell’anima dell’altro ed esperto conoscitore della sua geografia, non abbia altri amici intimi, ai quali far conoscere espressamente ciò che gli è confidato.
Nell’adolescenza vera e propria permangono mutua comprensione e intimità, mentre risulta più temperata l’esclusività, anche perché dall’unicità dell’amico si passa ad una intimità più diffusa: le compagnie.
Tuttavia, questo senso di possesso esclusivo dell’amico resta sempre sullo sfondo del nostro stare al mondo e, quindi, ci accompagna come desiderio rimosso, come anelito a vedere nell’amico stesso un nostro prolungamento narcisistico, una nostra appendice ontologica.
Tutto questo, nella sua esasperazione, genera:
– una mancanza di discrezione, un’incapacità di conservare una certa distanza rispetto ai vissuti dell’amico, di dilazionare il nostro inautentico desiderio di riempire con la nostra presenza ogni frammento della sua esistenza;
– un vivere in modo ossessivo la presenza degli altri come un’incombente minaccia all’esclusività del nostro rapporto con l’amico, finendo per dare corpo a forme esasperate di gelosia, la cui genesi è proprio il possesso, l’accaparramento, il soffocamento del Volto amico. Fromm (Avere o essere?, ed. Mondadori), su questo punto, ci lumeggia in modo davvero paradigmatico: avere un amico, infatti, è ben diverso che essere amico, nella misura in cui nell’amicizia il dono simbolico che faccio di me stesso all’altro è tale solo se scevro di qualsiasi volontà di possesso. Fromm sottolinea come:

«[…] Molte lingue non hanno un termine equivalente ad ‘avere’. Così ad esempio in ebraico ‘io ho’ deve essere espresso mediante la forma indiretta jesh it (‘è a me’; ‘è mio’). In effetti le lingue in cui il possesso viene espresso in questa forma anziché con l’‘io ho’, sono la maggioranza».

Insomma, per avere un amico bisogna, in primis, essere amico!

* L’amicizia si configura anche come straordinario slancio vitale e forza rigeneratrice nei confronti di quei Volti, il cui tessuto relazionale è stato lacerato così profondamente e la cui chiusura al mondo, con il quale è stato reciso il filo simpatetico, è così dolorosa, che finiscono per raggomitolarsi sulle loro sofferenze.
Leggiamo, a questo proposito, le puntuali riflessioni di Pommereau:

«Tutt’altra cosa è il ripiegamento su di sé. Troncando i rapporti con la famiglia, la propria cerchia di compagni o di amici e rifiutando ogni contatto, l’adolescente si raggomitola, in un certo senso, sulla sua sofferenza, sperando così di soffocarla sul nascere. “Avevo solo un desiderio” ricorda Lydie, diciotto anni ‘ed era che niente si muovesse più, né in me, né intorno a me. Una specie di massa informe schiacciava tutti i miei pensieri e mi premeva sul ventre. Rimanevo ore a letto, seduta senza muovermi o abbracciata al cuscino. Speravo di addormentarmi così perché il mio male scomparisse come per magia’. Questo atteggiamento – continua Pommereau – di avvolgimento corporale caratteristico, che adottano numerosi adolescenti ansiosi o depressi, non può che richiamare quello osservato nel registro fisico, quando il dolore obbliga a stringersi attorno alla parte del corpo che fa soffrire. Come, del resto, suggerisce la ricerca di una posizione fetale, che testimonia il desiderio inconsapevole di regredire a uno stato infantile di pienezza ‘aconflittuale’» (Quando un adolescente soffre. Ascoltarlo, capirlo, amarlo, ed. Net).

L’adolescente, raggomitalondosi su se stesso, crede di evitare gli altri, di poter esorcizzare la sua dipendenza affettiva nei confronti del mondo, gli sguardi giudicanti che lo circondano e che sente come una minaccia, un insopportabile tormento dell’anima, invece «è più che mai dipendente e sottomesso al suo ambiente»: le sue energie interiori (pulsioni, emozioni, sentimenti) prive di uno sbocco esterno, di una via di fuga, di un mondo in cui incanalarsi, finiscono per soffocarlo, generando ossessivi pensieri mortiferi, impotenza e disistima.
Ebbene, l’amicizia può davvero costituire un farmaco per questa tipologia adolescenziale, a patto che ci si accosti con pudore.
Nei confronti di quel dentro oscuro e segreto, di quel enigmatico mondo interiore, dove i sentimenti vengono relegati negli scantinati più bui dell’anima, per cui il giovane è ancora più fragile, vulnerabile, diffidente, occorre un contatto amichevole fatto di sguardi, di gesti, di silenzi che, rispetto alle parole, sono meno invasivi, più discreti; occorre, appunto, pudore. I sentimenti dell’altro emergono dal cuore, del quale i segni somatici (il pianto, il riso, il pallore del volto o il rossore, la posizione fetale…) sono eloquenti ma parziali traduzioni esterne di un dentro nascosto, segreto, intimo: stiamo parlando dell’essenziale della persona, di fronte al quale dobbiamo accostarci con reverenza; insomma, con un cuore straordinariamente leggero. Il cuore diventa, allora, veramente il centro spirituale della persona, l’organo da cui germinano le dinamiche relazionali più genuine, l’espressione più alta di una comprensione umana integrale, perché rispettosa, attenta, pudica nell’accostarsi agli altri mondi interiori, consapevole che lo spazio emotivo è da accorciare con delicatezza e non da annullare.

Con pudore

In Dalle parole al dialogo. Aspetti psicologici della comunicazione interpersonale (ed. Paoline), Giuseppe Colombero, con indubbia finezza psicologica, afferma che:

«Alle emozioni ci si accosta sempre con rispetto, pulendosi le scarpe e in punta di piedi; esse rivelano come e quanto la persona sente ciò che narra e che cosa questo significa per lei. Sono le emozioni che permettono di comprendere l’esatto valore che il fatto descritto riveste per colui che lo descrive; esse rivelano in definitiva ciò che per la persona conta e ciò che non conta, ciò che la fa godere e ciò che la fa soffrire, i valori e i non valori che essa assegna alla sua vita».

Se le emozioni germinano dal cuore, dalla sua parte più segreta, e se il termine segreto significa originariamente «cosa separata», quindi nascosta, preziosa, il pudore si configura, allora, come vero luogo dell’ascolto del mondo emozionale dell’altro.
Pudore, infatti, è parola eticamente sacrale, che rinvia ad una sospensione della parola di fronte alle emozioni dell’altro – a maggior ragione di fronte alla sofferenza che prova colui le cui radici del cuore sono dissecate, soffocate nel ripiegamento interiore –, ad un rispetto temporale, a una dilazione del nostro intervento, sia pure per consolare o per gioire insieme con sincerità; sovente, infatti, il nostro intervento è precipitoso, maldestro, rischia di affogare lo stato emotivo dell’altro nella nostra stessa ansia di compartecipazione, senza frapporre la «distanza giusta».

Ecco cosa dice ancora Colombero:

«L’empatia è proprio la capacità di ‘sentire con’ ponendosi alla ‘distanza giusta’: la distanza giusta è quella di chi compartecipa senza lasciarsi ingorgare e sommergere dalla emotività altrui, con il risultato di affondare entrambi».

È qui che entra in gioco l’attenzione, intesa come impercettibile movimento del cuore che sa arrestarsi con pudore di fronte all’intimità dell’altro; come dice Simone Weil, l’attenzione è «uno sforzo negativo», un trattenerci con rispetto, letteralmente «un guardare indietro», un riguardare l’emozione che mi è comunicata o che è dolorosamente repressa, stando in semplice ascolto delle sue vibrazioni più segrete, senza pretendere di esaurirla con la mia comprensione concettuale o emozionale.
Pudore e attenzione divengono, allora, i luoghi autentici dove le diverse emozioni e i diversi sentimenti possono solo sfiorarsi, rispettando, quasi con una tensione mistica, quelle zone del non detto, che l’anima vuole custodire nel suo fondo per conservarne intatta la purezza e l’irriducibilità.

* Le dinamiche amicali possono manifestarsi anche all’interno del gruppo, dove l’amicizia da esclusiva diventa maggiormente compartecipata, estesa a più Volti. Nel gruppo non sempre c’è solo complicità nella trasgressione, che sovente gli adolescenti scambiano per amicizia, ma sono presenti anche fecondi sfregamenti di anime. Se è vero, infatti, che le aggregazioni giovanili possono dare vita, oltre alla complicità nella trasgressione, a forme di passiva imitazione reciproca, di adesione superficiale a stili, mode serializzanti o a vere e proprie dinamiche conflittuali, è altrettanto vero che all’interno del gruppo si possono esprimere tendenze creative, assetti valoriali, espressioni solidaristiche, rafforzamento della propria sicurezza in ambito extrafamiliare, affinamento delle proprie «competenze sociali», capacità di ascolto e di mutua comprensione all’insegna della cosiddetta amicizia allargata.

* Da ultimo, se mi si passa l’ossimoro, proviamo a riflettere con seriosa ironia su come riconoscere l’amico autentico o, meglio, come smascherare il falso amico, travestendoci da maestri del sospetto con Boncompagno da Signa (1165/75?-1240?), singolare, colta e originale figura di intellettuale dell’Italia medievale, autore di un fortunato trattato, L’amicizia, nel quale ci offre un variegato e penetrante catalogo degli amici inautentici: ricordiamo ancora l’ammonimento di Seneca di saggiare, giudicare in anticipo se un’amicizia è tale oppure è solo apparente!

Riportiamo un breve elenco, tratto da L’amicizia, di tipologie di falsi amici:
– L’amico sophisticus, cioè colui che inganna facendo ricorso ad ogni tipo di trucco;
– L’amico vocalis, cioè solo a parole;
– L’amico versipellis, cioè l’adulatore;
– L’amico conditionalis, il quale chiede sempre e nulla dà in cambio;
– L’amico umbratilis, il quale si nasconde dietro il velo, l’ombra dell’amicizia per ottenere tutta una serie di vantaggi;
– L’amico ventosus, desideroso solo di vana gloria, che, come dice Boncompagno: «si gonfia come un otre ai soffi dell’adulazione e […] si sgonfia alla puntura di qualsiasi calunnia»;
– L’amico vitreus, fragile come il vetro, in quanto:»per una piccola offesa, anzi, per un solo sospetto tu lo perdi».
La casistica è decisamente varia e potrebbe continuare a lungo, tuttavia quello che importa davvero è insegnare ai nostri giovani a coltivare l’amicizia come una delle forme più alte della spiritualità umana… ma con un pizzico di sano realismo e con ponderatezza!

IL PENSATOIO

– Provate a riflettere con i vostri ragazzi su alcuni dei passi riportati sopra, al fine di provocarne riflessioni, obiezioni, punti di consonanza.

– Prova a definire cos’è per te l’amicizia e mettila a confronto con alcune di queste testimonianze raccolte tra i tuoi coetanei:
* «L’amicizia è un valore fondamentale, ma non di rado provoca strazianti delusioni perché è stata tradita la tua fiducia» (S., 16 anni);
* «L’amicizia è qualcosa di disinteressato, è fatta di gesti e di silenzi ricchi di comprensione nei momenti difficili; neppure la lontananza la impoverisce» (A., 18 anni);
* «Con un amico sono me stesso, senza maschere, senza inibizioni; posso scontrarmi con lui, ma dopo un solo istante è come se non fosse successo nulla» (F., 18 anni);
* «Non credo nell’amicizia, in essa prevale solo l’interesse reciproco, e poi è noioso avere un solo amico. Preferisco il gruppo che non ti fa mai sentire solo e con il quale puoi condividere gli aspetti più elettrizzanti della vita» (G., 17 anni);
* «L’amicizia va bene, ma mai con l’altro sesso perché finirebbe per prevalere l’attrazione sessuale; inoltre, l’amico va bene, a patto che non sia troppo invadente, che non occupi ogni spazio della tua giornata: insomma, che ti lasci respirare!» (L., 16 anni).

– Il termine ammirazione deriva dal latino admiratio/admirari e rinvia alla parola mirus, cioè «meraviglioso, indicibile». È un guardare con meraviglia a colui che, per sostanza morale, atteggiamenti di vita, successo professionale, ecc., desta, appunto, la nostra ammirazione. Seneca afferma che: «È bene provare un sentimento di venerazione per una persona che, con la sua autorità, possa rendere migliori anche gli aspetti più segreti della nostra vita. Felice colui alla cui presenza, anzi al cui semplice pensiero, ci si corregge!» (Lettere a Lucilio, 11). Tuttavia, dobbiamo stare attenti a non diventare solo degli specchi artificiali dell’altro, senza una nostra immagine vitale, sempre pronti all’idealizzazione, con il connesso rischio che alla prima debolezza che il soggetto ammirato manifesta, si frantumi ai nostri occhi anche l’intero della sua persona.
Cosa ne pensi di questa riflessione, soprattutto se rapportata al tema dell’amicizia e dei tuoi vissuti personali?
– Date vita ad una sorta di inchiesta/intervista entro il gruppo dei giovani che seguite, o anche in altri ambiti suggeriti dalla vostra sensibilità o dalla vostra esperienza, su cosa si intende comunemente per Volto.
– Vi viene qui proposta la scheda di un noto film, decisamente formativo, anche se piuttosto datato; dopo la proiezione, aprite un dibattito con ragazzi e genitori:

Film: Stand by me
Regia: Rob Reiner, USA, 1986
Trama: Un gruppetto di quattro ragazzi trascorre le sue giornate sempre insieme ritrovandosi su una casetta costruita su un albero per giocare a carte e raccontarsi le loro vicende. Un giorno si presenta l’occasione per una grande avventura: andare alla ricerca di un cadavere di un ragazzo scomparso da alcuni giorni dalla città. Teddy, origliando due ragazzi più grandi, sente dove il corpo è stato avvistato per caso e, così, propone ai suoi amici di andare a scoprirlo. Nel viaggio, che durerà due giorni, i ragazzi condivideranno tutti i loro vissuti, le loro emozioni, i loro sentimenti. La storia procede tra ironia e serietà esistenziale, dando vita ad una pellicola di sicuro impatto emotivo.
Possibili letture: Occorre andare oltre i linguaggi trasgressivi, le conflittuali grammatiche esistenziali del gruppo, per concentrare l’attenzione sulle dinamiche amicali, sulla capacità di aprirsi all’altro e, contemporaneamente, ascoltarlo, vivendo empaticamente la sua biografia, sullo sforzo di credere in se stessi, di rischiare, di vivere sulla propria pelle il disagio con il mondo adulto, di legare le proprie scelte al gruppo, con i connessi aspetti positivi e negativi che ne derivano.
Per la discussione: Si potrebbero invitare i ragazzi a mettere a fuoco il tema della pressione del gruppo, del rapporto tra il gruppo stesso e le dinamiche dell’amicizia, il coraggio del rischio con tutte le sue implicanze, la ricerca di una propria identità e di qualcuno che sappia attivare i meccanismi della fiducia in se stessi, al fine di crescere come personalità autodirette e non eterodirette, appiattite sugli stereotipi del gruppo o del linguaggio mediatico (i ragazzi del film non danno, comunque, quasi mai l’impressione di appiattirsi l’uno sull’altro).
Infine, sarebbe opportuno insistere sul tema della morte come segno della nostra finitezza, come «scuola dell’invalicabile», dalla quale i giovani possono attingere quel senso della «giusta misura», del limite, che purtroppo oggi viene sovente violato con le tragiche conseguenze che conosciamo. Ma, soprattutto, occorrerebbe concentrarsi sul valore simbolico del compagno morto, che rappresenta una sorta di viaggio iniziatico dalla preadolescenza all’adolescenza e all’acquisizione di una maggiore consapevolezza di sé.

– Provate a calibrare sugli interessi e sui vissuti dei vostri ragazzi la scheda qui proposta:

La franchezza come parola «inopportuna»

Sviluppo: Per recuperare un autentico rapporto con l’altro, occorre interrompere la perversa dialettica della menzogna e del malinteso che sovente caratterizza il nostro agire comune. Il filosofo Vladmir Jankélévitch ha saputo come pochi dare dignità concettuale a talune modalità di vivere la quotidianità: la gaffe, il pudore, lo humour e, appunto, la menzogna e il malinteso; si tratta di una sorta di «fenomenologia del quotidiano», cioè di una attenta, meditata descrizione del nostro modo di abitare il mondo, di vivere la quotidianità, il rapporto, talvolta genuino, talvolta distorto, con gli altri. Ecco cosa dice il filosofo: «La possibilità della menzogna è data con la coscienza stessa, di cui misura insieme la grandezza e la bassezza. E come la libertà è libera soltanto perché può scegliere il bene o il male, così la dialettica della menzogna si dispiega internamente in questo abuso di un potere tipico delle coscienze adulte». Insomma, la menzogna è sempre legata ad un preciso atto di volontà: «Non si mente mai senza volerlo». In questo contesto, il mentitore si delinea come un uomo in costante fuga interiore, un uomo di superficie, in perenne tensione e solitudine, poiché solo lui, fino a quando non è smascherato, sa che sta mentendo, indossando in modo premeditato una maschera. Per quanto riguarda, invece, il malinteso: «[…] È approssimazione. E per sventare l’approssimazione non c’è niente di più efficace di una buona intransigenza […]. Agisci in modo tale che i tuoi accomodamenti possano essere pensati come resi pubblici senza scandalo, ossia in modo da poterli professare senza arrossire: questa è la massima cardinale della franchezza». Occorre, allora, ritrovare la franchezza come parola «inopportuna», che smaschera «senza arrossire», indifferente alle nostre opportunità, ai nostri vantaggi, ma finalizzata alla semplicità del cuore, all’innocenza dell’intenzione. È la parola «inopportuna» che squassa tutto ciò che è falso, convenzionale, opportuno, per ridarci la verginità interiore e la genuinità nei rapporti interpersonali.
Testo di riferimento: V. Jankélévitch, La menzogna e il malinteso, R. Cortina, Milano 2000 (Un grande filosofo capace di affrontare con trasparenza argomentativa e profondità concettuale quel gioco di maschere in cui siamo immersi e che è necessario interrompere per un’esistenza più autentica).

– Provate a confrontarvi con i vostri ragazzi sul seguente interrogativo, con relativa risposta, riportato integralmente da un sito web:
Perché il valore dell’amicizia è più «acceso» nelle ragazze, e invece nei ragazzi tende a sminuirsi?

Ciao, ho fatto questa domanda, perché ho notato che le ragazze valorizzano molto l’amicizia, a differenza dei ragazzi che tendono a farla diventare uno scopo di lucro. Io ho 18 anni, o diversi amici ma nessuno può definirsi «vero», sì, con loro sto bene, mi fanno ridere, ma a differenza di un mio vecchio amico che si definiva «vero», nessuno si sofferma a dirmi: che c’è...qualcosa non va? Questi sono più superficiali, l’altro mi capiva, mi ascoltava, ma sono due settimane, che abbiamo litigato, perché sì è dimostrato falso. Quindi resto sempre con l’opinione che fidarsi è bene ma non fidarsi è meglio, forse dovrò adattarmi a stare con questi amici, e sperare che un giorno la vera amicizia arrivi. Ciao, spero che qualcuno mi dia un’ottima risposta, pure se non è proprio incentrata sulla domanda che ho fatto... e, credetemi, confido molto nel valore dell’amicizia, per me è al vertice dei valori, farei di tutto per un vero amico, sincero e leale, spero di trovarlo...

Miglior risposta scelta dal richiedente
Il valore dell’amicizia non tende a «sminuirsi» nei ragazzi, semplicemente l’amicizia tra uomini e donne è molto diversa. Generalmente i ragazzi tendono a fare «branco», la loro amicizia è più «cameratesca» e non si fanno tanti problemi come le donne, sono più schietti e semplici... questo può far sembrare la loro amicizia più superficiale. Le ragazze invece sono più selettive, cercano amiche comprensive e degne di assoluta fiducia, alle quali possano raccontare tutto, ma proprio tutto quello che passa loro per la testa. A differenza dei ragazzi, che tendono meno ad aprirsi e a raccontarsi, le ragazze ne hanno un bisogno impellente: devono sfogarsi, confidarsi, confrontarsi... parlare, parlare, parlare... questo può far apparire la loro amicizia più profonda. Si lasciano andare più facilmente a confidenze, ma sanno anche molto bene spettegolare di chiunque, parlare male di questa e quell’altra e poi continuare ad esserle «amiche» come se nulla fosse (ma questa non è assolutamente amicizia! se due ragazze si sparlano dietro non sono amiche, punto). Sanno essere false, crudeli e doppiogiochiste molto meglio degli uomini. Non puoi mai sapere cosa si cela dietro il sorriso gentile (e ipocrita) di una donna. Alcuni infatti, a differenza di te, pensano che l’amicizia tra uomini sia più facile, semplice e naturale; le donne sono troppo piene di rivalità e gelosie. È bello sapere che ci sono persone, come te, che tengono così tanto all’amicizia e mi dispiace che tu sia circondato da persone che non le danno tanto valore. Magari ti sei fatto un’idea sbagliata e non tutti gli amici che frequenti in questo periodo sono così falsi e superficiali. Cerca di conoscerli più a fondo, non si sa mai!

L’ANIMA IN AZIONE

Le virtù, soprattutto in giovane età, abbisognano della scuola della volontà e, quindi, di un duro esercizio dell’anima. In questo senso, chiedete ai vostri giovani di provare a rinunciare a qualcosa a cui tengono veramente per donarlo non solo all’amico, ma anche a chi, all’interno del loro gruppo o della loro classe, conoscono solo superficialmente, al fine di creare una nuova forma di condivisione, di autentico riconoscimento nei confronti di chi fino a ieri hanno visto solo come un’estranea biografia.
Insomma, che i giovani inizino, anche là ove non c’è naturale simpatia oppure c’è solo un rapporto distaccato, formale, a coltivare il rapporto con l’altro nella superiore dimensione dell’apertura umana e umanizzante, ovvero della carità in tutte le sue declinazioni!