Cantieri dell’anima /2

Fabio Gabrielli

(NPG 2008-02-36) 



L’ANIMA MEDITANTE

Per cogliere appieno la portata dell’accidia, occorre fornirne un breve tracciato semantico: il termine deriva dal greco ake-dia e dal latino medievale accidia, con il significato letterale di «negligenza»; proseguendo, tuttavia, nella nostra ricognizione semantica ci accorgiamo come accidia rinvii al latino classico ace-dia, termine che cade poi sotto l’influenza di accidens, «accadere», nel senso, però, di un evento che appare al mondo nella sua inessenzialità, come configurazione di una circostanza, di una modalità di abitare e soprattutto di vivere la realtà in modo accessorio.
Alla luce di queste considerazioni, si può sostanziare l’accidia come uno stare al mondo all’insegna della strutturale incapacità di dare una consistenza d’essere, un peso morale ai nostri vissuti e alle nostre azioni; in altri termini, significa, per usare una bella immagine di Jean Guittton, restare silenti sull’essenziale, lasciare che le cose capitino senza esserne artefici, omologando ogni accadimento entro un’anima piatta, dozzinale, di tutti i giorni, come direbbe Péguy.
Insomma, l’accidioso è colui che, privo della capacità di concentrarsi, di attendere alle cose, di prestarvi attenzione, per usare un’espressione cara a Simone Weil, non sa essere perseverante, non progetta, ma abbozza, non costruisce una feconda e fecondante alleanza tra l’anima e il tempo, ma sospende l’esistenza nell’irrealizzato, nel possibile perennemente ripiegato su se stesso, nel non poter essere mai compiutamente declinato nella vitalità della realizzazione. L’accidioso, in altri termini, non è colui che difetta, per la sua strutturale inerzia, di impegno in toto, che non fa nulla in assoluto, bensì è colui che sospende l’impegno, che si limita alla fase embrionale, aurorale dei progetti esistenziali, senza mai portarli a termine, per mancanza di perseveranza, entusiasmo e coraggio.
L’accidioso è privo di quella straordinaria virtù che è la fortezza, intesa come intraprendenza, entusiasmo nel progettare e nel fare, ma anche come capacità di vincere le difficoltà del mondo, gli ostacoli che la vita pone dinanzi alla buona riuscita delle nostre azioni. Insomma, la fortezza è mirabile sintesi di operosità e coraggio di fronte agli scacchi del mondo, ma anche riconoscimento di quei limiti strutturali che da sempre contrassegnano la nostra finitezza.
Ecco, far comprendere ai giovani il nesso dialettico tra l’operosità e il riconoscimento della umana finitezza si impone come compito ineludibile dell’educatore.
A questo proposito, per l’esatta comprensione di quanto stiamo dicendo, ci soccorre questa bella pagina dei Saggi di Montaigne, dedicata alla natura del pentimento (da discutere eventualmente con i propri ragazzi):

«Quanto a me, posso desiderare in generale di essere diverso; posso condannare e dispiacermi del mio modo d’essere in generale, e supplicare Dio per il mio completo mutamento e per il perdono della mia naturale debolezza. Ma questo non lo posso chiamare pentimento, mi sembra non più che il dispiacere di non essere né angelo né Catone. Le mie azioni sono regolate e conformi a ciò che io sono e alla mia condizione. Non posso far meglio. E il pentimento non tocca propriamente le cose che non sono in nostro potere, bensì le tocca il rimpianto. Immagino infinite nature più alte e più equilibrate della mia, tuttavia non miglioro le mie facoltà; così come né il mio braccio né il mio animo diventano più vigorosi solo perché io ne concepisco altri che siano tali. Se immaginare e desiderare un comportamento più nobile del nostro producesse il pentimento, dovremmo pentirci delle nostre azioni più innocenti: in quanto giudichiamo che in una più eccellente natura esse sarebbero state compiute con una più grande perfezione e dignità; e vorremmo fare lo stesso»

Il passo è inequivocabile nel messaggio di fondo che trasmette: un conto, infatti, è il pentimento morale e la connessa forza purificatrice della colpa, quando è autentica e formativa, per essere venuti meno a determinati codici morali o, per chi crede, religiosi, un altro è il pentimento per essere diversi da ciò che vorremmo essere.
In altri termini, io posso modellare, rimodellare, eventualmente correggere le storture all’interno della mia irrepetibile biografia, ma non posso mutarla strutturalmente; non posso ricalibrarmi in un altro essere, a patto che non indossi una maschera capace di celare la mia natura genuina, però solo nel fugace spazio-tempo dettato dalla finzione.
L’accettazione di ciò che siamo, quindi, non solo non pregiudica il nostro continuo arricchimento esistenziale, ma rende più serena, o almeno più sopportabile, la vita.
Dobbiamo, allora, riguadagnare il limite, riacquisire consapevolezza della nostra finitezza, divenire «punti di resistenza» di fronte al narcisismo dilagante, al delirio d’onnipotenza, entro il quale l’uomo smarrisce la sua identità d’essere contingente, di creatura finita, sia pure, in un’ottica di fede, aperto alla trascendenza.
Bisogna, insomma, caricarci sulle spalle il nostro destino di «terricoli», per usare l’espressione di Gehlen, e godere dei frutti della terra con temperanza, ordine interiore, intelligente entusiasmo per ciò che siamo e che abbiamo, senza tentare, come ammonisce Seneca, di cambiare ossessivamente e con ingordigia il «cielo sotto cui viviamo».

La prospettiva dell’ulteriorità

Alla luce di queste riflessioni, dobbiamo far riguadagnare ai nostri giovani il pensiero prospettico o dell’ulteriorità, della possibilità sempre aperta, della vitalità, della pazienza nel progettare e nel rimettersi in cammino anche di fronte agli eventuali scacchi della vita contro il pensiero contratto, del respiro corto, della rassegnazione all’evento che diventa un già dato per sempre, senza possibilità di riscatto, di alternativa. I giovani, di per sé, vivono già in un presente astorico – per esempio un’imperfezione corporea è per sempre, un lutto amoroso irrimediabile... –; se a questo dato naturale aggiungiamo quello culturale, ovvero relativo alla nostra cultura del tutto, subito, per niente, in una commistione di noia perpetua, per i bersagli centrati ma mai sufficienti ad appagare il desiderio, e insanabile lacerazione interiore per gli inevitabili ostacoli strutturali al nostro vivere malcerto, avremo una gioventù opaca, inaridita nell’entusiasmo, paralizzata nell’affettività, compressa, limitata nell’ideazione.
In questo senso, la Mistica può suggerirci feconde piste di ricerca e riflessione. Prima occorre, tuttavia, una premessa, finalizzata a sfatare un insopportabile luogo comune, ovvero la Mistica come mera dimensione interiore, astorica, separata dal mondo, in continua fuga dal quotidiano, dalla vita in carne ed ossa.
«Mistica», infatti, è parola desueta oppure intesa come qualcosa di eccezionale, iniziatico, riservato a pochi privilegiati che misteriosamente entrano in contatto con un «soprannaturale» visto come radicalmente altro dal «naturale». Il mistico, a partire soprattutto dal grande dibattito del Seicento, viene, così, a delinearsi come figura eccentrica, investito di «grazie» e «doni» particolari, costitutivi della sua autenticità, segni distintivi della sua «eccezionalità».
In realtà, le cose non stanno affatto così! La ricchezza interiore, la profondità spirituale del mistico sfociano naturalmente nell’azione, sia essa intesa come energia caritativa o espressione politico-sociale (basti pensare a grandi mistici come Bernardo di Chiaravalle, Caterina da Siena, Ignazio di Loyola, capaci di coniugare in modo mirabile contemplazione e vita attiva).
Lo stesso silenzio – la riservatezza – che connota in modo specifico il mistico non ha nulla di esoterico o iniziatico, bensì è esperienza dell’insufficienza del linguaggio umano ad esprimere una voce articolata sull’Assoluto, un riconoscimento del proprio limite, ma anche un fecondo momento di scandagliamento, di dissodamento dell’anima, al fine di prepararla, mondata dai suoi moti egoistici, ad un autentico cammino comunitario, il cui tratto distintivo è l’amore disinteressato per ogni Volto, proprio perché è stato purificato il nostro «piccolo io» da ogni brama e da ogni vincolo personale o utilitaristico.
Da qui la cultura dell’impegno, della tensione etica e affettiva a rendere possibili i propri pensabili più autentici, soprattutto il dono di sé alla comunità, che viene a configurarsi come un «ritirare le mani»:

«L’altro diventa un tu per me, solo se cessa la pura relazione di soggetto – oggetto. Il primo passo verso il tu è quel movimento che ‘ritira le mani’ e libera lo spazio in cui possa avere libero corso l’autofinalismo della persona. È quel moto che rappresenta il primo effetto della ‘giustizia’ e il fondamento di ogni ‘amore’. L’amore personale comincia in maniera decisiva non con un movimento verso l’altro, ma da l’altro» (Romano Guardini, Persona e libertà. Saggi di fondazione della teoria pedagogica).

Congedarsi da sé per donarsi all’altro è, allora, essenzialmente una questione di spazio: dilatare gli spazi del cuore e restringere quelli dell’egoità, del proprio narcisismo, per accorciare lo spazio che ci separa dal Tu.
Il tortuoso sentiero che conduce dalla dimensione autocentrata a quella allocentrica, dal sé agli altri, impone un «ritirare le mani», che rinviano alla bramosia, al possesso, alla volontà di potenza, per accogliere il Volto dell’altro nella sua nudità, in tutto ciò che ha di fragile, vulnerabile, secondo dinamiche che non tengano conto del mio godimento, dei miei bisogni, bensì di quelli del Tu che mi sta davanti e mi ingiunge: dònati a me per quello che sono, nella povertà della mia carne, nella mia finitezza creaturale, ma anche nella mia assoluta irriducibilità!
A suggello di quanto stiamo dicendo, ecco uno splendido passo di Giovanni Ruysbroek, il grande mistico del XIV secolo, dal quale emerge come il dono di sé diventa compassione autentica e attenzione del cuore ai concreti vissuti dell’altro:

«Il suo slancio di misericordia si volge anche alle necessità temporali del suo prossimo ed alle numerose sofferenze che sopporta. Lo vede, infatti, sopportare la fame, la sete, il freddo, la nudità, la malattia, la povertà, il disprezzo, i mille pesi imposti ai poveri, la tristezza causata dalla perdita dei parenti, degli amici, dei beni terreni, dell’onore, della tranquillità, tutto il peso, infine, che schiaccia la natura umana, oltre misura […]. C’è di che muovere a compassione un cuore buono e spingerlo a benevolenza verso tutti […]. Questa compassione ed amore, esteso a tutti, vince e scaccia il terzo peccato capitale che è l’odio e l’invidia; poiché la compassione è una ferita del cuore che fa amare indistintamente tutti gli uomini e che non può guarire fintanto che vedrà qualche sofferenza…» (L’ornamento delle nozze spirituali).

Qualche «fuoco» di sintesi

Il passo citato invita ad alcune riflessioni di fondo che possiamo sintetizzare così:
– La persona è tale solo nella prospettiva del dono, dell’impegno verso il Volto che ha di fronte, insomma in un contesto io-tu, ovvero nella dimensione della relazione e della mutua comprensione che germina sempre dall’individuazione/riconoscimento dell’altro, la cui intimità costituisce le colonne d’Ercole di quel mistero originario di cui è portatore.
– La comprensione del tu genera responsabilità, cioè il portarsi sulle spalle i vissuti, le esperienze dell’altro, integrandoli con i nostri, relazionandoli dialetticamente con la nostra biografia e difendendoli da ogni minaccia esterna che voglia aggredirne la sacralità. Da questo consegue che se io mi rendo responsabile nei confronti dell’altro, anche l’altro sarà automaticamente investito dalla responsabilità di comprendermi.
– Il riconoscimento dell’altro è possibile solo se le grammatiche esistenziali della passività si impongono su quelle dell’attività esasperata. Mi spiego: siamo autenticamente accoglienti solo quando facciamo dono di noi stessi, ci facciamo spazio per gli altri, diventiamo anticipatori di fiducia. Infatti, solo sostituendo al nostro io onnipotente, ipertrofico, tutto attività, produttività, egoismo efficientistico, un io docile, passivo, accogliente, capace di abbandonarsi al tu dialogante riconoscendogli in anticipo fiducia, sacralità, consistenza etica, dignità esistenziale, è possibile instaurare il regno della mutua comprensione e del radicato riconoscimento.
– La passività, così come l’abbiamo intesa, rinvia anche all’accettazione della Notte («apertura verso ciò che fa vacillare», per dirla con Jan Patočka), degli aspetti umbratili – dalle inautentiche inclinazioni dell’anima alle dimensioni del soffrire – del tu che mi sta di fronte. Questa accettazione – questa calda passività! – implica un accostamento alle esistenze deviate o ferite attento, pudico, rispettoso, fatto di gesti che lambiscono, che sfiorano, che si soffermano accanto senza invasività.
Si tratta, in altri termini, della simbolica del corpo che si annuncia come parola autentica, capace di andare oltre l’arida aggressività del dire concettuale, ma anche di quell’agghiacciante silenzio che investe non di rado il nostro processo di individuazione/riconoscimento dell’altro.
Un punto, questo, che lo psicoanalista Aldo Carotenuto coglie con assoluta trasparenza:

«Ma il silenzio è sofferenza: l’uomo non è fatto per il silenzio, anche quando crede di averne bisogno (e del resto l’uomo ha bisogno anche della sofferenza). Forse è per questo che accettiamo di vivere circondati, oppressi, letteralmente assediati da suoni e parole: la “logosfera”, per servirci del termine coniato da Bachelard.
Il “silenzio cosmico” ci fa sentire soli nell’universo, come il silenzio dell’altro ci fa sentire soli nel piccolo universo del rapporto» (L’eclissi dello sguardo).
In definitiva, il silenzio non come assoluta assenza, ma come presenza «calda», come linguaggio del corpo spiritualizzato: la carezza, il sorriso, la tensione silenziosa della mano verso la carne malata, ecco gli antidoti all’invasività della parola, i farmaci dell’autentico riconoscimento, dell’impegno relazionale.

IL PENSATOIO

Le riflessioni di Evagrio Pontico, straordinaria figura dell’antico monachesimo orientale, sulla pesantezza del tempo che caratterizza il monaco possono essere facilmente riadattate anche a certi vissuti temporali dei nostri giovani: non c’è dubbio che molti di loro si riconosceranno, soprattutto nei loro studi quotidiani, in queste parole!
E più in generale, pensiamo a quanti giovani iniziano varie attività, dal percorso scolastico prescelto allo sport, da forme di volontariato a piccoli lavori quotidiani, senza mai riuscire a portarli a termine, sbriciolando il tempo, lasciandoselo sfuggire inesorabilmente. Ecco la forza pervasiva e invasiva dell’accidia!
– Commentate, allora, con i vostri ragazzi questo passo, invitandoli a trasferirlo nei loro vissuti quotidiani:
«L’occhio dell’accidioso è continuamente fisso alle finestre, e nella sua mente fantastica sui visitatori: la porta cigola, e quello salta fuori; sente una voce, e spia dalla finestra[…]. Quando legge, l’accidioso sbadiglia spesso, ed è facilmente vinto dal sonno, si stropiccia gli occhi, si sfrega le mani, e, ritirando gli occhi dal libro, fissa il muro…» (Evagrio Pontico, Gli otto spiriti della malvagità, a cura di F. Moscatelli, San Paolo, Cinisello Balsamo, 1996, soprattutto pp. 52-55).

– Vale la pena di leggere e meditare insieme ai giovani questi splendidi versi di Costantino Kavafis: Quanto più puoi.
Farla non puoi, la vita,
come vorresti? Almeno questo tenta
quanto più puoi: non la svilire troppo
nell’assiduo contatto della gente,
nell’assiduo gestire e nelle ciance.
Non la svilire a furia di recarla
così sovente in giro, e con l’esporla
alla dissennatezza quotidiana
di commerci e rapporti,
sin che divenga una straniera uggiosa
(C. Kavafis, Poesie, tr.it. di F. M. Pontani, Mondadori, Milano1961).

– Discutete con i vostri ragazzi su quali atmosfere, suggestioni, immagini, esperienze di vita evocano in loro queste dense riflessioni di Duccio Demetrio:

«La strada è l’altra immagine di cui non riusciamo a fare a meno, tentando di rappresentare la vita[…]. Perché è impossibile prendere coscienza di sé senza, al contempo, non chiedersi quale sia, o sia stato, il proprio modo di camminare, quale la natura del cammino, quale, quali e quante le direzioni che si paravano dinanzi a noi. Quali i rapporti intrattenuti con il nostro prossimo durante gli itinerari intrapresi: corretti, aggressivi, solidali. Per primeggiare, per vincere onestamente o, evento assai più raro, per godere del piacere di essere sorpassati: senza alcuna invidia o cruccio e molta ironia per le risse altrui».

E ancora:

«Insomma, nella vita ci si trova a camminare per forza. Si è come ‘gettati’ sulla strada e i sentieri iniziati possono confondersi per diventar erba a ogni istante. A ben poco servirà cercare di prevederli; converrà, semmai, tracciarne di nuovi. Per creare sorprese, non solo per attenderle. Se mossi da vocazione educativa, dall’accettazione del dover farsi da parte: per offrire la staffetta a chi si aspettava o allo sconosciuto più agile ancora in corsa, quando il fiato si vada affievolendo. O nel pieno delle forze, come in una conversione improvvisa. In un ritorno sui propri passi o nel loro più radicale, accanito, meticoloso cancellarli o credere di poterlo fare»
(D. Demetrio, Filosofia del camminare. Esercitazioni di meditazione mediterranea, R. Cortina, Milano 2005).

– «Ma di recente ha mitigato questi miei crucci intimi un ex-alunno, che non si vergogna, come altri, di mantenersi buono. Mi parlò così: «Osserva come grande parte dei giovani protestatari avanza triste per la strada intrapresa. Essi però, come attori di tragedia, prendono la maschera del sommo ed altisonante Giove con serietà d’occasione. Ma quando riescono a liberare da sé l’animo loro da ogni velo dell’inganno e i loro intimi sentimenti dalle pieghe del silenzio, si lamentano di essere sbattuti fra le incertezze esistenziali al pari di come è roteato un sughero dalla rabbia di un fiume scosceso. Ci sono perfino taluni che, fiduciosi di eludere questa specie di morte, succhiano un’altra morte con gli stupefacenti, immergendosi in falsi sogni. Orbene avvicinati ad essi ed esortali come se fossero tuoi compagni; fa’ che vedano che soffri i medesimi dolori con loro. Nello stesso tempo tuttavia osservino che sai nuotare da vincitore fuori delle terribili tempeste e che lo scettro della tua vita lo tieni ben saldo nel tuo pugno. Come appunto il naufrago Ulisse in cerca della patria vinse le insidie che gli spuntavano contro continuamente, o piuttosto come l’eroe Veneziano, – S. Girolamo – a noi molto più caro, che fu insieme vittima degna di Dio per la salvezza dei fanciulli.
Fra gli inganni e in mezzo alla nebbia di questo mondo in rovina ritrovino essi, seguendo la tua guida, le stelle dell’Orsa ed il cielo. Credimi: gli anziani hanno il dovere di offrire ai giovani tali esempi; è questa la più grande gloria dei vecchi.
Vedrai allora i loro visi meravigliati e desiderosi di ascoltarti; ti vedrai allora amato perennemente con attenzioni filiali. E diranno: questo sì che è un uomo fiero, fattosi tutto da sé e capace con la sua saggezza a trasformare in giardini le lande desertiche. Dopo di ciò, innalzando il volo a guisa di aquile, arriveranno forse alle gioie stesse di Dio e da esse apporteranno alla nuova gioventù, che già incalza verso mete più alte, un aiuto di amore duraturo...».

In questi passi, tratti da Elegia pro juventute, Padre Pigato, dell’ordine dei Somaschi, insigne latinista e indimenticabile educatore, ci consegna in perenne eredità uno straordinario modello pedagogico: la coerenza educativa e biografica del maestro nei confronti del discepolo, soprattutto nell’età del dubbio, della progettazione inquieta e malcerta, del rischio esistenziale, dell’impegno sospeso, insieme alla sua capacità di dare voce all’insolito, all’inusuale, al meraviglioso che abitano da sempre le giovani anime.
In questo contesto, la classicità, rivisitata alla luce della dottrina cristiana, costituisce un ineludibile modello di formazione culturale, etica e del cuore.
Pigato, poeta–fanciullo, rintraccia, infatti, nella poesia e nell’immortale messaggio dei classici i sentieri più intimi dell’anima, che il discepolo, illuminato dalla Grazia, deve percorrere in ampiezza e profondità al fine di acquisire l’oro della sapienza.
Quella di Pigato è una pedagogia che nulla concede ai sentimentalismi o a un distorto e perverso rapporto amicale tra maestro e discepolo, bensì è finalizzata alla formazione di quella realtà totale che è lo studente, dove, con dolce severità, il cuore corrobora la mente e la mente vivifica il cuore nell’inquieta e impegnata ricerca della Verità.
Confrontatevi con i vostri ragazzi su queste tematiche.

– Fate scegliere ai vostri ragazzi un film, una canzone, un episodio di cronaca… che trattino del tema dell’accidia, del disimpegno, della difficoltà a crescere, a portare a compimento aspettative, progetti, idee, e discutetene con loro, ma senza moralismi, bensì sul concreto terreno della loro esperienza e della loro visione del mondo.

– Non vivere su questa terra
come un inquilino
oppure in villeggiatura
nella natura
vivi in questo mondo
come se fosse la casa di tuo padre
credi al grano al mare della terra
ma soprattutto all’uomo
ma innanzitutto ama l’uomo.
Senti la tristezza
del ramo che si secca
del pianeta che si spegne
dell’animale infermo
ma innanzitutto la tristezza
dell’uomo.
Che tutti i beni terrestri
ti diano gioia
che l’ombra e il chiaro
ti diano gioia
che le quattro stagioni
ti diano gioia
ma che soprattutto l’uomo
ti dia gioia.

C’è qualche film che hai visto o qualche canzone da te particolarmente preferita, i cui contenuti sembrano richiamarti questi stupendi versi che il grande poeta turco Nazim Hikmet rivolge al figlio per esortarlo all’amore e alla responsabilità nei confronti della natura e soprattutto dell’uomo?

L’ANIMA IN AZIONE

– Sollecitate i vostri ragazzi a scrivere una lettera a qualche figura istituzionale, ad un sacerdote, ad un insegnante, a qualche professionista di rilievo… sull’impegno, sulla responsabilità, sulle iniziative culturali, politiche nel senso più pieno del termine, sociali che i giovani si aspettano da loro.
– Organizzate attività di solidarietà in ospedali, dormitori pubblici, anfratti delle stazioni, carceri… all’insegna del Giovani in cammino verso il Tu.
Si tratta, chiaramente, di un percorso che va preparato con assoluta convinzione, cura per ogni dettaglio e un’adeguata preparazione psicologica, pedagogica e pastorale.
A questo proposito, richiamo in modo sintetico alcune delle linee-guida che dovrebbero informare l’educatore:
* Comprendere e non giudicare uomini e cose a guisa di oracoli.
* Autenticità, carica empatica, entusiasmo, senso della lotta per l’affermazione di progettualità oblative.
* Sapersi calare nei vissuti degli adolescenti, facendo riferimento anche ai propri, senza ostentare la propria adultità, ma facendola emergere sul piano dialogico e biografico.
* Testimonianza, coerenza, chiarezza progettuale, capacità di mettersi in discussione e di adattare le proprie linee pastorali e organizzative alle irriducibili, e per questo diverse!, giovani personalità che si hanno di fronte. Mi sembra evidente che non si possono fotocopiare progetti educativi o solidaristici, proprio perché diversi sono i giovani con cui continuamente abbiamo a che fare, ferma restando una comune piattaforma di idee e valori condivisi.
* Da ultimo, l’educatore, nel pieno riconoscimento della sua umana fragilità, dei limiti che strutturalmente lo abitano, sia sempre consapevole che non tutti i progetti messi in cantiere riescono automaticamente a concretizzarsi; l’importante, come ammoniva M. M. Davy nel suo splendido La montagna e il simbolismo, «non è raggiungere una cima, perché le cime si succedono le une alle altre senza soluzione di continuità. L’essenziale consiste nel non sospendere la salita, cioè il progresso».