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Il seminatore

Il seminatore

Fratel Nimal- Bose


18 giugno 2019

In quel tempo,4poiché una grande folla si radunava e accorreva a lui gente da ogni città, Gesù disse con una parabola: 5«Il seminatore uscì a seminare il suo seme. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada e fu calpestata, e gli uccelli del cielo la mangiarono. 6Un'altra parte cadde sulla pietra e, appena germogliata, seccò per mancanza di umidità. 7Un'altra parte cadde in mezzo ai rovi e i rovi, cresciuti insieme con essa, la soffocarono. 8Un'altra parte cadde sul terreno buono, germogliò e fruttò cento volte tanto». Detto questo, esclamò: «Chi ha orecchi per ascoltare, ascolti!».
9I suoi discepoli lo interrogavano sul significato della parabola. 10Ed egli disse: «A voi è dato conoscere i misteri del regno di Dio, ma agli altri solo con parabole, affinché
vedendo non vedano
e ascoltando non comprendano.
11Il significato della parabola è questo: il seme è la parola di Dio.12I semi caduti lungo la strada sono coloro che l'hanno ascoltata, ma poi viene il diavolo e porta via la Parola dal loro cuore, perché non avvenga che, credendo, siano salvati. 13Quelli sulla pietra sono coloro che, quando ascoltano, ricevono la Parola con gioia, ma non hanno radici; credono per un certo tempo, ma nel tempo della prova vengono meno. 14Quello caduto in mezzo ai rovi sono coloro che, dopo aver ascoltato, strada facendo si lasciano soffocare da preoccupazioni, ricchezze e piaceri della vita e non giungono a maturazione. 15Quello sul terreno buono sono coloro che, dopo aver ascoltato la Parola con cuore integro e buono, la custodiscono e producono frutto con perseveranza.
Lc 8,4-15

Di fronte a una grande folla, Gesù si rivolge a ciascuno dei presenti, richiamandoli alla responsabilità di un ascolto autentico: “Chi ha orecchi per ascoltare, ascolti!”.
Nella prima parte del testo egli ricorre a un’immagine del mondo agricolo, oggi inconsueta. Essa conserva tuttavia la sua forza; seminare è dare la vita, è un atto di speranza che testimonia una fiducia che accetta la sfida del tempo, dell’attesa che intercorre tra la semina e la raccolta. Sentiamo subito una ridondanza propria di Luca: “Uscì il seminatore a seminare il suo seme”. Il seme è la parola di Dio che ci viene donata con generosità come la pioggia e la neve che scendono dal cielo per donare il seme a chi semina e il pane a chi mangia (Is 55,10). Fermiamoci a riflettere sulla costanza e sulla determinazione con cui il Signore continuamente parla al nostro cuore. Pensiamo che l’ascolto della parola di Dio sia un atto della nostra volontà, in realtà è sempre atto della misericordia di Dio che continuamente ci interpella. Noi sovente siamo incapaci di quell’ascolto che sa cogliere i riflessi della sua parola in ogni istante, in ogni incontro delle nostre giornate.
Le modalità con cui il seme cade sul terreno descrivono diversi modi di accogliere la Parola; noi facciamo esperienza di queste modalità spesso senza rendercene conto. Il seme caduto a terra viene calpestato e portato via dal diavolo. Solo Luca, tra i sinottici, ci dice che il seme viene calpestato, come il sale che non ha più sapore (cf. Mt 5,13). È il nostro cuore indurito, a volte reso impermeabile dagli eventi della vita. Pensiamo di proteggerci dal dolore e dalla sofferenza, ma non ci rendiamo conto che stiamo impedendo alla vita stessa di trasformarci, di rendere fecondo il nostro cuore, fecondo di quell’amore di Dio che è stato riversato in noi senza misura dalla Spirito (cf. Rm 5,5) e che solo può curarci dalle ferite e dal dolore.
Luca esplicita l’azione del diavolo che porta via la Parola perché non avvenga che, credendo, siano salvati. Questo è un principio di morte che vuole separarci dall’amore di Dio, che ci isola nel nostro indurimento. Il Signore conosce tutto questo. La citazione di Is 6,9, che troviamo tra la parabola e la sua spiegazione sembra prevederlo, alludendo all’incapacità di accogliere la Parola, che si presenta a noi come mistero. Non possiamo comprendere tutto e subito, ma ci viene chiesto di accogliere il mistero come un seme che deve morire in noi e accettare di attraversare il lungo inverno prima di poter vedere crescere e maturare un frutto. “Se il chicco di grano caduto in terra non muore rimane solo, se invece muore produce molto frutto” (Gv 12,24). Accogliendo la parola di Dio viviamo ogni giorno il mistero della nostra salvezza, della passione, morte e resurrezione del Signore Gesù, ma riconosciamo anche che la nostra vita per gran parte è nascosta con Cristo in Dio (cf. Col 3,3), come il seme nella nuda terra.
Abbiamo bisogno di “un cuore capace di ascolto” (1Re 3,9), un cuore custodito, secondo la tradizione monastica, in cui abbiamo scavato e reso profondo (cf. Lc 7,48), perché non avvenga che al sorgere della prova venga meno la fede. L’attesa del tempo che passa mette alla prova la perseveranza, ma un cuore che accoglie e custodisce la Parola è da essa custodito.
Chi di noi può affermare di avere un cuore integro e buono? Dobbiamo riconoscere che questa bontà del cuore non viene da noi, ma è il sigillo della creazione di Dio (cf. Gen 1,31). Lasciare che la sua Parola ogni giorno ci raggiunga significa lasciarci ri-creare dal Padre ogni giorno, solo così potremo trarre cose buone dal buon tesoro del nostro cuore (cf. Lc 7,45), reso fecondo del frutto della perseveranza dalla sua Parola che non viene meno.
La parabola non ci parla di qualità innate che alcuni posseggono e altri no, non ci indica una via morale da perseguire, essa ci invita a interrogarci su come noi ascoltiamo (cf. Lc 8,18) e a dilatare questa modalità nel tempo, perché custodire significa sapere attendere con fiducia e speranza che il frutto giunga a suo tempo (cf. Lc 13,8).

La "pastorale generativa"

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La "pastorale generativa"

Christoph Theobald *

In memoria fraterna di Philippe Bacq sj (1938-2016)

In questo volume (Urgenze pastorali. Per una pedagogia della riforma) non si è trattato in maniera esplicita di ciò che si è convenuto di chiamare «pastorale generativa», ma le intuizioni fondamentali del nostro percorso si iscrivono chiaramente in questa direzione. Oggi si può dire che essa ha incontrato un certo successo, perché ha invitato coloro che vi si ispirano a prendere le distanze sia rispetto a contrapposizioni e risentimenti del passato sia rispetto a dibattiti istituzionali che, senza vie d'uscita, hanno scoraggiato molti attori pastorali; nella nostra situazione di «crisi», li ha piuttosto aiutati a mantenere una rotta spirituale. Ma riconosciamo altresì che il vocabolario della «generazione» ha favorito banalizzazioni, a volte un approccio euforico, caricature (da parte di alcuni detrattori) e persino incomprensioni.
Un dato storico permetterà forse di far comprendere la sfida che questa espressione contiene. Nel 1989, il padre gesuita Édouard Pousset (docente al Centre Sèvres) la utilizzò per la prima volta in occasione di un bilancio pastorale al Villard, un centro animato dalla Mission de France, situato sull'altopiano di Millevaches (Creuse). Non è questa la sede per analizzare l'insieme del suo testo (la cui nuova redazione, più sviluppata è stata da noi pubblicata in Aujourd'hui l'Église, n. 1, Association Roche-Colombe, maggio 1991). Basta citare la diagnosi che apre questo bilancio e ricordare le conseguenze che ne derivano:

Questi giovani, battezzati o no (del MRJC),[1] non sono cristiani. 40 o 50 anni fa, noi lo eravamo. Non perché portavamo in noi i segni di una migliore autenticità evangelica, ma perché vivevamo un'adesione più reale, più efficace all'istituzione cristiana della Chiesa. Il battesimo ci istituiva discepoli di Cristo e lo eravamo, in qualche modo, attraverso una presenza reale della Chiesa nelle nostre coscienze e in tutto il campo sociale. Questa presenza ci impregnava e aveva formato in noi dei riferimenti cristiani significativi già prima di aver iniziato la nostra istruzione religiosa e umana più approfondita.

Tale presenza reale della Chiesa non esiste più per questi giovani. Non vivono più in questa atmosfera che avrebbe formato in loro riferimenti e segni, e che avrebbe fatto penetrare in loro un po' dell'essere cristiano nel quale il battesimo ha continuato a costituire la maggior parte di loro. Con loro non si tratta subito di un'educazione della coscienza cristiana ma della genesi, della generazione di tale coscienza.

I giovani di Benedetto (Segnalazione)

SEGNALAZIONE

I giovani di Benedetto

 

Elledici 2019 - pp. 87 - € 6,90

«Pensando al pontificato di Benedetto XVI il suo rapporto con i giovani non è il primo aspetto a cui si pensa spontaneamente. Ma se si guarda nel dettaglio non è difficile riconoscere che anch’egli vi ha dedicato molta attenzione e molto cuore. Benedetto, verso la fine del suo pontificato, nel grande discorso di fine anno del 2011 alla Curia romana, definì le GMG “una medicina contro la stanchezza del credere”, “una nuova evangelizzazione vissuta”, in cui si delinea “un modo nuovo, ringiovanito, dell’essere cristiani”. Con questo testo si mette in rilievo che lo spazio avuto dai giovani nel pontificato di Benedetto XVI è stato molto ampio, e proprio in esso sono da riconoscere diversi fra i momenti più belli e felici di un ministero papale in cui non sono mancate le difficoltà. Ora, nella Chiesa in uscita di Francesco, i giovani sono lanciati con forza verso un rinnovato entusiasmo d’impegno e di servizio, di solidarietà con i poveri e di cura della casa comune».
(dalla Prefazione di P. Federico Lombardi)

Una notizia che ci rallegra e onora

Una notizia che

ci rallegra e onora

Nomina di Consultori della
Segreteria Generale del Sinodo dei Vescovi

sala

Il 24 maggio scorso, festa di Maria Ausiliatrice, Papa Francesco ha dato un nuovo segnale della considerazione che nutre verso la Famiglia Salesiana nominando tra i Consultori della Segreteria Generale del Sinodo dei Vescovi don Rossano Sala, SDB, docente di Pastorale Giovanile presso l’Università Pontificia Salesiana e direttore della rivista "Note di pastorale giovanile", e che ha svolto l’incarico di Segretario Speciale al Sinodo dei Vescovi sui Giovani; e suor Alessandra Smerilli, delle Figlie di Maria Ausiliatrice, docente di Economia presso la Pontificia Facoltà di Scienze dell’Educazione “Auxilium”, di recente nominata anche Consigliere dello Stato della Città del Vaticano.
Per don Sala – nominato Consultore insieme con l’altro Segretario Speciale al Sinodo sui Giovani, il gesuita padre Giacomo Costa – la nomina rappresenta un’indicazione del fatto che il Santo Padre Francesco e la Segreteria Generale del Sinodo hanno ritenuto l’ultimo sinodo un’esperienza utile per il futuro cammino della Chiesa, che ha espresso approcci e modalità da mantenere e da far maturare anche nei Sinodi dei Vescovi che verranno.
In tal senso va riletta anche la nomina, per la prima volta, di quattro donne tra i Consultori della Segreteria Generale del Sinodo – tre suore e una laica. “La maggiore presenza di donne negli organismi permanenti del Sinodo dei Vescovi è anch’essa legata all’esperienza del Sinodo sui Giovani, che sia nel suoi lavori, sia nel Documento finale, ha richiesto una valorizzazione del ruolo femminile all’interno della Chiesa” riporta il salesiano. Tale scelta, perciò, “è un segno della volontà del Santo Padre di avvalersi del genio femminile non solo nella fase attuativa o celebrativa di un sinodo, ma già nel cammino di preparazione, per poter compiere un discernimento più ricco e più ampio”.
A livello operativo, don Sala ha chiarito che la nomina significa “essere a disposizione della Segreteria del Sinodo” per offrire il proprio contributo di consulenza. Un contributo che nella sua specifica realtà di salesiano e di esperto di Pastorale Giovanile significherà in primo luogo “aiutare a far entrare i dinamismi giovanili nei cammini ordinari della Chiesa, perché, come Papa Francesco ha detto più volte nell’esortazione apostolica post-sinodale Christus vivit, la presenza dei giovani può davvero ringiovanire il volto della Chiesa”.

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(ANS – Città del Vaticano)

La stadera (Segnalazione)

Per una guida negli

Esercizi spirituali

La stadera

Stadera: bilancia. È quanto Ignazio chiede a chi dà gli Esercizi spirituali «stando nel mezzo» (15esima Annotazione) e a chi accompagna in un percorso ordinario. La guida sta in mezzo, tra la creatura e il Creatore. Il taglio proposto in questo testo è secondo la pedagogia e la spiritualità di Sant'Ignazio di Loyola che, a distanza di 500 anni, la Compagnia di Gesù cerca di incarnare e di declinare in diversi apostolati nel tempo attuale. Uno di essi ha la sua fonte nel libretto degli Esercizi spirituali. Questo libro è pensato come ponte tra il testo scritto da Ignazio, che ovviamente costituisce il punto di riferimento ultimo ed ineliminabile, e le condizioni e le questioni che oggi una guida deve considerare se è chiamata ad accompagnare un gruppo o un singolo.

Nel link la presentazione e l'indice