Omelia 85 (Giov. 15,14)

Non più servi

ma amici

Sant’Agostino, Vescovo

nonserviamici


È una grande degnazione da parte del Signore, chiamare suoi amici quelli che sono suoi servi. E' dunque possibile essere servi e amici.

1. Il Signore Gesù, dopo averci raccomandato l'amore che egli poi ci manifestò morendo per noi, e dopo aver detto: Nessuno può avere un amore più grande che dare la vita per i suoi amici, dice: Voi siete i miei amici, se farete ciò che vi comando (Gv 15, 13-14). Mirabile condiscendenza! Poiché la condizione per essere un buon servo è quella di eseguire gli ordini del padrone, vuole che i suoi amici siano considerati tali in base al criterio con cui si considerano buoni i servi. Ma, come dicevo, è una grande condiscendenza che il Signore dimostra, degnandosi chiamare amici quelli che sono suoi servi. Per convincervi che è dovere dei servi eseguire gli ordini del padrone, ricordate il rimprovero che in altra circostanza egli rivolge a chi si diceva suo servo: Perché mi chiamate Signore, Signore, e non fate ciò che vi dico? (Lc 6, 46). Se dite: Signore, dimostrate ciò che dite eseguendo i suoi ordini. Non dirà forse al servo obbediente: Bravo, servo buono e fedele; sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto: entra nella gioia del tuo padrone (Mt 25, 21)? Il servo buono, dunque, può essere ad un tempo servo ed amico.

2. Ma badiamo a quel che segue: Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone. Come potremo allora intendere che il servo buono è servo ed amico, se dice: Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone (Gv 15, 15)? Gli dà il nome di amico, togliendogli quello di servo; non lascia tutti e due i nomi alla medesima persona, ma sostituisce uno con l'altro. Che significa ciò? Che non siamo più servi quando osserviamo i comandamenti del Signore? E che non siamo servi quando siamo servi buoni? Ma chi può smentire la Verità che dice: Non vi chiamo più servi? Spiega il motivo della sua affermazione: perché il servo non sa quello che fa il suo padrone. Forse che al servo buono e fedele il padrone non confida anche i suoi segreti? Che significa dunque la frase: Il servo non sa quello che fa il suo padrone? Ma anche ammesso che il servo non conosca i segreti del suo padrone, forse non conoscerà nemmeno i suoi ordini? Se ignora anche questi, come fa a servirlo? E se non lo serve, che servo è? E tuttavia il Signore dice: Voi siete miei amici se farete ciò che vi comando. Non vi chiamo più servi. O meraviglia! Noi non possiamo essere servi del Signore se non osservando i comandamenti del Signore: e allora come possiamo non essere suoi servi quando li osserviamo? Se osservando i comandamenti non sono servo, e se non potrò servirlo se non osservando i comandamenti, vuol dire che se lo servirò non sarò più servo.

3. Sforziamoci di comprendere, o fratelli. Il Signore, da parte sua, ci conceda di comprendere, e anche di attuare ciò che saremo riusciti a comprendere. Se sappiamo questo, sapremo anche ciò che fa il Signore, perché solo il Signore può creare in noi le condizioni che ci consentono di partecipare alla sua amicizia. Come infatti vi sono due timori che creano due categorie di timorosi, così vi sono due modi di servire che creano due categorie di servi. C'è il timore che viene eliminato dalla carità perfetta (cf. 1 Io 4, 18), e ce n'è un altro, quello casto, che permane in eterno (cf. Sal 18, 10). A quel timore, che non può coesistere con l'amore, si riferiva l'Apostolo quando diceva: Voi non avete ricevuto uno spirito di servitù, per ricadere nel timore (Rm 8, 15). Mentre invece si riferiva al timore casto quando diceva: Non levarti in superbia, ma piuttosto temi (Rm 11, 20). In quel timore che la carità bandisce, c'è anche della servitù che occorre bandire; servitù che l'Apostolo vede strettamente connessa con il timore: Voi non avete ricevuto lo spirito di servitù per ricadere nel timore. E' a questo servo dominato dallo spirito di servitù che il Signore si riferiva dicendo: Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone (Gv 15, 15). Non si riferisce certo al servo animato dal timore casto, al quale verrà detto: Bravo, servo buono, entra nella gioia del tuo padrone (Mt 25, 21). Egli ha in vista unicamente il servo dominato dal timore che dev'essere bandito dalla carità, e del quale sta scritto: Il servo non rimane nella casa per sempre; il figlio, invece, vi resta per sempre (Gv 8, 35). Poiché ci ha dato il potere di diventare figli di Dio (cf. Gv 1, 12), non dobbiamo essere servi, ma figli; e così potremo, in modo mirabile e ineffabile e tuttavia vero, servirlo senza essere servi. Sì, servi quanto al timore casto, che deve guidare il servo destinato ad entrare nella gioia del suo padrone; senza essere servi quanto al timore che deve essere bandito, dal quale è dominato il servo che non resta in casa per sempre. E per essere servi non servi, dobbiamo sapere che questo è grazia del Signore. Ecco ciò che ignora il servo che non sa quello che fa il suo padrone. Quando egli compie qualcosa di buono, se ne vanta come se l'avesse compiuto lui, non il suo Signore; e se ne gloria e non rende gloria al Signore. Illuso, perché si gloria come se non avesse ricevuto ciò che ha (cf. 1 Cor 4, 7). Noi, invece, o carissimi, se vogliamo essere amici del Signore, dobbiamo sapere ciò che il nostro Signore fa. Non siamo noi infatti, ma è lui che ci fa essere non soltanto uomini, ma anche giusti. E chi può farci conoscere tutto ciò, se non lui stesso? Infatti noi abbiamo ricevuto non lo spirito di questo mondo, ma lo Spirito che viene da Dio, per conoscere i doni che egli ci ha elargito (1 Cor 2, 12). Tutto ciò che è buono, è dono suo. E siccome anche questa scienza è un bene, da lui ci viene elargito affinché si sappia che è lui la sorgente di ogni bene, e affinché chi si gloria di qualsiasi cosa buona, si glori nel Signore (cf. 1 Cor 1, 31). Quello che il Signore dice subito dopo, e cioè: Io vi ho chiamato, invece, amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l'ho fatto conoscere a voi (Gv 15, 15), è tanto profondo che non è proprio il caso di commentarlo ora, ma bisogna rimandarlo al prossimo discorso.