Natale in compagnia

di Giuseppe

Gianfranco Ravasi

santafamiglia

Nonostante le stravaganze introdotte dal consumo dei "seria! televisivi", gli italiani continuano a privilegiare nei nomi assegnati ai loro figli quelli tradizionali (o almeno così si è fatto per lunghi decenni fino ai nostri giorni). Risulta, in tal modo, che all'anagrafe il nome maschile detentore del primato sia ancora l'antico e buon "Giuseppe", assegnato certamente sulla base di un rimando alla figura discreta e silenziosa dell'omonimo padre legale di Gesù. Abbiamo allora pensato di proporre ai nostri lettori un'analisi essenziale dell'evento della nascita di Cristo da un angolo di visuale molto particolare, stando appunto in compagnia di Giuseppe. Il suo è un nome chiaramente ebraico che significa "Dio aggiunga!" o "che egli raduni!", un nome portato da altri sei personaggi biblici, tra i quali il più celebre è quel figlio di Giacobbe che fece fortuna in Egitto divenendo da schiavo viceré, così da trasformarsi, secoli dopo, nel protagonista del fluviale romanzo Giuseppe e i suoi fratelli di Thomas Mann.
La presenza del nostro Giuseppe, il padre legale e non naturale di Gesù, è nei Vangeli esile: affiora nella genealogia di Cristo; appare come il promesso sposo di Maria (Luca 1, 27), sarà menzionato durante la nascita di Gesù a Betlemme (Luca 2, 4-5), farà qualche altra fugace apparizione nei primi giorni del neonato, acquisterà rilievo durante la vicenda dí clandestino e migrante in Egitto, riemergerà dal silenzio una dozzina d'anni dopo quando occhieggerà nelle parole di sua moglie, Maria, in occasione della "fuga" del figlio dodicenne nel tempio di Gerusalemme tra i dottori della Legge («tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo», Luca 2, 48), e sarà ricordato con sarcasmo dai suoi concittadini di Nazaret, quando di fronte ai successi del figlio ironizzeranno: «Ma costui non è il figlio di Giuseppe..., il figlio del falegname?» (Luca 4, 22; Matteo 13, 55). Ci sono, però, due scene nelle quali Giuseppe è protagonista. Sono le uniche e riguardano proprio il Natale.
Rievochiamo la prima: è la cosiddetta "annunciazione a Giuseppe" ed è narrata dall'evangelista Matteo (1, 18-25). Leggiamola insieme: «Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto. Mentre però stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: "Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati". Tutto questo è avvenuto perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio: a lui sarà dato il nome di Emmanuele, che significa Dio con noi. Quando si destò dal sonno. Giuseppe fece come gli aveva ordinato l'angelo del Signore e prese con sé la sua sposa; senza che egli la conoscesse, ella diede alla luce un figlio ed egli lo chiamò Gesù».
Per capire il comportamento iniziale di Giuseppe nei confronti di Maria, dobbiamo entrare, almeno sommariamente, nel mondo delle usanze matrimoniali dell'antico Israele. Il matrimonio comprendeva due fasi ben definite. La prima – denominata qiddushin, cioè "consacrazione", perché la donna veniva "consacrata" al suo sposo – consisteva nel fidanzamento ufficiale tra il giovane e la ragazza che solitamente aveva dodici o tredici anni. La ratifica di questo primo atto comportava una nuova situazione per la donna: pur continuando a vivere a casa sua all'incirca per un altro anno, essa era chiamata e considerata già "moglie" del suo futuro marito e per questo ogni infedeltà era ritenuta un adulterio. La seconda fase era chiamata nissu'in (dal verbo nasa', ossia "sollevare, portare") in quanto evocava il trasferimento processionale della sposa che veniva "portata" nella casa dello sposo, un avvenimento che fa da sfondo a una parabola di Gesù che ha per protagoniste le ancelle di un festoso corteo nuziale notturno (si veda Matteo 25, 1-13). Questo atto suggellava la seconda e definitiva tappa del matrimonio ebraico. Il racconto che abbiamo letto sopra si colloca, allora, nella prima fase, quella del fidanzamento-"consacrazione": «Prima che andassero a vivere insieme [col trasferimento alla casa di Giuseppe], Maria si trovò incinta».
Giuseppe è di fronte a una scelta drammatica. Il libro biblico del Deuteronomio era chiaro e implacabile: «Se la giovane non è stata trovata in stato di verginità, allora la faranno uscire all'ingresso della casa del padre e la gente della sua città la lapiderà a morte, perché ha commesso un'infamia in Israele, disonorandosi in casa del padre» (22, 20-21). Nel giudaismo successivo, però, aveva preso strada un'altra norma più moderata, quella che imponeva il ripudio. Come si è spiegato, trattandosi già di una vera e propria 'moglie", si doveva celebrare un divorzio ufficiale con tutte le conseguenze civili e penali per la donna. È curioso ricordare che a Murabba'at, nei pressi del Mar Morto, è venuto alla luce anni fa un atto di ripudio del 111 d.C., scritto in aramaico e riguardante due sposi che si chiamavano anche loro Maria e Giuseppe.
Ma ritorniamo a Giuseppe e alla sua decisione. Egli deve "ripudiare" Maria a causa della legge che lo obbliga a questo; essendo uomo "giusto", cioè obbediente alla legge dei padri, egli si mettesu questa strada amara, ma, essendo uomo "giusto" anche secondo il linguaggio biblico ove significa "mite, misericordioso, buono", lo vuole fare nella forma più delicata e più attenta per la donna. Sceglie la via "segreta", senza denunzia legale, senza processo e clamore, alla presenza dei soli due testimoni necessari per la validità dell'atto di divorzio, cioè la consegna del cosiddetto "libello di ripudio". Certo, la nostra sensibilità ci fa subito dire: che ne sarebbe stato di Maria? La risposta è pur troppo chiara e inequivocabile: sarebbe stata un'emarginata, rifiutata da tutti, accolta forse solo dal clan paterno assieme al figlio illegittimo che avrebbe generato. È nota a tutti, infatti, la triste situazione della donna nell'antico Vicino Oriente. Ma lasciamo da parte questa ipotesi irreale e ritorniamo a Giuseppe e al suo dramma interiore, per altro non lontano da quello vissuto da tante coppie di fidanzati, sia pure per ragioni diverse.
La sua oscura tensione è, all'improvviso, squarciata da una luce: l'angelo nella Bibbia è per eccellenza il segno di una rivelazione divina come il sogno (se ne contano cinque nel Vangelo dell'infanzia di Gesù secondo Matteo) è il simbolo della comunicazione di un mistero. «Non temere di prendere con te», cioè di portare Maria a casa tua, completando così anche la seconda fase del matrimonio (nissu'in), dice l'angelo a Giuseppe. Ed è qui che scatta la grande rivelazione del mistero che si sta compiendo in Maria: «Il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo». È questa la sorpresa straordinaria che 'dovrà sconvolgere la vita di Giuseppe, sorpresa molto più forte di quella di avere la propria donna incinta di un altro uomo. Si apre, allora, per Giuseppe, una vita nuova e una missione unica. Egli, che è "figlio di Davide" (è l'unica volta nei Vangeli in cui questo titolo non viene applicato a Gesù), dovrà trasmettere la linea ereditaria davidica al figlio di Maria nella qualità di padre legale. Potremmo dire che, come Maria è colei per mezzo della quale Gesù nasce nel mondo come figlio di Dio, Giuseppe è colui per mezzo del quale Gesù nasce nella storia come figlio di Davide.
La paternità legale o "putativa" in Oriente era molto più normale di quanto possiamo immaginare. Esemplare è il caso del "le-virato" (dal latino levir, cognato) così formulato nel Deuteronomio: »Quando uno dei fratelli di un clan morirà senza lasciare figli, la moglie del defunto verrà presa in moglie dal cognato; il primogenito che essa metterà al mondo, andrà sotto il nome del fratello morto perché il nome di questi non si estingua in Israele» (25, 5-6). In altre parole, il padre reale di questo figlio è il cognato, ma il padre legale resta il defunto che attribuisce ai neonato tutti i diritti ereditari. Come padre ufficiale di Gesù, Giuseppe esercita il diritto di imporre il nome riconoscendolo giuridicamente.
Nella Bibbia il nome è il compendio simbolico di una persona, è la sua carta d'identità: perciò, anche se si hanno delle eccezioni (è Eva a chiamare "Set" il suo terzo figlio), è il padre a dichiarare il nome del figlio e Giuseppe sa già che per il figlio di Maria c'è un nome preparato da Dio. "Gesù" è l'equivalente di Giosuè, e a livello di etimologia popolare e immediata significa "Il Signore salva", come è spiegato dall'angelo: »Egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati». Anche san Pietro in un suo discorso registrato dagli•ze.
Atti degli Apostoli afferma: In nessun altro c'è salvezza; non vi è infatti, sotto il cielo, altro nome dato agli uomini, nel quale è stabilito che noi siamo salvati» (4, 12). A un'analisi più filologica "Gesù" significa letteralmente "Il Signore aiuta" o "Il Signore dà la vittoria", un senso abbastanza vicino a quello tradizionale. Nella narrazione dì Matteo c'è un ultimo dato da decifrare. È nella frase finale, quella della nascita di Gesù, che letteralmente suona così: »Giuseppe prese con sé la sua sposa e non la conobbe prima che gli partorisse il figlio». Sappiamo che nella Bibbia il verbo "conoscere" è un eufemismo per alludere all'atto matrimoniale. Sulla frase per secoli si è accesa un'aspra discussione teologica riguardante la verginità perpetua di Maria e la presenza nei Vangeli dei cosiddetti "fratelli e sorelle di Gesù".
In realtà il testo di Matteo nel suo tenore originale non affronta la questione, dal momento che in italiano, quando si dice che una cosa non succede "fino a" un certo tempo, si suppone di solito che abbia luogo dopo: Giuseppe non ha avuto rapporti con Maria fino alla nascita di Gesù, ma in seguito avrebbe potuto averli. In greco, invece, e nelle lingue semitiche si vuole mettere l'accento solo su ciò che avviene fino alla scadenza del "finché": Giuseppe non ebbe rapporti con Maria, eppure nacque Gesù. Il tema fondamentale è, perciò, quello della concezione verginale di Maria. Il Cristo non nasce né da seme umano né da volere della carne, ma solo per lo Spirito di Dio che opera in Maria vergine. Corretta è allora la traduzione che ci propone la Bibbia ufficiale italiana da noi sopra adottata e che risuonerà anche nella liturgia natalizia: «Senza che Giuseppe la conoscesse, Maria diede alla luce un figlio».
Parlavamo prima dí due scene in cui Giuseppe è protagonista. Fermiamoci ora sulla seconda, dopo quella della nascita di Cristo. La famiglia di Gesù si iscrive subito nel lungo elenco che giunge fino ai nostri giorni e che comprende i profughi, i clandestini, i migranti. Ecco, infatti, quando il bambino Gesù ha pochi mesi, Giuseppe in marcia con lui e con la sposa Maria attraverso il deserto di Giuda per riparare in Egitto, lontano dall'incubo del potere sanguinano del re Erode. Riascoltiamo innanzitutto le parole di Matteo (2, 13-15) del Vangelo dell'infanzia: «Un angelo del Signore apparve ín sogno a Giuseppe e gli disse: "Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e fuggi in Egitto, e resta là finché non ti avvertirò, perché Erode sta cercando il bambino per ucciderlo". Giuseppe si alzò nella notte, prese con sé il bambino e sua madre e si rifugiò in Egitto, dove rimase fino alla morte di Erode, perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: "Dall'Egitto ho chiamato mio figlio"».
Betlemme è il punto di partenza del nostro racconto. Già l'imperatore romano Adriano nel ll sec. aveva confermato la presenza di un primo culto cristiano attorno a una grotta venerata dai primi cristiani, sconsacrandola con un tempietto dedicato ad Adone. Già nel 220, il grande maestro cristiano Origene di Alessandria d'Egitto, giunto in Palestina, scriveva: «In Betlemme si mostra la grotta dove, secondo i Vangeli, Gesù è nato e la mangiatoia nella quale, avvolto in poveri panni, fu deposto. Quello che mi fu mostrato è familiare a tutti gli abitanti della zona. Gli stessi pagani dicono a chiunque li voglia ascoltare che in quella grotta è nato un certo Gesù che i cristiani adorano» (Contro Celso I, 51). Qui da secoli i cristiani celebrano con fede e gioia il Natale del Signore: il 25 dicembre i cattolici, il 6 gennaio gli ortodossi, il 19 gennaio gli armeni, Date diverse in ricordo di una data ignota di quell'anno – forse il 6 a.C. (è noto che l'attuale datazione dell'era cristiana è erronea) – in cui Gesù è entrato nella nostra storia. Anche in questo egli si rivela povero. assente com'è dagli annali e dalle anagrafi imperiali.
Su di lui, anzi, si stende subito l'incubo della repressione. Erode, di sangue misto (mezzo ebreo e mezzo ídumeo), figlio di un primo ministro della corrotta dinastia ebraica degli Asmonei, era riuscito a creare e a salvaguardare dall'ingordigia romana un regno esteso e potente. Le sue doti di governo e la sua eccezionale politica edilizia (il tempio gerosolimitano da lui costruito e frequentato anche da Gesù era indubbiamente un capolavoro architettonico, come lo erano le città di Samaria e di Gerico, le fortezze di Masada, di Macheronte e l'Herodium, il suo colossale mausoleo) gli avevano meritato il titolo di "Grande".
Ma, come sempre, questo potere assoluto era stato consolidato attraverso sangue e lacrime: mogli e figli erano stati sacrificati senza esitazione alla ragion di Stato. Celebre è il detto attribuito da Macrobio, storico romano del V secolo d.C., ad Augusto: presso Erode erano più fortunati i porci (non commestibili per gli orientali) dei figli (in greco le due parole "porco" e "figlio" hanno un suono quasi identico). Gesù, visto dall'occhiuta polizia segreta erodíana come uno dei tanti piccoli pericoli per il potere ufficiale, doveva essere subito liquidato.
Si inizia, così, per Gesù, la vicenda di profugo. Naturalmente il brano evangelico che abbiamo letto non ci offre nessuna indicazione circoscritta su questa evasione della santa Famiglia dal territorio erodiano verso l'Egitto, il classico Paese di rifugio per perseguitati e che allora era sotto il diretto controllo di Roma (dal 30 a.C.). Ricordiamo, ad esempio, che già in passato, Geroboamo, ribelle alla repressione poliziesca e alle pressioni fiscali di Salomone (X secolo a.C.), era riparato in Egitto (1 Re 11, 40) in attesa di organizzare la rivolta che avrebbe condotto alla scissione del'regno salomonico in due tronconi, quello meridionale di Giuda e quello settentrionale di Israele. Le poche parole del Vangelo, d'altra parte, devono essere collocate all'interno di un dibattito piuttosto acceso che gli studiosi da tempo hanno aperto sulla particolare qualità di queste pagine che stanno all'inizio dei Vangeli di Matteo e Luca e che sono chiamate »i Vangeli dell'infanzia».
È indubbio, infatti, che la loro tonalità storica è ben diversa da quella del resto dei Vangeli. Questi capitoli sono veri e propri concentrati di cristologia: rappresentanocioè lo sforzo della Chiesa cristiana delle origini di disegnare un ritratto non tanto di Gesù bambino, ma del Cristo in tutta la sua pienezza pasquale partendo proprio dalla sua nascita. In pratica, nella nascita si condensa tutto l'itinerario e tutta la fisionomia del Cristo. In Matteo la guida per abbozzare questo ritratto è rappresentata soprattutto dalle citazioni dell'Antico Testamento che punteggiano ogni piccola scena. Anche nel nostro brano la finale è costituita appunto da un testo del profeta Osea: «Dall'Egitto ho chiamato mio figlio» (11, 1). Il pensiero, perciò, più che alla concreta vicenda dell'esilio dí Gesù, corre subito all'esodo di Israele: come il popolo dell'antica alleanza riparò in Egitto ove divenne schiavo, fu perseguitato e ritornò gloriosamente nella sua terra attraverso l'esodo, così il nuovo popolo incarnato da Gesù ripercorre le tappe di una perfetta e definitiva storia di salvezza e di libertà.
È difficile, pertanto, estrarre da queste parole così scarne e da un evento avvolto in un velo teologico e biblico precisi dati storici sul percorso della santa Famiglia verso l'Egitto e sul suo soggiorno figlio» (11, 1). Il pensiero, perciò, più che alla concreta vicenda dell'esilio di Gesù, corre subito all'esodo di Israele: come il popolo dell'antica alleanza riparò in Egitto ove divenne schiavo, fu perseguitato e ritornò gloriosamente nella sua terra attraverso l'esodo, così il nuovo popolo incarnato da Gesù ripercorre le tappe di una perfetta e definitiva storia di salvezza e di libertà.in quella terra (tra l'altro veniva considerata già come Egitto l'attuale fascia di Gaza, immediatamente a sud della Palestina). La questione è complessa e piuttosto delicata, perché il nucleo storico nelle pagine dei Vangeli dell'infanzia è profondamente immerso nell'interpretazione, proprio perché qui gli evangelisti non hanno come scopo quello di costruire una cronaca delle vicende vissute da Gesù bambino, ma piuttosto quello di presentare in primo piano il suo volto divino e umano. Detto questo, noi dovremmo fermarci e attendere le parole del ritorno dall'Egitto: «Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e va' nel paese d'Israele, perché sono morti coloro che volevano la vita del bambino» (Matteo 2, 20). In realtà il desiderio di colmare il silenzio dei Vangeli è stato forte fin dall'antichità, soprattutto da parte della fiorente comunità cristiana d'Egitto. Questi cristiani egiziani sono stati chiamati dagli arabi che invasero l'Egitto nel VII-VIII sec. col nome di Copti che è una deformazione della parola greca Aiguptos (Egitto). Questi indigeni egiziani, secondo la tradizione, erano stati evangelizzati da san Marco e avevano costituito ad Alessandria un centro fondamentale di cultura e di fede (pensiamo a Clemente Alessandrino, al citato Origene, ai patriarchi di quella città), mentre nella Tebaide i monaci Paolo, Antonio, Pacomio avevano dato origine alla prima e mirabile diffusione del monachesimo. Al Concilio di Calcedonia (un quartiere della moderna Istanbul) del 451 i Copti sì erano staccati dalla Grande Chiesa rifiutando la dottrina delle due nature (umana e divina) in Cristo e aderendo al "monofisismo" (un'unica natura ín Cristo, quella divina).
Da quel momento in avanti, nonostante le pressioni degli imperatori bizantini e le decimazioni dei musulmani – soprattutto con la dinastia dei Mamelucchi (XIII-XVI sec.) –, essi mantennero orgogliosamente la loro identità, retti da un patriarca "monarchico" assistito da un consiglio di vescovi da lui eletti. Un'infiltrazione cattolica avvenne solo nel 1700 con la conversione al cattolicesimo di Atanasio, vescovo copto di Gerusalemme, ma non ebbe particolare successo. La loro storia è stata travagliata anche ai nostri giorni, nonostante che la Costituzione egiziana del 1922 avesse riconosciuto il libero esercizio del culto per ogni comunità.
Famosi per i loro tessuti manocromi (nero o violaceo o porpora) e per quelli policromi (fino a dodici colori), i copti hanno avuto, fino al XIII secolo, una loro lingua, il copto, articolata in quattro dialetti: di essi uno, il bohairico, permane ancor oggi nella liturgia, sebbene la letteratura teologica sia tutta in arabo. In copto furono fatte alcune antiche versioni della Bibbia, preziose anche oggi per gli studiosi di Sacra Scrittura; in copto Pacomio scrisse nel IV secolo le sue regole monastiche; in copto si conservano le tradizioni "gnostiche", espressioni di un cristianesimo antichissimo, sofisticato e intellettualistico, un po' "impazzito" teologicamente, i cui testi sono venuti alla luce a partire dal 1945 in Egitto mediante una scoperta avventurosa e quasi incredibile.
È a queste tradizioni cristiane egiziane che ci dobbiamo rivolgere per accontentare la nostra curiosità sulla fuga della santa Famiglia in Egitto. I testi a cui dobbiamo attingere sono i vangeli apocrifi, rifiutati dal Canone delle Sacre Scritture considerate dalla Chiesa ispirate da Dio. Essi sono simili a una foresta lussureggiante ín cui, accanto a qualche albero lineare, proliferano piante mostruose, leggendarie e fantasmagoriche, Proviamo a guardare all'interno di questa foresta per rispondere al nostro interrogativo sulla fuga di Gesù in Egitto. Ecco un brano tratto dai capitoli 18-20 del Vangelo dello Pseudo-Matteo, un apocrifo già noto nel IV-V secolo: «Giunsero davanti a una grotta per riposarsi, ma da essa improvvisamente uscirono molti draghi. Gesù allora scese dal grembo di sua madre e stette diritto sui suoi piedi davanti ai draghi: essi si misero ad adorare Gesù e poi se ne andarono via da loro... Così pure i leoni e i leopardi lo adoravano e si accompagnavano a loro nel deserto: ovunque andavano Giuseppe e Maria, essi li precedevano, mostrando la strada e chinando la testa; prestavano servizio facendo le feste con la coda e lo adoravano con grande riverenza...».
«Nel terzo giorno del viaggio, Maria, stanca per il troppo calore del sole del deserto, vedendo un albero di palma disse a Giuseppe: Mi riposerò all'ombra di questo albero. Maria guardò la chioma della palma e la vide piena di frutti e disse a Giuseppe: Desidererei prendere i frutti di questa palma. E Giuseppe: Mi meraviglio che tu dica questo vedendo quanto è alta la palma. lo penso piuttosto alla mancanza d'acqua... Allora il bambino Gesù che sereno riposava nel grembo della madre disse alla palma: Albero, piega i tuoi rami e ristora col tuo frutto mia mamma.
A queste parole la palma piegò subito la chioma sino ai piedi della beata Maria e rimase inclinata attendendo l'ordine di rialzarsi da parte di Gesù. Costui le disse: Apri con le tue radici la vena d'acqua che è nascosta nella terra. E subito dalla radice cominciò a scaturire una fonte d'acqua limpidissima, fresca e chiara».
Come si vede, un mondo pittoresco in mezzo al quale qualche studìoso tenta di scovare almeno un frammento di verità storica ma con risultati in realtà molto esili. Tentiamo la ricostruzione di questa mappa, ben sapendo che ci affidiamo molto spesso alle sabbie mobili della fantasia devota di tradizioni popolari, innamorate del meraviglioso e del miracoloso. l Copti hanno creato anche la data della partenza per l'Egitto: è il primo giugno, giorno festeggiato solennemente nella loro liturgia. Scartata la "via del mare" che costeggiava il Mediterraneo, via più breve ma anche più pericolosa perché costellata di posti di blocco della polizia erodiana prima ed egiziana poi (ma su questo le tradizioni non sono d'accordo), Giuseppe e Maria con Gesù puntano al percorso inverso dell'antico esodo ebraico. Si indirizzano a oriente verso il Giordano e il Mar Morto e là, sull'attuale confine israelo-giordano, compiono la prima sosta.
Ora in quel luogo sorge il monastero greco-ortodosso di San Gerasimo, una specie di fortezza isolata nel deserto della fossa del Giordano, il punto più basso della superficie terrestre (fino a 400 metri sotto il livello del mare). San Gerasimo, a cui è dedicato il monastero, era un monaco palestinese morto nel 475, la cui festa ricorre il 5 marzo. Fondatore di una grande laura (monastero greco) in questa zona, si dice che durante tutta la quaresima avesse come unico alimento l'eucaristia. Nel 1186 un monaco pellegrino russo nel suo diario di viaggio ricordava che questo luogo era detto in greco Kalamonia, cioè "buona residenza" della santa Famiglia. Nella chiesa una grotta ricorda l'ipotetico soggiorno dei tre alla partenza per l'Egitto o, secondo altri, al rientro in Palestina dopo l'esilio egiziano. Dal 1700 qui si è sempre indirizzato un flusso di pellegrini: anni fa sono venuti alla luce nell'interno del monastero icone antiche, ex voto, oggetti liturgici preziosi, ecc., segno, di una fede tradizionale e secolare.
Da qui l'obiettivo dei racconti apocrifi si sposta subito in Egitto, con un balzo di migliaia di chilometri. Ci troviamo immediatamente nella regione del Delta del Nilo, a Bastùs, l'antica Bubastí dedicata alla dea dal viso di gatto, a una novantina di chilometri a nord del Cairo. Nelle vicinanze c'è Al-Mahamma, in arabo "il bagno", perché una sorgente miracolosa sarebbe qui sprizzata dal deserto per permettere a Maria di fare il bagno al Bambino. Ma i prodigi sono solo all'inizio. Col loro gusto naif i vangeli apocrifi si abbandonano ben presto a un'esplosione pirotecnica di miracoli. I tre intanto giungono nel territorio dell'attuale Cairo, a Matarieh, ora quartiere settentrionale della capitale egiziana (verso Eliopoli). Qui ancor oggi in mezzo alle case si leva un sicomoro protetto da un muretto, piantato nel 1670 là dove si ergeva un altro albero antichissimo. Una fonte, Ain Shams, che alimenta un piccolo giardino, è legata, con l'albero, ad una sosta della santa Famiglia. Infatti, in mezzo a pozzi d'acqua salmastra Gesù bambino avrebbe fatto sgorgare una sorgente d'acqua dolce.
Ma lasciamo la parola al Vangelo arabo dell'infanzia, un altro apocrifo: «Gesù fece sgorgare una sorgente nella quale la signora Maria lavò la sua camicetta. Il balsamo di quella regione deriva dal sudore del Signore Gesù che essa vi sparse». Si spiega, così, anche la presenza dell'albero che anticamente doveva essere una pianta di balsamo. E a questo punto ci viene incontro lo stesso Corano, nella sura XIX secondo cui in questo luogo Gesù fece spuntare alberi di balsamo che guarivano dal morso dei serpenti e da ogni genere di malattia sino al più banale raffreddore.
Ma è nel cuore del Cairo che i tre profughi trovano una base più stabile. Ed è proprio qui anche il cuore del mondo copto. Infatti, il quartiere noto oggi come Vecchio Cairo – che corrispondeva all'area della guarnigione romana detta "Babilonia" – è ora popolato di chiese copte (Santa Barbara, la Vergine, San Sergio, San Giorgio, Chiesa Sospesa). È da questo nucleo, che tra l'altro conserva perfino un'antica sinagoga, che si è sviluppata lungo il Nilo la città del Cairo. Entriamo, allora, in questo delizioso quartiere e indirizziamoci alla chiesa di Abu Sargah (San Sergio), la più antica chiesa cairota, edificata nel 425 in onore dei santi Sergio e Daco, due soldati martiri, e ricostruita nell'XI secolo.
Una porticina circondata da arazzi copti, segno della devozione popolare, ci introduce nell'atrio che immette nella chiesa in cui subito appaiono le caratteristiche dell'arte copta debitrice di quella sira con le sue croci a raggi e dell'arte araba coi suoi motivi poligonali e a stella. Donne e uomini sono separati nella liturgia, come separata, attraverso la tradizionale iconostasi, è l'area sacra del culto eucaristico chiamata col termine ebraico heikal, che la Bibbia usa per indicare l'aula santa del tempio di Gerusalemme alla quale potevano accedere solo i sacerdoti. Le navate sono divise da due file di sei colonne che evocano i dodici apostoli, fondamenti della Chiesa: una colonna priva del capitello e della croce ricorda Giuda, il traditore. Scendiamo nella cripta che è costituita da una grotta, in passato allagata da luglio a settembre durante le piene del Nilo e sostenuta da colonne a capitelli connzi. L'antica tradizione copta ha da sempre venerato questa grotta come il rifugio nel quale si svolse il soggiorno più lungo della santa Famiglia in Egitto.
Ma il desiderio di far benedire da Gesù bambino tutto il territorio egiziano segnato dai vari centri della cristianità copta fa partire Giuseppe e Maria per una lunga navigazione sul Nilo. Ed eccoli a 200 chilometri a sud del Cairo ad At-Tair, il Monte degli Uccelli, presso l'attuale Samalut. Sulla riva destra del Nilo sì ergeva la chiesa dì Nostra Signora della Palma: qui la barca della santa Famiglia minacciava di incastrarsi e di sfracellarsi contro uno sperone roccioso, ma il Bambino, alzate le mani, aveva bloccato l'imbarcazione che aveva potuto proseguire tranquillamente il suo corso verso Ermopoli, a 260 chilometri a sud del Cairo. Centro finanziario romano, ove sí raccoglievano le tasse, dotata di grandi palazzi e templi, Ermopoli non poteva non essere sfidata dal Signore dei poveri e della verità. Ma lasciamo ancora una volta la parola al Vangelo dello PseudoMatteo: «Entrarono in un tempio detto Campidoglio d'Egitto nel quale vi erano 355 idoli ai quali ogni giorno erano tributati onori divini. Avvenne che, entrata Maria con Gesù, tutti gli idoli si prostrarono a terra, sicché giacevano tutti con la faccia a terra interamente rovinati e spezzati».
Lasciata Ermopoli, la discesa nell'Alto Egitto prosegue sino nei pressi dell'attuale città di Assiut. ad Al-Moharraq, a 350 chilometri dal Cairo. Già Teofilo di Alessandria (376-403) parlava di questa sosta egiziana, secondo lui avvenuta sei mesi prima del nuovo monito notturno dell'angelo per il rientro ín Israele. A questo vescovo alessandrino Maria stessa in visione aveva rivelato, secondo la tradizione, la grotta esatta del rifugio. Attorno ad essa Pacomio, il grande maestro del monachesimo egiziano, aveva fondato un monastero divenuto ben presto meta di pellegrinaggi. Distrutto e ricostruito più volte nei secoli, il monastero attuale (che è del 1966) si leva solenne in un'oasi verdeggiante ed è ancor oggi popolato da molti monaci. La chiesa dedicata a Maria conserva nel suo interno la grotta del soggiorno della santa Famiglia, tutta tappezzata di pannelli di legno incisi a croci copte e incrostati di avorio.
A questa località il Vangelo arabo dell'infanzia riserva la più sensazionale avventura egiziana di Gesù bambino. Nella notte, alla ricerca di un rifugio, Giuseppe e Maria sono assaliti, in questa regione infestata da briganti: gli assalitori sono due banditi, Tito e Dumaco. Tito si commuove subito di fronte a questa povera famiglia, colpito dalla tenerezza della madre e dallo splendore del bimbo. Per poterli salvare dalla rapacità dei socio, è pronto a offrire 40 dracme dei suoi "risparmi" a Dumaco perché lasci indenne la famigliola. Come è facile sospettare, i due saranno i compagni di Gesù nella crocifissione, condannati con lui a morte a Gerusalemme dopo varie vicende, e Tito altri non sarà che il buon ladrone a cui Cristo spalanca il Paradiso.
Una storia di sorprese, quindi, di colpi di scena, di viaggi avventurosi ai limiti della possibilità, una storia ben lontana dalla narrazione evangelica così scarna, fatta nel testo originale greco di sole 78 parole, compresi gli articoli e le particelle. Una storia, invece, ben più modesta e amara nella realtà, affine a quella di migliaia di profughi che devono lasciare alle loro spalle la terra ove sono nati, ove hanno gioito, amato e sofferto per indirizzarsi verso un orizzonte oscuro e ignoto. In lontananza,
come per Maria e Giuseppe, si sente il grido degli innocenti sterminati, si vede il sangue versato, si percepisce la brutalità della repressione e la mostruosità del potere assoluto. Subito dopo la fuga in Egitto, infatti, Matteo mette in scena la strage degli innocenti. Il numero segnato nel registro delle vittime quella volta dovette essere piuttosto esiguo, forse una ventina, data la piccolezza di Betlemme e l'alto tasso di mortalità infantile in Oriente. Un numero che, però, la liturgia bizantina ha gonfiato fino a 14.000 vittime, per non parlare della tradizione sira che l'ha portato prima a 64.000 unità e poi a 144.000, sulla base del numero simbolico degli eletti dell'Apocalisse (14, 1-5).
Ma in un certo senso anche questi numeri spropositati sono veri perché in essi si concentra la serie ininterrotta dei piccoli, delle vittime povere e innocenti schiacciate dai meccanismi perversi del potere e della violenza. Su di essi, come scrive Matteo citando ancora una volta l'Antico Testamento (Geremia 31, 15), si erge statuaria la figura di Rachele, la moglie prediletta di Giacobbe. Essa era morta proprio sulla strada di Betlemme dando alla luce il suo ultimogenito, Beniamino: ancor oggi all'ingresso di Betlemme il suo sepolcro è meta di pellegrinaggi di ebrei. Geremia immagina che, quando nel 586 a.C.. distrutta Gerusalemme dalle armate babilonesi di Nabucodonosor, le colonne dei deportati si erano avviate verso i campi di concentramento "lungo i fiumi di Babilonia”, Rachele si sia resa di nuovo presente lanciando un lamento straziante: «Un grido è stato udito in Rama, un pianto e un lamento grande: Rachele piange i suoi figli e non vuole essere consolata perché essi non sono più». Matteo applica questa scena e queste parole alla tragedia dei bambini vittime di Erode.
Gesù appare, quindi, nella nostra storia con Maria sua madre e Giuseppe, suo padre legale, su uno sfondo di terrore e di miseria e tutta la sua esistenza porterà questo sigillo. ll Natale cristiano ha, di conseguenza, per protagonisti una famiglia di fuggiaschi e migranti con la loro storia di sventure. «il cristianesimo - scriveva nei suoi quaderni il filosofo Wittgenstein - non è una dottrina, non è una teoria di ciò che è stato e sarà nell'anima umana, ma la descrizione di un evento reale nella vita dell'uomo».
Vorremmo, allora, far risuonare a suggello di questo "Natale di Giuseppe" le parole - forse un po' oratorie e magniloquenti ma dalla sostanza inequivocabile - di uno scrittore "scandaloso" come Curzio Malaparte che in un articolo dei Natale 1954 ammoniva: «Tra pochi giorni è Natale e già gli uomini si preparano alla suprema ipocrisia... Vorrei che il giorno di Natale il panettone diventasse carne dolente sotto il nostro coltello e il vino diventasse sangue e avessimo tutti per un istante l'orrore del mondo in bocca... Vorrei che la notte di Natale in tutte le chiese del mondo un povero prete si levasse gridando: Via da quella culla, ipocriti, bugiardi, andate a casa vostra a piangere sulle culle dei vostri figli. Se il mondo soffre è anche per colpa vostra, che non osate difendere la giustizia e la bontà e avete paura di essere cristiani fino in fondo. Via da questa culla, ipocriti! Questo bambino, che è nato per salvare il mondo, ha orrore di voi!».