Coinvolti con Gesù

Commento Domenica XXI A

Luciano Manicardi

ar-trasf-pietro


Isaia, il profeta dell’VIII secolo, parla di un oscuro avvicendamento al potere nel regno di Giuda. Il visir, il sovrintendente del palazzo, Sebnà, viene rimosso e al suo posto Dio pone Eliakìm, “servo del Signore” (Is 22,20), insignendolo dei simboli dell’autorità: le chiavi del palazzo reale, il potere di aprire e chiudere, il compito e la responsabilità di vigilare sulla vita del palazzo del re (I lettura). Queste immagini sono applicate a Pietro, che Gesù investe del compito di esercitare un’autorità decisiva all’interno della chiesa (vangelo). Il tema dell’autorità è dunque centrale nelle letture. Un’autorità che è dono dall’alto e dunque non motivo di vanto, ma di umiltà, di ringraziamento, di servizio. La domanda di Gesù: “Voi, chi dite che io sia?” (Mt 16,15) non attende una definizione dogmatica o una formula di fede, ma interpella sulla qualità del coinvolgimento personale con Gesù: da lì emergerà se egli è il Signore, il Messia, il Figlio di Dio, o semplicemente un maestro, un sapiente. Quella domanda interpella sulla qualità del rapporto che il credente intrattiene con Gesù. Lasciarsi abitare e lavorare da quella domanda è forse la cosa più essenziale nell’ascolto di questa pericope evangelica..
Le parole di Gesù a Pietro (“Tu sei Pietro…”) che lo costituiscono nell’autorità di chi svolge un ministero decisivo per l’unità e la comunione della chiesa, non tolgono la debolezza e la fragilità dello stesso Pietro, come appare dal prosieguo del testo evangelico (cf.Mt 16,21-23). Per quanto edificata sulla roccia, la chiesa è affidata alla fragilità e all’instabilità degli uomini. L’autorità di Pietro non ne viene sminuita, ma certo essa si accompagnerà sempre alla sua costitutiva fragilità, sicché “il destino della chiesa è come quello del Cristo: un cammino nella contraddizione” (Bruno Maggioni). Del resto, proprio l’esperienza della fragilità vissuta in prima persona può liberare l’autorità dal rischio di deviare in potere, può essere salvifico memoriale della fragilità degli altri uomini e può fare dell’esercizio dell’autorità la narrazione della misericordia di Dio. L’espressione “carne e sangue” (Mt 16,17) rinvia all’umano. L’umano nella sua debolezza e fragilità ma anche nella sua vitalità, nella sua forza vitale, nei suoi doni e nelle sue capacità, nelle componenti che rendono vivo un uomo: intelligenza, intuizione, sapienza, creatività. Il testo ci pone il problema del discernimento di ciò che viene da Dio e di ciò che viene da noi, che non necessariamente è discernimento tra bene e male, ma tra ciò che è un parto, per quanto nobile, della nostra umanità, e ciò che proviene dal mistero divino e a cui noi ci facciamo accogliente ricettacolo. Per accogliere il dono del discernimento non occorre far ricorso a tecniche spirituali, ma perseguire un’educazione del cuore per divenire piccoli, per semplificarsi; per entrare nel movimento di conversione che conduce a riconoscersi figli in rapporto all’abbà; per penetrare sempre più a fondo nella conoscenza di Gesù. L’immagine della pietra rinvia al saldo fondamento su cui si può costruire un edificio. In particolare il rinvio è alla pietra di fondamento del tempio (cf. Is 28,14-18). Se il fondamento ecclesiale è Cristo, Pietro partecipa a questo compito: la sua confessione di fede è elemento basilare dell’edificio ecclesiale. Suo compito è “rafforzare” e “confermare” nella fede i fratelli (cf. Lc 22,32). Le porte delle città erano il luogo in cui si combattevano i combattimenti decisivi. La chiesa di Cristo si oppone alla potenza del male e della morte (“le porte dell’Ade”: Mt 16,18) e la combatte con tutte le sue forze: l’annuncio del vangelo, i sacramenti, la prassi della carità. La potenza della morte non sarà più forte della potenza di vita annunciata e testimoniata nella chiesa fondata sul Cristo risorto. Se le chiavi indicano un’autorità dottrinale (cf. Lc 11,52: “la chiave della scienza”) e di governo (cf. Is 22,22), l’espressione sciogliere e legare implica un’autorità disciplinare: vietare e permettere, escludere e riammettere. Questo potere non è riservato esclusivamente a Pietro, ma esteso anche agli altri discepoli (cf. Mt 18,18), dunque è collegiale.