Una piena rivelazione

XIX Domenica A

Luciano Manicardi

1Re 19,9a.11-13a; Sal 84; Rm 9,1-5; Mt 14,22-33

 gesupietro

Se la prima lettura presenta una teofania, una manifestazione di Dio a Elia sul monte Horeb, il vangelo presenta una cristofania, una manifestazione della potenza divina che abita in Cristo ai suoi discepoli, in particolare a Pietro, sul lago di Galilea. Tuttavia il manifestarsi della presenza divina, sovente espresso da manifestazioni naturali grandiose (terremoto, vento, fuoco: cf. Es 19; azione di dominio sulle acque: cf. Es 14; Sal 77,17-21), è anche evento discreto che chiede a Elia di farsi sensibile alla “voce di un silenzio sottile” (1Re 19,12: letteralmente) in una esperienza interiore, e chiede a Pietro un incontro personalissimo nella fede.
Il testo evangelico è metafora del cammino della chiesa nella storia, nel tempo tra la Pasqua e la parusia. Gesù è in alto, sul monte, a pregare (cf. Mt 14,23): è il Risorto che sta alla destra di Dio nei cieli e intercede per i suoi che sono nel mondo. Essi, sulla barca, compiono il loro itinerario adempiendo il mandato che il Signore ha affidato loro: vita comune, apostolato, missione. Anzi, il Risorto si fa presente presso di loro, è con loro tutti i giorni fino alla fine del mondo (cf. Mt 28,20). Anche quando le onde del mare si gonfiano e si agitano per la forza della tempesta, egli resta l’Emmanuele, il Dio con noi (cf. Sal 46,4.8.12; Mt 1,23). Ma la presenza del Signore è colta solo nella fede e non è scontata, ma sempre da decifrare, da scoprire: “Sono io”, dice Gesù (Mt 14,27); “Sei veramente tu?” dice Pietro (“Se sei tu…”: Mt 14,28). In quella traversata notturna e contrastata, in cui la fede si mescola con il dubbio, ci siamo dunque anche noi, c’è la vicenda della chiesa nella storia, c’è il cammino dei cristiani nel mondo.
Questo cammino implica in modo costitutivo, non accessorio o accidentale, contrarietà (il vento era contrario: cf. Mt 14,24) e sofferenze comunitarie (la barca era squassata dalle onde: cf. Mt 14,24). Questo carattere costitutivo è connesso a una necessità umana (la vita dei cristiani e della chiesa è una vita reale, non esentata in nulla dal rischio esistenziale e dalle fatiche del vivere di ogni uomo e di ogni gruppo umano) e a una necessità divina(ostilità e contrarietà rientrano, insieme al centuplo, nella promessa di Cristo a chi lo segue: cf. Mc 10,30). Chi pensa che la vita cristiana debba esentare da fatica, sofferenza e contrarietà, fa di Cristo un fantasma (cf. Mt 14,26), un parto della propria fantasia, una proiezione idealizzata, e del proprio cammino non un’obbedienza al Vangelo, ma un abbaglio.
Il dramma vissuto dai discepoli di Gesù sulla barca, dramma che spesso è anche il nostro, si situa tral’obbedienza all’ordine impartito loro da Gesù (Mt 14,22: “costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva”) e l’impotenza a realizzarlo (cf. Mt 14,24). Nell’interstizio tra obbligo e impedimento, dunque al cuore di un’obbedienza frustrata, che si rivela sterile, possono nascere non solo il dubbio (cf. Mt 14,28) e la paura (cf. Mt 14,26), ma anche la contestazione, la protesta, la rivolta e la bestemmia nei confronti del Signore. Il cammino che si sta facendo è per la vita o per la morte? La traversata intrapresa in obbedienza alla Parola del Signore e che ora incontra così tante difficoltà, è forse un inganno? È fidabile il Signore o è divenuto come “un torrente infido, dalle acque incostanti” (Ger 15,18)? Il vangelo mostra che l’impossibile impresa di camminare sulle acque diventa possibile – per fede – quando lo sguardo del credente è fisso su Gesù, quando il fine del suo cammino è “andare verso Gesù” (cf. Mt 14,28), e si rivela fallace quando lo sguardo della carne si sostituisce a quello della fede (“Vedendo il vento, ebbe paura”: Mt 14,30): allora la paura prende il sopravvento e Pietro sprofonda nelle acque. E noi con lui.
Gesù salva Pietro con un gesto e una parola: stende la mano e lo afferra mentre lo rimprovera per la sua poca fede. Gesù salva rimproverando e rimprovera salvando. Nello spazio ecclesiale la correzione fraterna, il rimprovero secondo il Vangelo, è sempre un atto che combina misericordia e verità, compassione e parresia, amore per il fratello e obbedienza al Vangelo.