Il Regno

Commento alla Domenica XVII A

Enzo Bianchi

domenica17

Siamo giunti all’ultima parte del discorso con cui Gesù rivolge alla folla e ai discepoli l’annuncio del regno dei cieli: oggi ascoltiamo le parabole del tesoro e della perla, assai simili tra loro, e quella della rete gettata nel mare.
Nelle prime due parabole ci sono due figure diverse in scena, un bracciante agricolo e un ricco gioielliere: sono loro ad agire, eppure non sono i protagonisti del racconto. I veri protagonisti sono piuttosto il tesoro e la perla, che con la loro sola presenza causano le azioni dei due uomini. Il contadino, che probabilmente non è ricco, trova un tesoro in un campo non suo; allora con molta sapienza «lo nasconde subito; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo». Il gioielliere, che è in cerca di perle preziose, quando «ne trova una di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra». Uno non è ricco, l’altro è molto ricco, ma entrambi – ed è questo che è decisivo – vendono tutto quello che possiedono per potersi impadronire del tesoro e della perla. In loro non c’è nessun rimpianto, non fanno un sacrificio, bensì un affare!
Ciò che accade a queste due persone accade a tanti altri uomini e donne: il Regno è da essi intravisto, è trovato quando si manifesta all’improvviso oppure quando è cercato, e la scelta sapiente è quella di vendere tutto per entrarne in possesso. Così hanno fatto i discepoli di Gesù: chiamati da lui, «abbandonato tutto lo seguirono» (Lc 5,11; cf. Mt 4,20.22); così non ha fatto il giovane ricco, che all’invito di Gesù: «va’, vendi ciò che possiedi, dallo ai poveri … poi vieni e seguimi», non ha avuto il coraggio di fare questo, e dunque «se n’è andato triste, poiché aveva molti beni» (Mt 19,21-22). La sequela di Gesù, che esige un pronto e radicale distacco, nasce dall’aver trovato un dono inaspettato: il regno dei cieli fattosi vicinissimo in Gesù stesso (cf. Mt 4,17). Chi segue lui non dice: «Ho lasciato», ma: «Ho trovato un tesoro»; e non umilia nessuno, non si sente migliore degli altri, ma è semplicemente nella gioia per aver trovato tale tesoro. Davvero la misura dell’essere discepolo di Gesù non è il distacco dalle cose, bensì l’appartenenza a lui che è il tesoro vero, la perla preziosa: come dice Paolo, «a causa sua ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero spazzatura, al fine di guadagnare Cristo» (Fil 3,8).
Questa impazienza va applicata a se stessi, non agli altri: è quanto ci insegna l’ultima parabola, quella in cui Gesù paragona il regno dei cieli «a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci». Come accanto al grano cresce la zizzania (cf. Mt 13,24-30), così vengono pescati pesci buoni e pesci cattivi: quando poi la rete è tirata a riva, i primi sono raccolti nei canestri, gli altri sono gettati via. Ma è fondamentale accogliere l’interpretazione fornita da Gesù: «Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni». Ancora una volta egli ci ammonisce sul fatto che questa separazione avverrà solo nel giorno del giudizio, e spetterà a Dio e a nessun altro: se al presente «il Padre fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni» (Mt 5,45), poiché è paziente e misericordioso e non vuole che alcuno perisca ma piuttosto si converta (cf. 2Pt 3,9), chi siamo noi per ergerci a giudici degli altri? Finché siamo in tempo dovremmo piuttosto pensare a convertirci per accogliere il Regno che viene, ricordando le parole di Agostino: «Nell’ultimo giorno molti che si ritenevano dentro si scopriranno fuori, mentre molti che pensavano di essere fuori saranno trovati dentro»…
A conclusione del suo lungo discorso Gesù afferma, rivolto ai suoi discepoli: «ogni scriba divenuto discepolo del regno dei cieli è simile a un padrone di casa che trae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche». Con queste parole ci affida la grande responsabilità di interpretare il tesoro delle Sante Scritture alla luce del Regno vissuto e annunciato da lui: «in Cristo», infatti, «sono nascosti tutti i tesori della sapienza di Dio» (Col 2,3).