Germogli

Domenica XV A

Luciano Manicardi

germogli

Che sia paragonata alla pioggia e alla neve che fecondano la terra e consentono ai semi di fruttificare (I lettura) o al seme seminato dal seminatore che dà frutto in proporzioni diverse (vangelo), la Parola di Dio manifesta un’efficacia che non è assolutamente dell’ordine della magia, ma che richiede la sinergia dell’uomo.
Il testo di Is 55,10-11 afferma che la Parola uscita dalla bocca di Dio non ritornerà al Signore “senza effetto”. Vi è un iter della Parola di Dio che è compiuto quando essa, dopo essere stata pronunciata da Dio, ritorna a Dio. Ed essa vi ritorna in forma di lode e ringraziamento, di supplica e invocazione, di preghiera personale e comunitaria, di orazione e di liturgia. Non a caso la preghiera dei Salmi, risposta umana alla Parola di Dio, è inglobata dal Canone biblico nella Scrittura che contiene e trasmette la Parola di Dio. Analogamente al dinamismo dell’incarnazione, la Parola di Dio ritorna a Dio in forma di parola umana, avendo suscitato una parola umana. La Parola di Dio è davvero tale quando è ascoltata e celebrata, quando è riconosciuta e diviene fonte di dialogo. Concretamente, la Parola di Dio, che è anche storia ed evento, una volta riconosciuta e discreta nella realtà, suscita una risposta orante a Dio. La preghiera e la liturgia compiono la Parola di Dio.
La parabola del seminatore (cf. Mt 13,3-9) diviene, nella spiegazione (cf. Mt 13,18-23), un insegnamento sull’ascolto, sulla responsabilità umana che la Parola di Dio suscita. E l’ascolto della Parola di Dio appare come unlavoro, una vera e propria ascesi.
I tre tipi di terreno in cui il seme resta infruttuoso, mentre rivelano ostacoli e resistenze che l’ascolto della Parola incontra nel cuore umano, indicano anche delle disposizioni spirituali che aiutano la Parola a radicarsi e a fruttificare. Sono gli elementi fondamentali dell’ascesi dell’ascolto.
L’interiorizzazione. Il seme seminato lungo la strada e mangiato dagli uccelli prima ancora che possa germogliare simboleggia l’ascolto superficiale, cioè senzainteriorizzazione, assunzione ed elaborazione profonda della Parola stessa. Senza questo lavoro interiore la Parola non può diventare principio vitale che guida l’uomo nel suo vivere (cf. Mt 13,4.19).
La perseveranza. Il seme caduto su terreni petrosi denuncia un tipo di ascolto infruttuoso perché non accompagnato dalla necessaria perseveranza. È rivelativo di “colui che ascolta la Parola e l’accoglie subito con gioia, ma non ha radice in se stesso ed è incostante; venendo una tribolazione o persecuzione a causa della Parola, subito si scandalizza”. Matteo dice che quest’uomo è próskairos, cioè “uomo di un momento”, incapace di far divenire storia la sua fede, di sottoporre la fede alla prova del tempo. Essendo senza radice, egli non sa resistere nelle difficoltà e nelle persecuzioni che la Parola stessa provoca (cf. Mt 13,5.20-21).
La lotta spirituale. Il seme seminato tra le spine e rimasto soffocato rinvia all’uomo che, pur avendo ascoltato la Parola, rimane sedotto da altre parole, dalle tentazioni mondane, dalla ricchezza, dai “piaceri della vita” (come aggiunge Lc 8,14). Insomma è colui che non sa porre in atto la necessaria lotta interiore e spirituale per trattenere la Parola, per combattere i pensieri e le tentazioni, e così si lascia distrarre e sedurre dagli idoli (cf. Mt 13,7.22).
Le resistenze alla Parola di Dio sono le resistenze alla conversione (cf. Mt 13,15), alla fatica del cuore che, per accogliere la Parola, deve lasciarsi purificare dalla Parola stessa. Noi temiamo la purificazione e lo spogliamento prodotti in noi dall’accoglienza del seme della Parola, così come i terreni non profondi, sassosi, o infestati dai rovi (cf. Mc 4,1-9.13-20) non accolgono la semente perché per farlo dovrebbero lasciarsi dissodare dai sassi, ripulire dai rovi, arare e sarchiare (cf. Is 5,1-7).
L’ascolto della Parola di Dio avviene sempre all’interno della dinamica pasquale, nel quadro di una morte e di una resurrezione. Non a caso, l’antica esegesi cristiana vedeva nel seme caduto sulla terra buona e che porta frutto nella misura del cento i martiri, cioè coloro che lasciano dispiegare pienamente in sé il dinamismo pasquale.