Il nostro Dio
Domenica «della SS. Trinità»
 S. Agostino

09trini

Letture; Gv 3,16-18; Es 34,4b-6.8-9; Cant. Dan 3,52.53.54.55.56; 2 Cor 13,11-13 

 

Nessuno ascende in cielo, se non colui che dal cielo è disceso 

Ora, se nessuno, fuorché Cristo, è disceso dal cielo, e nessuno, fuorché lui, vi ascende, che speranza c’è per gli altri? La speranza che il Signore è disceso affinché in lui e con lui formino una sola persona coloro che per mezzo di lui vogliono salire in cielo. Bisogna rimanere in lui, essere una cosa sola, anzi una persona sola con lui. 

1. Ci rendiamo conto che più solleciti e più numerosi vi siete raccolti, per il fatto che ieri abbiamo suscitato l’interesse di vostra Carità. Ora, se volete, assolviamo il compito di esporvi con ordine la lettura evangelica; poi riferiremo alla vostra Carità quel che abbiamo fatto per la pace della Chiesa, e quel che ci ripromettiamo di fare. Adesso dunque tutta l’attenzione del vostro cuore si concentri sull’Evangelo; e nessuno pensi ad altro. Perché se, quando uno è tutto presente, con fatica riesce a capire, cosa sarà se si divide in diversi pensieri? Non finirà col perdere anche quello che ha guadagnato? Vostra Carità ricorderà che domenica scorsa, con l’aiuto del Signore, abbiamo parlato della rigenerazione spirituale; e oggi vi abbiamo fatto rileggere il brano evangelico per completare, nel nome di Cristo e con l’aiuto delle vostre preghiere, quanto allora abbiamo cominciato a dire.

 

[La rigenerazione spirituale è una sola.] 

2. Una sola è la rigenerazione spirituale, come una sola è la generazione secondo la carne. E quello che Nicodemo ha detto al Signore è vero: non può un uomo, quando è già vecchio, rientrare nel grembo di sua madre e nascere di nuovo. Egli ha detto che questa è una cosa impossibile per un uomo già vecchio, come se fosse possibile invece per un bambino! In realtà, rientrare nel grembo materno e nascere di nuovo, è impossibile a chiunque, a un neonato come a un vecchio. Ora, come per la nascita secondo la carne, le viscere della donna possono far venire alla luce una volta per tutte, così, per la nascita spirituale le viscere della Chiesa possono far nascere un uomo con il battesimo una sola volta. Perciò nessuno mi venga a dire: questo è nato nell’eresia, quest’altro è nato nello scisma. Tutti questi problemi sono stati risolti, se ricordate quel che abbiamo detto intorno ai tre patriarchi, dei quali il Signore ha voluto essere chiamato Dio, non perché soltanto ad essi appartenesse, ma perché soltanto in essi si è realizzata nella sua pienezza la figura del popolo futuro. Abbiamo visto, infatti, che il figlio della schiava è diseredato, e il figlio della donna libera è diventato erede; e ancora, abbiamo visto il figlio della libera diseredato, e il figlio della schiava fatto erede. Ismaele, nato dalla schiava, fu diseredato, e Isacco, nato dalla libera, divenne erede (cf. Gn 21, 10; 25, 5); Esaù, nato dalla libera, fu diseredato, e i figli di Giacobbe, nati dalle schiave, furono costituiti eredi (cf. Gn 27, 35; 49, 1 ss.). E così in quei tre patriarchi si è profilato il volto completo del popolo futuro; non per nulla Dio ha dichiarato: Io sono il Dio di Abramo, il Dio di Isacco e il Dio di Giacobbe; questo è il mio nome in eterno (Es 3, 6 15). Non dimentichiamo che la medesima promessa fatta ad Abramo, fu fatta poi a Isacco e anche a Giacobbe. Quale promessa? Nella tua discendenza saranno benedette tutte le genti (Gn 22, 18). Solo Abramo allora credette ciò che ancora non vedeva; adesso gli uomini vedono e chiudono gli occhi. Si è compiuta fra le genti la promessa fatta ad uno, e si sono separati dalla comunione delle genti coloro che non vogliono vedere il compimento della promessa. Ma a che serve non voler vedere? Lo vogliano o no, vedono; la verità manifesta colpisce anche gli occhi chiusi. 

3. È stato risposto a Nicodemo, che era uno di quelli che avevano creduto in Gesù, ma ai quali Gesù non si affidava. Non si fidava infatti, di alcuni che pure avevano creduto in lui. Così è scritto: Molti credettero nel suo nome, vedendo i segni che egli faceva. Ma Gesù non si fidava di loro. Non aveva bisogno che altri gli desse testimonianza su l’uomo; egli, difatti, sapeva che cosa c’era nell’uomo (Gv 2, 23-25). Ecco, essi già credevano in Gesù, e Gesù non si affidava a loro. Perché? Perché non erano ancora rinati dall’acqua e dallo Spirito. Ecco perché abbiamo esortato ed esortiamo i nostri fratelli catecumeni. Se infatti li interroghiamo, essi rispondono che hanno già creduto in Gesù; ma siccome non ricevono la sua carne e il suo sangue, Gesù non si è ancora affidato ad essi. Che cosa devono fare perché Gesù si affidi ad essi? Rinascere dall’acqua e dallo Spirito. La Chiesa dia alla luce quelli che porta nel suo grembo. Sono stati concepiti, vengano alla luce. C’è un seno che li nutrirà; non abbiano paura di venir soffocati, non si stacchino dal seno materno. 

4. Nessuno può rientrare nelle viscere di sua madre e nascere di nuovo. Non fa eccezione chi è nato dalla schiava? Forse che quando allora nacquero dalle schiave, rientrarono nel grembo delle libere per nascere di nuovo? Anche in Ismaele c’era il seme di Abramo. Fu sua moglie che autorizzò Abramo ad avere un figlio dalla schiava; Ismaele nacque dal seme dell’uomo, ma non dal grembo della moglie anche se col beneplacito di lei (cf. Gn 16, 2-4). Forse che fu diseredato perché era figlio della schiava? Se unicamente per questo fosse stato diseredato, nessuno dei figli della schiava avrebbe dovuto essere ammesso all’eredità. I figli di Giacobbe furono ammessi all’eredità; Ismaele, invece, non fu diseredato perché figlio della schiava, ma per il suo comportamento superbo nei confronti della madre e del figlio della madre. Sara infatti era sua madre più che non lo fosse Agar. Agar prestò il suo grembo, ma fu per volontà di Sara; mai Abramo avrebbe fatto ciò che Sara non avesse voluto: per cui Ismaele è più figlio di Sara che non di Agar. Egli tuttavia si comportò da superbo verso il fratello, burlandosi di lui nel gioco: e allora Sara disse ad Abramo: Caccia via la schiava e il suo figlio, perché non dev’essere erede il figlio della schiava insieme col figlio mio Isacco (Gn 21, 10). Non fu dunque l’esser nato dalle viscere della schiava che lo fece scacciare, ma l’insolenza del servo. Anche un uomo libero, se è superbo, è servo e, quel che è peggio, servo di quella cattiva padrona che è la superbia. Dunque, fratelli miei, rispondete che l’uomo non può nascere una seconda volta; rispondete senza timore: l’uomo non può nascere un seconda volta. Tutto ciò che si fa una seconda volta è un inganno; tutto ciò che si fa una seconda volta è per burla. Ismaele vuol giocare? Sia cacciato via. Sara si accorse che giocavano e disse ad Abramo: Caccia via la schiava e suo figlio. A Sara non piacque il gioco dei due bambini; quel gioco la insospettì. Le donne che hanno dei figli, non sono forse contente di vedere i loro figli giocare insieme? Sara vide e rimase contrariata. Che cosa avrà visto in quel gioco? Vide che quel gioco era una burla, vi scorse la superbia del servo; rimase urtata e fece cacciare via il servo. Vengono cacciati via i presuntuosi nati dalle schiave, e anche Esaù nato dalla libera. Nessuno, dunque, si senta sicuro per il fatto che è nato da persone degne, per il fatto che è stato battezzato da un santo. Chi è stato battezzato da un santo, deve tuttavia temere di essere non Giacobbe, ma Esaù. Oso dire questo, fratelli: È meglio essere stati battezzati da uomini che cercano i propri interessi e amano il mondo (questo significa la schiava), e poi cercare spiritualmente l’eredità di Cristo sì da essere come il figlio di Giacobbe nato sia pure dalla schiava; piuttosto che essere battezzati da un santo, e poi metter superbia, ed esser cacciati via come Esaù, benché nato dalla donna libera. Tenetelo bene a mente, o fratelli. Non vogliamo adularvi: non mettete in noi alcuna speranza; non vogliamo lusingare né noi né voi: ciascuno porta il suo fardello. È nostro dovere parlare, se vogliamo non essere condannati; è vostro dovere ascoltare e ascoltare sinceramente, se volete che non vi si chieda conto di quel che vi porgiamo; o piuttosto se volete, quando vi si chiederà conto, ricavarne un guadagno e non un danno.

[Nasciamo spiritualmente mediante la parola e il sacramento.] 

5. Il Signore spiega a Nicodemo: In verità, in verità ti dico: nessuno, se non nasce da acqua e Spirito, può entrare nel regno di Dio. Tu, gli dice, quando chiedi: Può forse un uomo entrare una seconda volta nel seno materno? (Gv 3, 5 4), vedi soltanto la generazione secondo la carne. È da acqua e Spirito che occorre rinascere, per entrare nel regno di Dio. Per avere l’eredità temporale di un padre che è uomo, è sufficiente nascere dalle viscere di una madre secondo la carne; ma in ordine all’eredità eterna di un padre che è Dio, è necessario nascere dalle viscere della Chiesa. Il padre che deve morire genera dalla sua sposa il figlio che dovrà succedergli, ma Dio genera dalla Chiesa non figli che dovranno succedergli ma figli che vivranno eternamente con lui. Il Signore prosegue: Ciò che è generato dalla carne è carne; ciò che è generato dallo Spirito è spirito. Dunque, si tratta di una nascita spirituale, e si nasce nello Spirito mediante la parola e il sacramento. Lo Spirito è presente perché si possa nascere; è presente invisibilmente lo Spirito da cui nasci perché nasci in maniera invisibile. Il Signore infatti continua: Non meravigliarti perché ti ho detto: Dovete nascere di nuovo. Lo Spirito soffia dove vuole; tu senti la sua voce ma non sai da qual parte venga e dove vada. Nessuno vede lo Spirito: come possiamo allora sentirne la voce? Viene cantato un salmo, è la voce dello Spirito; viene annunciato il Vangelo, è la voce dello Spirito; si proclama la parola di Dio, è la voce dello Spirito. Tu senti la sua voce, ma non sai da quale parte venga e dove vada. E altrettanto sarà di te se nascerai dallo Spirito: chi ancora non è nato dallo Spirito, non saprà donde tu venga né dove tu vada. Il Signore infatti aggiunge: Così è di ognuno che è nato dallo Spirito (Gv 3, 6-8). 

6. Rispose Nicodemo: Come può avvenire questo? E invero, in senso materiale, non poteva capire. Si verificava in lui ciò che il Signore aveva detto: sentiva la voce dello Spirito, ma non sapeva donde veniva e dove andava. Rispose Gesù: Tu sei maestro d’Israele e ignori queste cose? (Gv 3, 9-10). Si direbbe, o fratelli, che il Signore abbia voluto smontare quel maestro dei Giudei. Il Signore sapeva quello che voleva: voleva che Nicodemo nascesse dallo Spirito. Non si può nascere dallo Spirito, se non si è umili, perché è l’umiltà che ci fa nascere dallo Spirito: il Signore è vicino ai contriti di cuore (Sal 33, 19). Quello, essendo un maestro, era troppo sicuro di sé, e stava sulla sua per il fatto che era dottore dei Giudei. Il Signore lo aiuta a liberarsi dalla superbia per poter nascere dallo Spirito; lo umilia come un principiante; non certo con l’intenzione di mostrarsi superiore a lui. Che cosa ha da guadagnare Dio nei confronti dell’uomo, la verità nei confronti della menzogna? È necessario dire o pensare che Cristo è superiore a Nicodemo? È già superfluo ricordare che Cristo è superiore agli angeli. Colui per mezzo del quale tutte le cose sono state fatte, è incomparabilmente superiore ad ogni creatura. Ma Cristo si propone di mettere in crisi la superbia dell’uomo: Tu sei maestro d’Israele e ignori queste cose? Come a dire: Vedi, capo superbo, che non sai niente; hai bisogno di nascere dallo Spirito; se nascerai dallo Spirito potrai percorrere le vie di Dio, seguendo l’umiltà di Cristo. Egli è talmente al di sopra di tutti gli angeli che pur essendo nella forma di Dio, non stimò una rapina l’essere alla pari con Dio, ma annientò se stesso, prendendo forma di schiavo, divenuto simile agli uomini; e, ritrovato nel sembiante come uomo, umiliò se stesso, divenuto obbediente fino alla morte (e non ad un genere di morte a te gradito), e alla morte di croce (Fil 2, 6-8). Pendeva dalla croce e veniva insultato. Poteva scendere dalla croce, ma aspettò di risorgere dal sepolcro. Come Signore sopportò i servi superbi, come medico i malati. Se questo ha fatto lui, tanto più quelli che devono nascere dallo Spirito. Se questo ha fatto lui, che è il vero maestro celeste non solo degli uomini ma anche degli angeli, tanto più dobbiamo farlo noi. Poiché se gli angeli sono stati ammaestrati, lo sono stati dal Verbo di Dio. Se mi chiedete in che modo sono stati ammaestrati dal Verbo di Dio, eccovi la risposta: In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio (Gv 1, 1). Viene liberato, l’uomo, dalla sua aspra e dura cervice, in modo che possa piegare docilmente la sua cervice sotto il giogo di Cristo, a proposito del quale è detto: il mio giogo è soave, e il mio fardello è leggero (Mt 11, 30). 

7. Così prosegue: Se non credete quando parlo di cose terrene, come crederete quando vi parlerò di cose celesti? (Gv 3, 12) Di quali cose terrene ha parlato, o fratelli? È una cosa terrena nascere di nuovo? È una cosa terrena, quella cui allude quando dice: Lo Spirito soffia dove vuole; tu senti la sua voce ma non sai da qual parte venga e dove vada? Alcuni hanno inteso questo del vento. Quando si domanda loro di quale cosa terrena parla il Signore allorché dice: Se non credete quando parlo di cose terrene, come crederete quando vi parlerò di cose celesti?; davanti a questa domanda rimangono imbarazzati e rispondono che in questa frase: lo Spirito soffia dove vuole; tu senti la sua voce ma non sai da qual parte venga e dove vada, il Signore si riferiva al vento terreno. Ma di quale realtà terrena intendeva parlare? Parlava della generazione spirituale; infatti, prosegue: Così è di ognuno che è nato dallo Spirito. Ebbene, chi di noi, fratelli, non vede, ad esempio, che il vento australe viene da mezzogiorno e va verso settentrione, o che un altro vento viene da oriente e va verso occidente? come si può dire che non sappiamo da qual parte venga e dove vada? Che cosa ha detto quindi di terreno che gli uomini non credevano? Forse quel discorso sul tempio che doveva essere risuscitato (Gv 2, 19)? Il suo corpo infatti lo aveva preso dalla terra, ed egli si accingeva a risuscitare questa medesima terra assunta dal corpo terrestre. E non gli si è creduto che avrebbe risuscitato la terra. Se non credete quando vi parlo di cose terrene - dice - come crederete quando vi parlerò di cose celesti? Cioè, se non credete che posso risuscitare il tempio da voi abbattuto, come crederete che gli uomini possano venir rigenerati per mezzo dello Spirito?

[Uno solo ascende come uno solo è disceso.] 

8. E prosegue: Nessuno è salito in cielo, fuorché colui che dal cielo discese, il Figlio dell’uomo che è in cielo (Gv 3, 13). Egli dunque era qui ed era anche in cielo: era qui con la carne, era in cielo con la divinità; o meglio, con la divinità era dappertutto. Egli è nato dalla madre, senza allontanarsi dal Padre. Sappiamo che in Cristo vi sono due nascite, una divina, l’altra umana; una per mezzo della quale siamo stati creati, l’altra per mezzo della quale veniamo redenti. Ambedue mirabili: la prima senza madre, la seconda senza padre. Ma poiché aveva preso il corpo da Adamo, dato che Maria proviene da Adamo, e questo medesimo corpo avrebbe risuscitato, ecco la realtà terrena alla quale si riferiva, quando disse: Distruggete questo tempio, e in tre giorni io lo risusciterò (Gv 2, 19). Si riferiva invece a cose celesti, quando disse: Nessuno può vedere il regno di Dio, se non rinasce dall’acqua e dallo Spirito (Gv 3, 5). Sì, o fratelli, Dio ha voluto essere figlio dell’uomo, ed ha voluto che gli uomini siano figli di Dio. Egli è disceso per noi e noi ascendiamo per mezzo di lui. Solo infatti discende e ascende colui che ha detto: Nessuno ascende in cielo, se non colui che dal cielo discende. Non ascenderanno dunque in cielo coloro che egli fa figli di Dio? Certo che ascenderanno; ci è stato promesso in modo solenne: Saranno come gli angeli di Dio in cielo (Mt 22, 30). In che senso, allora, nessuno ascende al cielo se non chi ne è disceso? Infatti uno solo è disceso, e uno solo è asceso. E gli altri? Che cosa pensare, se non che saranno membra di lui, così che sarà uno solo ad ascendere in cielo? Per questo il Signore dice: Nessuno ascende in cielo, se non colui che dal cielo discende, il Figlio dell’uomo che è in cielo. Ti meraviglia perché era qui e anche in cielo? Fece altrettanto per i suoi discepoli. Ascolta l’apostolo Paolo che dice: La nostra patria è in cielo (Fil 3, 20). Se un uomo com’era l’apostolo Paolo camminava in terra col corpo mentre spiritualmente abitava in cielo, non era possibile al Dio del cielo e della terra, essere contemporaneamente in cielo e in terra?

[Guai a chi attenta all’unità!] 

9. Se dunque nessuno, fuorché Cristo, è disceso dal cielo, e nessuno, fuorché lui, vi ascende, che speranza c’è per gli altri? Questa: che il Signore è disceso precisamente perché in lui e con lui siano una persona sola coloro che per mezzo di lui saliranno in cielo. Non è detto, - osserva l’Apostolo - "e ai discendenti", come si trattasse di molti, ma e alla tua discendenza, come a uno solo, cioè Cristo. E ai fedeli dice: Voi siete di Cristo; e se siete di Cristo, siete dunque la discendenza di Abramo (Gal 3, 16 29). Quest’uno di cui parla l’Apostolo, siamo tutti noi. Per questo, i Salmi a volte esprimono la voce di molti, a indicare che l’uno è formato da molti; a volte è uno che canta, a indicare che i molti convergono in uno. Ecco perché nella piscina probatica veniva guarito uno solo, e chiunque altro vi discendesse dopo, non veniva guarito (Gv 5, 4). Quell’unico uomo sta a indicare l’unità della Chiesa. Guai a coloro che disprezzano l’unità e tendono a crearsi delle fazioni tra gli uomini! Ascoltino colui che voleva fare di tutti gli uomini una cosa sola, in uno solo, in ordine ad un unico fine. Ascoltino le sue parole: Non dividetevi, io ho piantato, Apollo ha innaffiato, ma Dio ha fatto crescere. Quindi né colui che pianta è qualche cosa, né colui che innaffia, ma chi fa crescere, Dio (1 Cor 3, 6-7). Quelli dicevano: Io sono di Paolo, io d’Apollo, io di Cefa. L’Apostolo rispondeva: Ma Cristo è forse diviso? (1 Cor 1, 12-13). Rimanete uniti in lui solo, siate una cosa sola, anzi una persona sola. Nessuno ascende in cielo, se non colui che dal cielo è disceso. Ecco - dicevano a Paolo - noi vogliamo essere tuoi. E lui: Non voglio che siate di Paolo, ma che siate di colui al quale anche Paolo appartiene insieme con voi. 

10. Cristo infatti discese e morì, e con la sua morte ci liberò dalla morte: morendo, ha distrutto la morte. E voi, fratelli, sapete che la morte entrò nel mondo per l’invidia del diavolo. La Scrittura afferma che Dio non ha fatto la morte, né gode che periscano i viventi. Egli creò ogni cosa perché esistesse (Sap 1, 13-14). Ma per l’invidia del diavolo - aggiunge - la morte entrò nel mondo (Sap 2, 24). L’uomo non sarebbe giunto alla morte propinatagli dal diavolo, se si fosse trattato di costringervelo con la forza; perché il diavolo non aveva la potenza di costringerlo, ma solo l’astuzia per sedurlo. Senza il tuo consenso il diavolo sarebbe rimasto impotente: è stato il tuo consenso, o uomo, che ti ha condotto alla morte. Nati mortali da un mortale, divenuti mortali da immortali che eravamo. Per la loro origine da Adamo tutti gli uomini sono mortali; ma Gesù, figlio di Dio, Verbo di Dio per mezzo del quale tutte le cose furono fatte, Figlio unigenito uguale al Padre, si è fatto mortale: il Verbo si è fatto carne e abitò fra noi (Gv 1, 3 14).

[La morte è stata ingoiata nel corpo di Cristo.] 

11. Egli dunque prese sopra di sé la morte, e la inchiodò alla croce, e così i mortali vengono liberati dalla morte. Il Signore ricorda ciò che in figura avvenne presso gli antichi: E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così deve essere innalzato il Figlio dell’uomo, affinché ognuno che crede in lui non perisca, ma abbia la vita eterna (Gv 3, 14-15). Gesù allude ad un famoso fatto misterioso, ben noto a quanti hanno letto la Bibbia. Ma ascoltino anche quelli che non hanno letto l’episodio, e quanti che, pur avendolo letto o ascoltato, lo hanno dimenticato. Il popolo d’Israele cadeva nel deserto morsicato dai serpenti, e l’ecatombe cresceva paurosamente. Era un flagello con cui Dio li colpiva per correggerli e ammaestrarli. Ma proprio in quella circostanza apparve un grande segno della realtà futura. Lo afferma il Signore stesso in questo passo, sicché non è possibile dare di questo fatto un’interpretazione diversa da quello che ci indica la Verità riferendolo a sé. Il Signore, infatti, ordinò a Mosè di fare un serpente di bronzo, e di innalzarlo su un legno nel deserto, per richiamare l’attenzione del popolo d’Israele, affinché chiunque fosse morsicato, volgesse lo sguardo verso quel serpente innalzato sul legno. Così avvenne; e tutti quelli che venivano morsicati, guardavano ed erano guariti (Nm 21, 6-9). Che cosa sono i serpenti che morsicano? Sono i peccati che provengono dalla carne mortale. E il serpente innalzato? la morte del Signore in croce. È stata raffigurata nel serpente, appunto perché la morte proveniva dal serpente. Il morso del serpente è letale, la morte del Signore è vitale. Si volge lo sguardo al serpente per immunizzarsi contro il serpente. Che significa ciò? Che si volge lo sguardo alla morte per debellare la morte. Ma alla morte di chi si volge lo sguardo? alla morte della vita, se così si può dire. E poiché si può dire, è meraviglioso dirlo. O non si dovrà dire ciò che si dovette fare? Esiterò a dire ciò che il Signore si degnò di fare per me? Forse che Cristo non è la vita? Tuttavia Cristo è stato crocifisso. Cristo non è forse la vita? E tuttavia Cristo è morto. Ma nella morte di Cristo morì la morte, perché la vita, morta in lui, uccise la morte e la pienezza della vita inghiottì la morte. La morte fu assorbita nel corpo di Cristo. Così diremo anche noi quando risorgeremo, quando ormai trionfanti canteremo: O morte, dov’è la tua vittoria? O morte, dov’è il tuo pungiglione? (1 Cor 15, 55). Frattanto, o fratelli, per essere guariti dal peccato volgiamo lo sguardo verso Cristo crocifisso; poiché come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così deve essere innalzato il Figlio dell’uomo, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia la vita eterna. Come coloro che volgevano lo sguardo verso quel serpente, non perivano per i morsi dei serpenti, così quanti volgono lo sguardo con fede alla morte di Cristo, vengono guariti dai morsi dei peccati. E mentre quelli venivano guariti dalla morte per la vita temporale, qui invece è detto: affinché abbia la vita eterna. Esiste infatti questa differenza, tra il segno prefigurativo e la realtà stessa: che la figura procurava la vita temporale, mentre la realtà prefigurata procura la vita eterna. 

12. Poiché Dio non mandò suo Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma affinché il mondo sia salvato per mezzo di lui (Gv 3, 17). Dunque il medico, per quanto dipende da lui, viene per guarire il malato. Se uno non sta alle prescrizioni del medico, si rovina da solo. Il Salvatore è venuto nel mondo: perché è stato chiamato Salvatore del mondo, se non perché è venuto per salvarlo, e non per giudicarlo? Se tu non vuoi essere salvato da lui, ti giudicherai da te stesso. Che dico: ti giudicherai? Ascolta: Chi crede in lui non è giudicato; chi invece non crede... (e qui cosa ti saresti aspettato se non: viene giudicato? ma dice:) è già stato giudicato. Il giudizio non è stato ancora pubblicato, ma è già avvenuto. Il Signore infatti sa già chi sono i suoi (2 Tim 2, 19), sa chi rimane fedele fino alla corona e chi si ostina fino al fuoco dell’inferno; distingue nella sua aia il grano dalla paglia; distingue la messe dalla zizzania. Chi non crede è già stato giudicato. E perché è stato giudicato? Perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio (Gv 3, 18).

[L’opera tua e la creazione di Dio.] 

13. Il giudizio, poi, è questo: la luce è venuta nel mondo e gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Fratelli miei, chi il Signore ha trovato che avesse al suo attivo opere buone? Nessuno. Ha trovato solo opere cattive. Come hanno potuto, allora, taluni operare la verità e venire alla luce? Così infatti prosegue il Vangelo: Chi, invece, opera la verità, viene alla luce, affinché sia manifesto che le sue opere sono state fatte in Dio (Gv 3, 19 21). Come mai alcuni hanno operato in modo tale da poter venire alla luce, cioè a Cristo, mentre altri hanno amato le tenebre? Se è vero, infatti, che il Signore ha trovato tutti peccatori e tutti deve guarire dal peccato, e che il serpente in cui fu prefigurata la morte del Signore guarisce quanti erano stati morsicati; se è vero che a causa del morso d’un serpente fu innalzato il serpente, cioè morì il Signore per gli uomini mortali che egli aveva trovato peccatori, in che senso bisogna intendere la frase: È questa la ragione del giudizio: la luce è venuta nel mondo e gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie? Che significa? Chi aveva al proprio attivo delle opere buone? Non sei forse venuto, o Signore, per giustificare gli empi? Se non che tu dici: Hanno amato più le tenebre che la luce. È questo che ha voluto far risaltare. Molti hanno amato i loro peccati, e molti hanno confessato i loro peccati. Chi riconosce i propri peccati e li condanna, è già d’accordo con Dio. Dio condanna i tuoi peccati; e se anche tu li condanni, ti unisci a Dio. L’uomo e il peccatore sono due cose distinte: l’uomo è opera di Dio, il peccatore è opera tua, o uomo. Distruggi ciò che tu hai fatto, affinché Dio salvi ciò che egli ha fatto. È necessario che tu detesti in te l’opera tua e ami in te l’opera di Dio. Quando comincia a dispiacerti ciò che hai fatto, allora cominciano le tue opere buone, perché condanni le tue opere cattive. Le opere buone cominciano col riconoscimento delle opere cattive. Operi la verità, e così vieni alla luce. Cosa intendo dire dicendo: operi la verità? Intendo dire che non inganni te stesso, non ti blandisci, non ti lusinghi; non dici che sei giusto mentre sei colpevole. Allora cominci a operare la verità, allora vieni alla luce, affinché sia manifesto che le tue opere sono state fatte in Dio. E infatti il tuo peccato, che ti è dispiaciuto, non ti sarebbe dispiaciuto se Dio non ti avesse illuminato e se la sua verità non te l’avesse manifestato. Ma chi, dopo essere stato redarguito, continua ad amare i suoi peccati, odia la luce che lo redarguisce, e la fugge, affinché non gli vengano rinfacciate le sue opere cattive che egli ama. Chi, invece, opera la verità, condanna in se stesso le sue azioni cattive; non si risparmia, non si perdona, affinché Dio gli perdoni. Egli stesso riconosce ciò che vuole gli sia da Dio perdonato, e in tal modo viene alla luce, e la ringrazia d’avergli mostrato ciò che in se stesso doveva odiare. Dice a Dio: Distogli la tua faccia dai miei peccati. Ma con quale faccia direbbe così, se non aggiungesse: poiché io riconosco la mia colpa, e il mio peccato è sempre davanti a me? (Sal 50, 11 5). Sia davanti a te il tuo peccato, se vuoi che non sia davanti a Dio. Se invece ti getterai il tuo peccato dietro le spalle, Dio te lo rimetterà davanti agli occhi; e te lo rimetterà davanti agli occhi quando il pentimento non potrà più dare alcun frutto. 

14. Correte, o miei fratelli, affinché non vi sorprendano le tenebre (cf. Gv 12, 35); siate vigilanti in ordine alla vostra salvezza, siate vigilanti finché siete in tempo. Nessuno arrivi in ritardo al tempio di Dio, nessuno sia pigro nel servizio divino. Siate tutti perseveranti nell’orazione, fedeli nella costante devozione. Siate vigilanti finché è giorno; il giorno risplende; Cristo è il giorno. Egli è pronto a perdonare coloro che riconoscono la loro colpa; ma anche a punire quelli che si difendono ritenendosi giusti, quelli che credono di essere qualcosa mentre sono niente. Chi cammina nel suo amore e nella sua misericordia, non si accontenta di liberarsi dai peccati gravi e mortali, quali sono il delitto, l’omicidio, il furto, l’adulterio; ma opera la verità riconoscendo anche i peccati che si considerano meno gravi, come i peccati di lingua, di pensiero o d’intemperanza nelle cose lecite, e viene alla luce compiendo opere degne. Anche i peccati meno gravi, se trascurati, proliferano e producono la morte. Sono piccole le gocce che riempiono i fiumi; sono piccoli i granelli di sabbia, ma se sono numerosi, pesano e schiacciano. Una piccola falla trascurata, che nella stiva della nave lascia entrare l’acqua a poco a poco, produce lo stesso effetto di un’ondata irrompente: continuando ad entrare poco alla volta, senza mai essere eliminata affonda la nave. E che significa eliminare, se non fare in modo con opere buone - gemendo, digiunando, facendo elemosine, perdonando - di non essere sommersi dai peccati? Il cammino di questa vita è duro e irto di prove: quando le cose vanno bene non bisogna esaltarsi, quando vanno male non bisogna abbattersi. La felicità che il Signore ti concede in questa vita, è per consolarti, non per corromperti. E se in questa vita ti colpisce, lo fa per correggerti, non per perderti. Accetta il padre che ti corregge, se non vuoi provare il giudice che punisce. Son cose che vi diciamo tutti i giorni, e vanno ripetute spesso perché sono buone e fanno bene.

(Dal commento all’Evangelo di Giovanni «Omelia 12» di sant’Agostino, vescovo)