Alla destra

del Padre

Ascensione del Signore

Luciano Manicardi

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Gesù, che “è stato assunto fino al cielo” (At 1,11), che il Padre “fece sedere alla sua destra nei cieli” (Ef 1,20) e che da Dio ha ricevuto “ogni potere in cielo e in terra” (Mt 28,18), fa della sua assenza fisica una presenza invisibile, una compagnia nei confronti dei suoi discepoli: “Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,20). L’esito del dono della vita per i suoi amici, gli uomini, è l’essere conloro per sempre, in modo misterioso, ma reale.
“Là dove ci ha preceduto la gloria del capo, è chiamata altresì la speranza del corpo”, afferma Leone Magno a proposito dell’ascensione (Sermo 73,4). E la seconda lettura parla espressamente della speranza dischiusa dalla vocazione cristiana, dal Cristo risorto e asceso al cielo (cf. Ef 1,18); speranza escatologica, ma che inserisce pienamente nella storia i cristiani chiamandoli alla testimonianza in forza dello Spirito santo (I lettura); speranza retta dalla vicinanza e dalla compagnia del Risorto nei confronti dei discepoli che si vedono così sostenuti nel loro impegno quotidiano di servizio al vangelo (vangelo).

Il vuoto lasciato dall’ascensione di Gesù deve essere colmato dalla testimonianza (cf. At 1,8) e dall’insegnamento(cf. Mt 28,20) dei discepoli. Le due cose sono distinte, ma anche strettamente connesse. Insegnare significa fare segno (in-signare), dare simboli e chiavi ermeneutiche della realtà. Insegnante credibile è colui che vive in prima persona ciò che insegna e che vive di ciò che insegna. O almeno, cerca di farlo. La figura di maestro che il Vangelo costruisce, sulla scia di Gesù di Nazaret che è al tempo stesso maestro e insegnamento, è anche quella di un testimone: non si può insegnare il Vangelo senza viverne. Il Vangelo, infatti, è il comando lasciato dal Signore ai suoi: “Insegnate … tutto ciò che ho comandato a voi” (Mt 28,20).
Il mandato di insegnare e fare discepole le genti è un compito generante e significa educare alla fede, trasmettere la fede, esercitare un compito di paternità che introduca l’uomo alla relazione con Dio. Questo il compito della chiesa nella storia “fino alla fine del mondo” (Mt 28,20). Compito che la chiesa può assolvere se si affida alla promessa del Risorto: “Io sono con voi fino alla fine del mondo”. Queste parole non sono una garanzia, ma una promessa: e a una promessa si fa credito, ci si affida, senza altre garanzie che l’affidabilità di colui che ha parlato. Il quale, promettendo, ha promesso se stesso, la sua presenza. Inoltre, quelle parole “Io sono con voi” devono essere lasciate in bocca al Signore: sono completamente stravolte se poste sulla bocca di uomini che dicono: “Dio è con noi”. Questa non è più la promessa di un Altro a cui ci si affida ogni giorno con umiltà, timore e tremore, ma affermazione umana che fonda una pratica violenta e impositiva, arrogante e aggressiva.
Le parole “Io sono con voi” stanno nello spazio della fede e della speranza, le parole “Dio è con noi” stanno nello spazio della certezza e del sapere (e nascondono illusione e menzogna): se le prime aprono il futuro (e lo aprono indefinitivamente: “fino alla fine del mondo”), le seconde lo chiudono irrimediabilmente. Trasmettere la fede è dunque anche donare speranza.
La promessa solenne del Risorto evoca la formula dialleanza per cui Dio si lega al popolo (“Io sarò il vostro Dio”), e soprattutto evoca la presenza di Dio in mezzo al popolo, nel tempio. Quelle parole fondano dunque la comunità cristiana come luogo della presenza santa di Dio, come tempio, ma tempio di corpi e di relazioni. La promessa “Io sono con voi” impegna il “voi” a perseverare, a rimanere nella carità fraterna, nei legami reciproci, e a far regnare su di essi il Nome di Dio (“Io sono”) rivelato dal volto di Gesù di Nazaret. La presenza del Signore viene sperimentata come dono grazie alla fedeltà dei credenti. A sua volta, la faticosa fedeltà quotidiana (“tutti i giorni”) dei credenti è sostenuta dalla speranza suscitata dalla promessa: “Con la tua promessa mi hai fatto sperare” (Quoniam promisisti, me sperare fecisti: Agostino, Enarr. in Ps. 118,15,1).