Domenica delle Palme

e della Passione del Signore

Commento al Vangelo Mt 26,14-27,66

Enzo Bianchi

passione di cristo

Nella liturgia della domenica delle Palme due sono i vangeli che l’assemblea cristiana ascolta: il racconto  dell’entrata di Gesù in Gerusalemme (quest’anno Mt 21,1-11) e, nella messa, il racconto della passione del  Signore, dal tradimento di Giuda fino alla sepoltura del crocifisso. L’omelia normalmente è ispirata a  questo secondo testo, anche se, per la sua lunghezza, non può essere commentato per intero nella  celebrazione. Vorrei dunque semplicemente mettere in evidenza nel racconto della passione secondo  Matteo – quello proclamato nell’annata A – alcuni tratti che si differenziano rispetto ai racconti di Marco,  che pure ne è la fonte primaria, e di Luca.  Innanzitutto la passione che Gesù soffre fino alla morte non è né un destino né un caso nella sua vita.  Matteo mette in evidenza come Gesù, seppur “consegnato”, dunque oggetto di un’azione determinata da  parte di altri (Giuda, i sacerdoti, Pilato), resti sempre soggetto, protagonista del racconto: la passione è  vissuta da Gesù nella libertà e per amore. Gesù sa, e lo dice, che “il suo tempo è vicino” (cf. Mt 26,18), ma  è un tempo, un’ora alla quale potrebbe sottrarsi.  Invece va con decisione verso la passione, dispone che i suoi discepoli facciano i preparativi per la cena  pasquale (cf. Mt 16,17-19) e poi la presiede (cf. Mt 26,20-29). Mentre sono a tavola, annuncia che sarà  tradito, perché sa che uno dei Dodici è giunto a quella situazione di non-fiducia in lui; ma pur conoscendo  l’identità del traditore, non lo denuncia, non lo ferma, non lo isola dagli altri. Non lo giudica né lo  condanna, ma rinvia Giuda alla sua coscienza, alla sua responsabilità. “Tu l’hai detto” di essere il traditore,  ponendomi la domanda: “Sono forse io?” (Mt 26,25).  Gesù sa e domina ogni situazione, ed eccolo spezzare e dare il pane, segno del suo corpo, ai Dodici; eccolo  prendere il calice del vino, segno del suo sangue, e darlo loro da bere come “sangue dell’alleanza sparso  per le moltitudini in remissione dei peccati” (Mt 26,28). Secondo Matteo l’eucaristia è appunto “in  remissione dei peccati”, remissione che non si ottiene più attraverso i sacrifici al tempio, ma bevendo il  sangue di Cristo.  L’eucaristia è offerta a tutti i discepoli: tutti peccatori, traditori come Giuda, rinnegatori come Pietro,  increduli come gli altri. Gesù non ha escluso nessuno dalla sua cena pasquale: l’eucaristia è dunque la  cena per i peccatori, la chiesa è un’assemblea di peccatori che nell’eucaristia sono perdonati e fatti santi.  Sì, le moltitudini degli uomini segnati dal peccato, nel sangue di Gesù, amore offerto fino all’estremo,  trovano il perdono dei loro peccati.  E dopo la cena pasquale – Matteo lo evidenzia particolarmente – Gesù prega. Al Getsemani Gesù è tutto  preghiera (per ben cinque volte nei vv. 36-44 ritorna il verbo “pregare”), preghiera che vorrebbe fosse  condivisa dai tre discepoli che egli porta con sé, Pietro, Giacomo e Giovanni. Ma nonostante tenti per tre  volte di farli pregare con sé, ogni suo sforzo è inutile: i discepoli, anche quelli più vicini a Gesù, nella  preghiera lo lasciano solo. E come potranno non lasciarlo solo nella passione?  Poco prima di essere arrestato Gesù annuncia il suo essere colpito come pastore e la conseguente  dispersione del suo gregge (cf. Mt 26,31; Zc 13,7), ma anche il nuovo raduno in Galilea dopo la  resurrezione (cf. Mt 26,32). E quando uno dei discepoli tenta di reagire con la violenza al suo arresto, per  esprimere nuovamente la sua libertà di fronte a quella cattura vergognosa Gesù interroga l’autore di quel  gesto sulla sua fede in lui: “Credi che io non possa pregare il Padre mio, che mi manderebbe subito più di  dodici legioni di angeli?” (Mt 26,53). Occorre credere in Gesù, nelle sue parole, in ciò che fa o sceglie di  non fare, perché una sola è la sua volontà: realizzare la volontà del Padre, volontà testimoniata dalle  Scritture. In tutto il processo Gesù continua a essere protagonista degli eventi, continua a essere il mite che non  condanna né giudica quando è ingiuriato e ingiustamente giudicato. Al sommo sacerdote che lo scongiura  di dire se egli è il Cristo, Gesù non svela né nasconde ma, come aveva fatto con Giuda, richiama chi lo  interroga alla propria responsabilità: “Tu l’hai detto” (Mt 26,64). E così fa nell’incontro con Pilato, quando  alla domanda: “Sei tu il re dei giudei?”, risponde: “Tu lo dici” (Mt 27,11), e poi ritorna al silenzio.  In questo racconto della passione secondo Matteo, dove mi pongo io, discepolo? Sono come uno dei Dodici  i quali, abbandonato tutto per seguire Gesù (cf. Mt 4,20-22), giunta la passione, “tutti lo abbandonarono e  fuggirono” (Mt 26,56)? Sono come Pietro, che ha seguito Gesù ma “per vedere come sarebbe andata a  finire” (ideîn tò télos: Mt 26,58), e quindi, non coinvolto nella vita di Gesù, finisco per smettere di  conoscerlo e per conoscere solo me stesso (cf. Mt 26,34-35.69-75)?  Sono come Giuda, che non ha più fiducia in Gesù, che non lo dichiara Kýrios, Signore, come invece fanno  gli altri undici (cf. Mt 26,22), ma lo chiama “rabbi, maestro” (cf. Mt 26,25.49), anche quando Gesù lo  chiama “amico” (Mt 26,50), amato da lui fino a quell’ora, amato anche nel momento in cui lo tradisce?  Sarò capace di vedere nella passione di Gesù non solo una morte ignominiosa, ma la morte del giusto,  l’evento cosmico della morte del Figlio di Dio (cf. Mt 27,51-53)? A me la responsabilità della risposta!