Nel giorno ottavo

Enzo Bianchi

mariamadredidio

 

Nell’ottavo giorno dopo Natale la chiesa riprende la lettura della nascita di Gesù avvenuta a Betlemme secondo il vangelo di Luca.

Dopo l’annuncio dell’angelo ai pastori (cf. Lc 2,8-14), ecco che questi ultimi, obbedienti, vanno a Betlemme e trovano Maria, la madre, Giuseppe e il bambino appena nato avvolto in fasce, deposto nella mangiatoia. Tutto corrisponde all’annuncio ascoltato, e le parole del messaggero celeste riguardo a quel bambino sono una rivelazione divina, che sarà la fede di tutti i cristiani: Salvatore, Cristo, Signore, ecco la vera identità di quel neonato (cf. Lc 2,11).

I pastori non contemplano nulla di straordinario, nulla che li abbagli, ma quella realtà umanissima che vedono non contraddice le parole dell’angelo che hanno udito; infatti, con semplicità raccontano ciò che era stato loro annunciato, destando in tutti stupore. L’evangelizzazione cristiana ha i suoi inizi quel giorno ed è fatta da poveri pastori, marginali nella loro società e ritenuti indegni di una vita religiosa espressa mediante il culto officiale.

La madre di Gesù, dal canto suo, in ascolto delle parole dei pastori le conserva e le medita nel suo cuore, potremmo dire che le collega alle parole da lei ascoltate da parte dell’angelo (cf. Lc 1,26-38) e agli eventi che ne sono seguiti: gravidanza, inizio della vita con Giuseppe, nascita di quel Figlio che veniva solo da Dio. Anche in questo evento Maria constata la sua relazione con quel figlio, perché altri, Elisabetta, Giuseppe, ora i pastori, la narrano e la attestano. E così la buona notizia, la grande gioia (cf. Lc 2,10) si dilata, fa la sua corsa in quella regione della Giudea.

Passati otto giorni dalla nascita, Giuseppe deve adempiere la Legge, innestando il figlio maschio nell’alleanza stabilita da Dio con Abramo e significata dalla circoncisione (cf. Gen 17,1-14). Così, attraverso quell’incisione nella carne, Gesù è costituito figlio di Abramo, ebreo per sempre. La circoncisione, se da un lato rende Gesù un appartenente al popolo santo, il popolo delle alleanze, delle promesse e delle benedizioni (cf. Rm 9,4-5), dall’altro afferma la semplice ma realissima umanità di quel Figlio di Dio, Messia, Salvatore e Signore.

Anche questo lo ha voluto Dio, perché l’incarnazione della sua Parola, di suo Figlio non era una finzione, non era una teofania, ma era veramente il realissimo abbassamento di Dio nella nostra condizione carnale e mortale, in un popolo preciso, che discende da Abramo, mediante la nascita da una donna (cf. Gal 4,4), come ogni figlio nasce da una madre.

Insieme alla circoncisione il bambino riceve il NomeJeshu‘a, Gesù, che significa “il Signore salva”: è il Nome datogli dall’angelo (cf. Lc 1,31), dunque da Dio stesso, Nome che dice la vocazione e la missione di questo neonato che solo Dio ci poteva dare. Maria e Giuseppe ancora una volta obbediscono puntualmente, riconoscendo che quel figlio non appartiene a loro, ma a Dio che lo ha voluto e lo ha fatto nascere in mezzo a noi per essere l’Emmanuele, il Dio-con-noi (cf. Mt 1,23; Is 7,14), il Signore e Salvatore.

Oggi è anche l’inizio dell’anno secondo il calendario della società in cui viviamo. Celebrare il 1° gennaio la festa in cui si proclama che Gesù è nato da donna, che appartiene al popolo di Israele e che ha nel proprio Nome la missione di portare la salvezza a tutta l’umanità, dice a tutti che Gesù può essere la presenza di un uomo che ha vissuto mostrandoci come possiamo vedere “salvata” la nostra vita, giorno dopo giorno.