Gesù,

il tempio di Dio

Commento alle letture della domenica XXVIII C

Enzo Bianchi

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Nella sua salita a Gerusalemme Gesù attraversa la Samaria e la Galilea, e mentre passa in un villaggio gli vengono incontro dieci persone affette da lebbra. È noto che nell’Israele antico il lebbroso era l’emarginato per eccellenza, colpito da una malattia avvertita non solo come ripugnante, ma anche – così purtroppo si pensava – strettamente connessa al castigo di Dio per i suoi peccati (cf. Nm 12,14); per questo egli viveva fuori dalle città, in luoghi deserti, in una solitudine disperata (cf. Lv 13,45-46). Ecco perché questi malati non osano neppure avvicinarsi a Gesù, ma di lontano lo implorano: «Gesù maestro, abbi pietà di noi!», confidando nella sua com-passione…
Gesù, come già aveva fatto in un caso analogo (cf. Lc 5,14), invita i lebbrosi a presentarsi ai sacerdoti, obbedisce cioè alla Legge mosaica, rinviando all’autorità religiosa alla quale spetta di certificare l’avvenuta guarigione delle persone e di riammetterle nel consesso sociale (cf. Lv 13,16-17; 14,1-32). «E mentre essi erano per via, furono purificati»: tutti e dieci sono guariti, eppure uno solo riconosce che ciò è avvenuto grazie alla potenza di Gesù, e per questo ritorna indietro «lodando Dio a gran voce e prostrandosi ai piedi di Gesù per rendergli grazie». Recandosi da Gesù senza andare prima al tempio a mostrarsi ai sacerdoti, egli confessa che ormai la presenza di Dio ha trovato nella persona di Gesù il suo tempio (cf. Gv 2,21), la sua manifestazione piena e definitiva.