La fede opera

mediante l'amore

Commento alle Letture della domenica XXVI C
Enzo Bianchi

epulone

«C’era un uomo ricco, che vestiva di porpora e di bisso e tutti i giorni banchettava lautamente»: così  incomincia la parabola narrata da Gesù nel vangelo odierno. Quest’uomo è senza nome, è definito  unicamente da ciò che possiede; egli ammassa avidamente beni per sé, illudendosi forse di difendersi in  questo modo dalla paura della morte, come se avere molte cose potesse impedire l’evento che lo attende  al termine della sua esistenza. E così, accecato dalla sua brama idolatra, non si accorge della presenza alla  sua porta di «un povero di nome di Lazzaro, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi di quello che cadeva  dalla sua tavola».  

Il comportamento di questo ricco ha un nome preciso: ingiustizia, quella denunciata dai profeti  dell’Antico Testamento (cf. Am 6,1-7; Ger 22,13-19; Ab 2,6-11), da Gesù («Beati voi che ora avete fame,  perché sarete saziati … Guai a voi, ricchi, perché avete già la vostra consolazione»: Lc 6,21.24), dagli  apostoli (cf. Gc 2,5-9; 5,1-6); quell’ingiustizia che si manifesta nell’accumulare una quantità smisurata di  ricchezze, finendo per privare gli altri addirittura del minimo necessario di sussistenza. Oggi queste parole  suonano stonate ai nostri orecchi, non vogliamo più ascoltarle, abituati come siamo alla presenza di poveri  resi tali dalla nostra ricchezza non più percepita come ingiusta.

Eppure per Dio non è così, «Dio aiuta»  (questo significa il nome Lazzaro) i poveri, le vittime della storia: sì, ci sarà un giudizio di Dio alla fine dei  tempi, nel quale Dio ci chiamerà a rendere conto del nostro comportamento e «renderà a ciascuno  secondo le sue azioni» (cf. Sal 62,13; Rm 2,6; Ap 2,23)! È così, anche se noi ci ostiniamo a rimuovere tale  prospettiva. Ecco infatti che Gesù continua: «un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli nel seno di  Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto». A questo ribaltamento delle sorti terrene segue un dialogo tra il  ricco e Abramo. In mezzo ai tormenti, il primo si rivolge al patriarca chiedendogli innanzitutto di  «mandare Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e bagnargli la lingua», per lenire le sue  sofferenze. Ma si sente rispondere: «Figlio, ricordati che hai ricevuto i tuoi beni durante la vita e Lazzaro  parimenti i suoi mali».

Con queste parole Gesù non vuole impaurirci o descrivere «le pene dell’inferno»,  come siamo soliti pensare, ma semplicemente ricordarci che nella vita può esserci un «troppo tardi»:  occorre vivere il presente come l’oggi di Dio, sapendo che il giudizio finale si gioca per ciascuno di noi qui  e ora, perché l’ultimo giorno non farà che svelare la qualità della nostra vita quotidiana…  Ma il ricco insiste, pregando Abramo di inviare Lazzaro ad avvertire i suoi fratelli di cambiare vita,  ammonendoli su ciò che li attende nell’aldilà della morte. Egli è convinto che «se qualcuno dai morti andrà  da loro, si convertiranno». Si sente però rispondere: «Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro … Se non  ascoltano Mosè e i Profeti, neanche se uno risuscitasse dai morti saranno persuasi». La fede non si fonda  su miracoli o su eventi straordinari, ma sull’ascolto della Parola di Dio (cf. Rm 10,17).

Non si dimentichino  in proposto le parole rivolte da Gesù risorto ai discepoli sgomenti e increduli: «Bisogna che si compiano  tutte le cose scritte su di me nella Legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi» (Lc 24,44). Sì, la nostra fede è  generata dall’ascolto della Parola di Dio contenuta nelle Scritture dell’Antico e del Nuovo Testamento,  rilette alla luce della vita di Gesù, quella vita all’insegna della comunione e dell’amore che lo ha condotto  alla vittoria sulla morte, alla resurrezione.  

E la fede, se è autentica, è «fede operante mediante l’amore» (Gal 5,6), si traduce cioè in azioni  concrete ispirate dall’amore fraterno. È infatti l’amore l’unica realtà su cui saremo giudicati al termine  della nostra vita: l’amore che può dare senso ai nostri giorni sulla terra, l’amore che è qui e ora  condivisione dei beni in modo che siano distribuiti «a ciascuno secondo il suo bisogno» (At 4,35). Ma  ricordiamolo: «se uno ha ricchezze nel mondo e, vedendo il proprio fratello nel bisogno, gli chiude il cuore,  come può l’amore di Dio rimanere in lui?» (1Gv 3,17).