Sempre figli della luce

Commento alle Letture della domenica XXIV C

Enzo Bianchi

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Il brano del vangelo di Luca previsto dalla liturgia per questa domenica si ferma purtroppo al versetto 13, omettendo quello successivo che svela il contesto e l’uditorio della parabola e delle parole pronunciate da Gesù: “I farisei, che erano attaccati al denaro, ascoltavano tutte queste cose e si beffavano di lui” (Lc 16,14), aiutandoci a capirle in profondità. Abbiamo quindi degli uomini che ascoltavano le parole di Gesù ma, proprio a causa della loro cupidigia, del loro attaccamento al denaro, non potevano accoglierne l’insegnamento e finivano per disprezzarlo. Del resto è a questi stessi uomini religiosi, che gli rimproveravano il suo ricevere i peccatori e mangiare con loro (cf. Lc 15,2), che Gesù ha appena indirizzato le tre parabole della misericordia. E proprio questa grande capacità di compassione verso i deboli, gli smarriti, i peccatori fa dell’insegnamento di Gesù qualcosa di estremamente esigente: un insegnamento profetico che smaschera le diverse forme di idolatria capaci di alienare soprattutto gli uomini religiosi, un insegnamento che cerca di colpire, di smuovere i cuori degli ascoltatori per ricondurli all’unico Signore. Un insegnamento che sovente scompagina ancora oggi il nostro comune sentire: così la pagina odierna del vangelo – di facile comprensione letterale – ci appare irta di difficoltà nell’interpretarla, paradossale, con quella parabola così strana, apparentemente fuorviante e inadatta a rispondere alle esigenze di un’etica segnata da giustizia, veridicità, lealtà.

Cerchiamo tuttavia di cogliere con semplicità il messaggio evangelico: un amministratore, accusato di aver sperperato le ricchezze a lui affidate da un uomo ricco, prima di lasciare il proprio incarico, chiama i debitori del padrone e, con un’operazione di falsificazione delle ricevute, li rende debitori verso se stesso. Così, anche se licenziato, avrà qualcuno che gli dovrà riconoscenza. Grande astuzia, dunque, e grande, doppia disonestà verso il suo padrone, il quale tuttavia, conosciuta la vicenda e saputo come il suo amministratore si era “aggiustato il domani”, lo elogia per aver agito con scaltrezza. Sì, padrone e amministratore sono entrambi “figli di questo mondo” e il loro ragionamento è certamente mondano, segnato da furbizia, ma anche da falsità e ingiustizia.

Gesù dunque non loda questa azione in quanto tale ma, guardando ai suoi discepoli, “figli della luce”  ma poco furbi, incapaci di strategie efficaci nella vita, prova una tenerezza mista a tristezza... I credenti  autentici sono meno furbi degli “uomini religiosi”! L’invito di Gesù ai suoi discepoli è a procurarsi amici  con la stessa determinazione che hanno i figli di questo mondo, ma anche facendo un uso diverso della  ricchezza: si tratta di condividerla con i poveri che, essendo i primi cui è promesso il regno (cf. Lc 6,20),  potranno accoglierli nelle dimore eterne, cioè dove c’è la vita in Dio per sempre.

Questo è il modo di  “profittare del tempo presente” (cf. Ef 5,16), del tempo che abbiamo in dono da vivere, per trasformare la  ricchezza disonesta in fonte di comunione e di amicizia. Le parole finali di Gesù si fanno dunque chiare: il discepolo non può servire a Dio e al denaro: o  amerà Dio con tutto il cuore, tutta la mente, tutte le sostanze – cioè i beni – oppure amerà il denaro, le  sostanze e non potrà amare Dio. Significativamente, il termine usato dalla nostra pericope per il denaro è  Mamon, “mammona”, un termine in uso al tempo di Gesù e che nella sua radice si rifa al verbo aman,  “credere”, “porre la fiducia in”; così negli scritti di Qumran indica un “idolo potente”, capace di affascinare  e dominare. “Dov’è il tesoro, là è anche il cuore” (Lc 12,34) aveva ammonito Gesù: se siamo attirati, se amiamo il  denaro, allora esso come un idolo ci aliena, ci inganna e ci seduce, impedendoci l’amore e il servizio di Dio.  Certo, ancora oggi chi è attaccato al denaro, è tentato di leggere questa parabola come una lode alla  furbizia e alla disonestà: ma questo significa ragionare da figlio di questo mondo anche se si è “religiosi” e  si appartiene alla comunità cristiana, ai discepoli di colui che ha detto “voi siete nel mondo, ma non siete  del mondo”.