Natale

Per una spiritualità

dell’Incarnazione

Carlo Molari 

 apostoli

Il contenuto essenziale della fede in Cristo può es­sere espresso in modo conciso dicendo: «Gesù salva». La salvezza indica pienezza di vita (cf «Sono venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza o pienezza»: Gv 10,10).
Le componenti essenziali della salvezza, come appare in tutta la Bibbia e come è of­ferta in Gesù, sono due: essa è da Dio ed è nella storia. Ritenere questo significa affermare che «la ricerca del Vero è stimolata in noi da una Parola molto più ricca della nostra verità; il nostro amore è suscitato da un Bene molto più grande di noi; possiamo realizzare la giustizia, perché Essa stessa si offre e spinge per entra­re nella società degli uomini; esistiamo perché la Vita in noi si esprime e ci alimenta». Parola, Bene, Giustizia e Vita esistono già e possono entrare nella storia uma­na. Noi li chiamiamo Dio. E il Natale proclama questa scoperta.
L'interpretazione del mistero di Gesù, quindi, cele­brato nel Natale, parte dal presupposto che Gesù salva perché Dio in Lui si fa presente e opera; che Egli, cioè, è stato costituito Messia e Signore (cf At 2,36) perché ha svelato, nella sua esistenza, i tratti essenziali dell'a­zione e della parola divine che salvano. L’efficacia salvifica dei suoi gesti di perdono, di compassione, di mi­sericordia è la medesima efficacia dell'Amore creatore di Dio. Per questo Gesù è stato chiamato «icona (eikòn) di Dio» (2 Cor 4,4), «l'immagine del Dio invi­sibile» (Col 1,15), «irradiazione della sua gloria, impronta della sua sostanza» (Eb 1,3). Ogni azione di Ge­sù, in questa prospettiva, ha senso e struttura simboli­ca ed egli poteva dire: «Chi ha visto me ha visto il Pa­dre» (Gv 14,9). Egli viveva in tale comunione con Dio da renderlo presente attraverso la sua azione. Gesù realizza ed esprime quindi il mistero della presenza sal­vifica di Dio fra gli uomini. Il Natale ne è la celebra­zione simbolica: Dio si fa carne nella storia umana.
Nella tradizione cristiana questa presenza dell'azione di Dio in Gesù viene tradotta con l'espressione incar­nazione. Il termine, raro nei primi tempi e divenuto poi corrente, significa diventare carne o farsi uomo. Questa espressione nel Prologo del quarto Vangelo è usata in riferimento al Verbo di Dio: «Il Logos si è fatto carne» (Gv 1,14). Il termine Logos o Verbo per riferir­si a Gesù è utilizzato anche nel prologo della lettera di Giovanni (1,1: «Ciò che abbiamo toccato del Verbo del­la vita») e nella Apocalisse («il suo nome è Verbo di Dio»: Ap 19,13: parola che giudica, cf Ap 20,11-12).
Il termine incarnazione si può prestare ad equivoci e di fatto nei secoli è stato utilizzato anche per espri­mere le fantasie degli gnostici relative alla discesa di un essere celeste in terra (un eone divino, come essi di­cevano).
In realtà, nel prologo del quarto Vangelo di­venire carne significa rivelare la perfezione divina in forme umane, far risuonare la sua Parola in modula­zioni create. Ed è presentata come l'effetto dell'azione dello Spirito di Dio, e l'opera formatrice di Gesù nei confronti degli Apostoli si compie con l'effusione del­lo Spirito. Giovanni dice che tale effusione è stata resa possibile dalla spiritualizzazione di Gesù nella risurre­zione. Riferendo le solenni parole di Gesù nel tempio: «Chi ha sete venga a me e beva», egli infatti commen­ta: «Questo disse riferendosi allo Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in Lui: infatti non c'era ancora lo Spirito, perché Gesù non era stato glorificato» (Gv 7,39). Gesù rappresenta una vetta eccelsa dell'azione dello Spirito nella storia umana: un testimone che su­scita ancora fede nella azione salvifica di Dio e che effonde ancora Spirito in chi accoglie la sua parola.
L'incarnazione, come azione dello spirito di Dio, non è un evento istantaneo, bensì un processo che per Gesù culmina nella Pasqua, quando è stato costituito «principio di salvezza eterna per tutti quelli che gli obbediscono» (cf Eb 5,9), «Figlio di Dio in pienezza per opera dello Spirito nella risurrezione dai morti» (cf Rm 1,4). Lì Gesù ha raggiunto l'identità di figlio e rea­lizzato la rivelazione suprema dell'amore divino.
Per il cristiano quindi celebrare il Natale è ricordare il momento di inizio del cammino di fedeltà che con­sentirà a Gesù di realizzare in modo paradigmatico l'e­pifania di Dio in mezzo agli uomini.

L'avventura continua

Ma la storia salvifica non è finita. La rivelazione di Dio, infatti, non si è esaurita in Gesù. Essa continua e sempre secondo la legge dell'incarnazione. Gesù è sta­to costituito Messia e Signore appunto perché altri, ri­ferendosi a Lui, possano perpetuare la sua missione. La sua rassicurazione: «in verità, in verità vi dico: chi crede in me, anch'egli farà le opere che io faccio e ne farà anche di più grandi» (Gv 14,12) è la promessa del­la continuità. La fede in lui si è sviluppata nella con­vinzione che i suoi seguaci, «riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore», vengono «trasformati in quella medesima immagine, di gloria in gloria, secondo l'azione dello Spirito del Signore» (2 Cor 3,18) .
In questa prospettiva l'incarnazione non è solamente un evento, ma un paradigma costante dell'azione di Dio e quindi anche una legge essenziale dell'esistenza redenta: la componente strutturale di una autentica spiritualità cristiana. La specificità della vita cristiana è la fedeltà a questa legge rivelata in Gesù.
Ricordare il Natale di Gesù, quindi, è celebrare la legge della incarnazione, è proclamare che la Parola divina diventa udibile sulla terra solo quando lo Spirito la rende parola di uomini; è ripetere che l'amore di Dio diventa efficace solo quando lo Spirito di Cristo lo traduce in gesti di amore umano; è testimoniare che la misericordia del Padre si esprime nella storia solo quando nello Spirito di Cristo si fa perdono di creature; è mostrare che la Vita diventa dono per gli uomini quando lo Spirito di Dio rende carne la sua Parola.
Le sfide attuali della storia attendono altre forme di rivelazione, invenzioni nuove di solidarietà, inediti livelli di umanità. Più la storia procede, maggiori forme di amore, di solidarietà, di misericordia, di perdono sono necessarie alla vita umana.
Celebrare il Natale, quindi, non è solo rievocare un passato, né solo proclamare la legge fondamentale della salvezza, ma è anche creare quell'ambiente vitale, che consenta forme inedite di rivelazione divina e quindi una nuova umanità.
Mentre per la nascita e la crescita di Gesù è stato sufficiente un semplice ambiente familiare, per lo sviluppo della presenza di Dio nella storia umana non bastano singoli individui e ambienti ristretti. Sono necessarie comunità sempre più ampie, che vivendo in fedeltà il Vangelo, creino climi vitali intensi e consentano l'irruzione dello Spirito di Dio in forme nuove. Celebrare il Natale è appunto esercitarsi per questa missione di vita.

(Da NPG 9/1995, pp. 5-6, Ora in La vita del credente, Elledici 1996, pp. 177-180)

Lectio sul prologo del IV Vangelo