Natale, Dio ci dona

la sua vita

Fernando Castelli 

  diodona

Nella letteratura c’è un tema ricorrente: il male di vivere. Nel capitolo 20 di Geremia si leggono queste agghiaccianti espressioni: «Maledetto il giorno in cui nacqui; il giorno in cui mia madre mi diede alla luce non sia mai benedetto». Al profeta fa eco Giobbe: «Perisca il giorno in cui nacqui e la notte in cui si disse: È stato concepito un uomo. Quel giorno sia tenebra (...). Perché non sono morto fin dal seno di mia madre e non spirai appena uscito dal grembo?» (cap. 3). Tra i classici greci basti ricordare Mimnermo (passata la giovinezza, «meglio è subito morire che vivere») e Sofocle: «Non esser nato è fra tutte la sorte migliore: ma, nato, tornare donde si venne al più presto è di gran lunga il meglio» (Edipo a Colono). A Roma Seneca proclama che felicissimum est non nasci – massima fortuna sarebbe non esser mai nati, e, una volta nati, lasciare quanto prima questo mondo e sprofondare nel nulla.
Il nichilismo moderno ha esasperato i toni. Friedrich Dürrenmatt, morto nel 1990, concepisce la vita come una tragicommedia insensata dal momento che viviamo in «un mondo privo di senso alla ricerca di un senso che non esiste». Thomas Bernhard, morto nel 1989, nei suoi drammi allucinati, canta un requiem alla vita concepita come gelo, putredine, afa, tenebra, e ripete che «tutto è destinato a naufragare, tutto finisce al cimitero», che «il gelo è onnipotente (...), che tutto è gelo», che «tutti i nostri atti sono esercizi preparatori alla morte».
Emile Cioran, morto nel 1995, non è meno macabro. Alcune sue affermazioni danno il senso della sua opera. «Nessuno è vissuto così vicino al proprio scheletro come io al mio»; «Io sono uno straniero per la polizia, per Dio, per me stesso»; «Sdraiarsi in un campo, adorare la terra, e dirsi che proprio essa è il termine e la speranza dei nostri affanni, e che sarebbe vano cercare qualcosa di meglio per riposarsi e dissolversi»; «Se Noè avesse avuto il dono di leggere il futuro, non c’è alcun dubbio che si sarebbe fatto colare a picco».

Il Signore è qui, tra noi

Su questi sfondi funerei, la Chiesa, ogni anno, a Natale, ripete un annuncio che è un messaggio di vita, di speranza, di gioia. Il teologo p. Karl Rahner lo formula in questi termini: «È Natale: ha fatto irruzione nel mondo e nella vita un evento che ha mutato tutto quanto chiamiamo mondo e nostra vita, e ha dato uno scopo e un termine a tutto; un evento che ha posto fine al "nulla di nuovo sotto il sole" dell’antico Ecclesiaste e al grigiore dell’eterno ritorno proclamato dal filosofo moderno; un evento in virtù del quale la nostra notte, terrificante e fredda e squallida notte, in cui corpo e spirito attendevano di assiderarsi, s’è fatta la Santa Notte» (K. Rahner, L’anno liturgico).
In realtà, il Natale spazza via gli spettri e le ombre che ci mettevano paura e ci facevano invocare la morte; ci assicura che l’uomo non è solo e abbandonato, poiché «il Signore è qui», continua p. Rahner, «il Signore della creazione e della mia vita (...). Ora che veramente s’è fatto uomo, questo mondo con il suo destino gli sta a cuore (...). Ora non occorre più che lo cerchiamo nell’infinità del cielo, dove il nostro spirito e il nostro cuore si smarriscono e perdono la strada; ora Lui pure è sulla nostra terra».
Se il Signore è venuto tra noi tutto assume un significato nuovo. «Il tempo dal flusso inesorabile è trasfigurato in un accadere che conduce senza frastuono ma con una ferma, rettilinea, univoca direzione verso una meta del tutto determinata, una meta in cui staremo, noi e il mondo, davanti al Volto svelato di Dio». Tale speranza si fonda su una verità che è il cuore del vangelo: Dio ci ama. «Se diciamo: È Natale! affermiamo: Dio ha pronunciato la sua parola suprema, più profonda, più bella nel Verbo fatto carne, una parola che non può più essere revocata poiché è l’atto definitivo di Dio, poiché è Dio stesso nel mondo. E questo significa: "Io vi amo: te, o mondo; te, o uomo". Parola assolutamente inaudita e inverosimile; poiché, come si può pronunciarla, se si conoscono l’uomo e il mondo, e si sa che sono entrambi spaventosi, vuoti abissi? Ma Dio li conosce meglio di noi; eppure ha detto questa parola, se è vero che è nato Lui stesso, come creatura».

«Erat in Christo Jesu omnis homo»

Natale pertanto è la rivelazione dell’amore di Dio per l’uomo. Questo Amore, però, non è un sentimento, è una realtà che raggiunge e trasforma la natura dell’uomo. Con un’espressione classica – ricorrente nella patristica greca – sant’Agostino afferma: «Factus est Deus homo, ut homo fieret Deus» («Dio si è fatto uomo, perché l’uomo si facesse Dio», Sermo 128; P. L. 39, 1997). Questo è il dono che Gesù, nascendo, porta all’uomo: la vita nuova di Dio. Perciò san Leone Magno chiama il Natale "la nascita della vita". In realtà, Cristo non salva l’uomo "da lontano", come un ricco signore che elargisce a un povero una consistente banconota, ma restandosene a debita distanza; lo salva inserendosi nella sua umanità, perciò "da vicino", partecipando al suo destino e trasformandolo.
Il padre de Lubac, nel suo denso volume Cattolicesimo, riassumendo il pensiero di alcuni Padri della Chiesa – Cirillo Alessandrino, Ilario, Origene, Gregorio Nisseno, Gregorio Nazianzeno –, scrive: «Cristo, appena venuto all’esistenza, porta in sé virtualmente tutti gli uomini, «erat in Christo Jesu omnis homo». Perché il Verbo non ha preso solamente un corpo umano; la sua incarnazione non fu semplice corporatio, ma, come dice sant’Ilario, una concorporatio. Egli si è incorporato alla nostra umanità e ha incorporato questa umanità a sé stesso. «Universitatis nostrae caro est factus». Assumendo una natura umana, è la natura umana che egli si è unita, che ha inclusa in lui, e questa tutta intera gli serve in qualche modo da corpo. «Naturam in se universae carnis adsumpsit». Intera Egli la porterà dunque al Calvario, intera la risusciterà, intera la salverà».
In questi sfondi teologici si comprende come il Natale faccia nuovo l’uomo: perché lo divinizza; l’uomo e il cosmo, poiché esso è la casa e il prolungamento dell’uomo. Tale prospettiva cosmica neutralizza il rifiuto del vivere, le paure vecchie e nuove, gli spettri malefici. Col Natale nella storia umana ha inizio un giorno nuovo che non conosce il buio. «Come può essere sera dov’è Cristo?» – Quomodo vespera, ubi Christus est?, esclama sant’Ireneo (Adversus haereses; P.G. 7, 1038).

Natale: «L’uomo non muore più per istrada»

L’intuizione cristiana della novità del Natale si trova anche – sia pure in forma velata – nel romanzo Il dottor Zivago di Boris Pasternak (1890-1960). La sua pubblicazione destò grande interesse per il tumultuare di idee, di passioni e di eventi che lo percorrono, oltre che per l’afflato poetico che l’investe. Non tutti i suoi lettori, però, hanno saputo cogliere l’ispirazione di fondo che anima l’intera vicenda: la speranza di risurrezione – umana e cristiana – deve prevalere sulla notte in cui l’uomo è stato ricacciato. È legittima questa speranza? La risposta ci è offerta da due testi del romanzo. Due testi "natalizi", tra i tanti dell’opera di Pasternak.
Il primo si trova nelle prime pagine. Siamo nel 1903. Nikolàj Nikolàevic è un intellettuale che rifiuta ogni dogmatismo e gregarismo, fiero di essere sé stesso, deciso a «mirare a un pensiero elevato e, insieme, concreto, che potesse tracciare una strada precisa e inequivocabile nel suo procedere, che migliorasse il mondo e fosse chiaro anche ai fanciulli». Espone il suo "pensiero elevato" in questi termini: «Ho detto che bisogna essere fedeli a Cristo. Mi spiego meglio. Voi non capite che si può essere atei (...) e nello stesso tempo sapere che l’uomo non vive nella natura, ma nella storia, e che, nella concezione che oggi se ne ha, essa è stata fondata da Cristo, e che il Vangelo è il suo fondamento. Ma che cos’è la storia? È un dar principio a lavori secolari per riuscire a poco a poco a risolvere il mistero della morte e in avvenire superarla (...).
«Ma non si può progredire in tale direzione senza una certa spinta. Per scoperte del genere occorre un’attrezzatura spirituale e, in questo senso, i dati sono già tutti nel vangelo. Eccoli. In primo luogo, l’amore per il prossimo, questa forma suprema dell’energia vivente, che riempie il cuore dell’uomo ed esige di espandersi e di essere spesa. Poi le ragioni essenziali dell’uomo di oggi, senza le quali egli non è pensabile, e cioè l’ideale della libera individualità e della vita come sacrificio. Tenete conto che ciò è ancora straordinariamente nuovo. Gli antichi non avevano storia in questo senso (...). Solo dopo Cristo, i secoli e le generazioni hanno respirato liberamente. Solo dopo di lui è cominciata la vita nella posterità e l’uomo non muore più per istrada sotto un muro di cinta, ma in casa sua, nella storia, nel culmine di un’attività rivolta al superamento della morte» (p. 16 ss.).
Due sono le idee portanti del testo. La prima è che la storia ha inizio con la venuta di Cristo e trova il suo fondamento nel vangelo. Perché con la venuta di Cristo? Perché Egli sgancia l’uomo dal fluire del tempo e dalla massa amorfa della natura, gli dà un significato e una meta, gli restituisce la libertà. Dopo di lui, si avanza nel tempo, non come fenomeni in balìa del caso, ma in una precisa direzione, coscienti di essere persone, cioè individui responsabili e liberi, artefici del proprio destino ultramondano.
La seconda idea è che, con la venuta di Cristo, l’uomo «non muore più per istrada», cioè non è più un essere sperduto nel cosmo, senza significato, privo di valore, in balìa del caso. Ora l’uomo sa (dal vangelo) di avere una meta, un valore, una vocazione.
Questa interpretazione cristologica e "natalizia" è confermata da un altro testo del romanzo, più profondo. Sima – una donna "straordinariamente colta", ricca di sapienza popolare – parla della maternità verginale di Maria; il figlio da lei nato "per un prodigio" muta il corso della storia. «Una singola vita umana diventò la storia di un Dio, riempì del suo contenuto tutto lo spazio dell’universo. Come si dice in un cantico dell’Annunciazione, Adamo voleva diventare Dio e sbagliò, non lo divenne; ma ora Dio diventa uomo per fare di Adamo un Dio ("Dio è uomo e fa dio Adamo")» (p. 536 ss.).
Il testo di Pasternak ci restituisce l’immagine di un mondo nuovo, nato con la venuta di Cristo, figlio della Vergine: mondo riconsacrato nel quale l’uomo non soltanto si riappropria della sua personalità, ma acquista una dignità nuova – una dignità divina – poiché il Verbo ha riempito «del suo contenuto tutto lo spazio dell’universo». In altri termini, in Cristo la natura umana è divinizzata, perché assunta, e l’universo è consacrato tempio di Dio.
Questi traguardi impegnano tutti. L’opera del Salvatore – ci ricorda Pasternak – esige la nostra fedeltà al vangelo. Tale fedeltà si concretizza in tre obiettivi essenziali: l’amore per il prossimo, la conquista della propria libertà, la concezione della vita come sacrificio.

Un appello urgente

L’appello di Pasternak è urgente, oggi come ieri, perché uomini e cristiani non si è, ma si diventa, con un impegno quotidiano. Inoltre, la morte per strada è una minaccia ricorrente, perché il "tempo dei lupi", nel quale è vissuto lo Scrittore, cioè il tempo dell’idolatria, della schiavitù, della prostituzione, è sempre in agguato. Perciò occorre vigilanza e impegno. È quanto ci ricorda Angelus Silesius (1624-1677) in un aforisma del suo sconcertante libro Il pellegrino cherubico: «Mille volte nascesse Cristo a Betlemme / Ma non in te: sei perduto in eterno».

(Vita pastorale)