Una celebrazione «cristiana»

del Natale

Edward Schillebeeckx

 

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La nostra epoca ha, più di altre, bisogno di una celebrazione cristiana del Natale, e contemporaneamente della festa di un mea culpa pentito a causa del nostro concreto essere-cristiani non liberante; ha bisogno di una festa della ‘conversione’, ma in primo luogo come celebrazione di ringraziamento per l’avvenimento che rende possibile la nostra conversione: Dio come nostro futuro, il Dio che viene nella nostra storia, portatore di salvezza, che prende piede nel nostro mondo umano di esperienze anche se in modo sporadico, locale, a causa della nostra omissione in modo quasi discriminatorio. Ma nonostante questa nostra colpa, il Natale resta il gioioso ricordo dell’origine della fondata speranza di una storia nuova e rinnovante; non un alibi per ciò che noi ne facciamo, ma la sollecitazione a una nuova prassi vitale di liberazione. Da speranza unilaterale per noi stessi il Natale deve diventare la festa della speranza per l’altro, della nostra operosa speranza per il disperato. Celebrare il Natale significa allora lasciarsi impregnare dalla convinzione che sofferenza, insensatezza, male, ‘il peccato del mondo’, sono radicati più profondamente di quello che le situazioni negative naturali, individuali e collettive lasciano supporre. Ma significa pure comprendere con fede che anche la salvezza, il senso e la grazia nella nostra storia sono maggiori di quello che le forme visibili  di salvezza lasciano supporre come possibile. Ciò che è realizzato nel ‘salvato’ e nella germinale salvezza dell’uomo, è solo inizio e segno di una futura, totale e compiuta salvezza. E infine essa significa la speranza nella connessione, per noi insondabile, tra la nostra prassi di vita cristiana nuova e rinnovante e la salvezza promessa. “Voi dovete rinnovare il volto della terra”. Finché un fratello, un essere umano non è ‘liberato’, neanch’io lo sono.  [...] Riflettere con calma sul Natale e poi anche celebrare con serenità il Natale ci può un giorno portare alla comprensione che l’ ‘identità’ cristiana consiste nell’identificarsi con l’altro, ossia trovare il coraggio di ascoltare l’annuncio del Regno di Dio una volta tanto non da una posizione ben situata e da un nido già caldo, ma soprattutto con le orecchie di uomini oppressi, privati dei loro diritti, piccoli, poveri. E chiedersi allora che suono deve avere l’annuncio della salvezza e della liberazione di Dio in e per mezzo di Gesù.  

(Narrare il Vangelo)