4. Prospettive di futuro

per la PG Salesiana


4. PROSPETTIVE DI FUTURO PER LA PASTORALE GIOVANILE SALESIANA

 

Dopo aver presentato come si è sviluppata e come oggi si articola la Pastorale Giovanile nella Congregazione, insieme con un sentito ringraziamento a Dio per la quantità di bene che Egli suscita tra noi nel servizio ai giovani, per la forza di attrazione di Don Bosco e del suo carisma, per l’impegno generoso di tanti confratelli, laici collaboratori e degli stessi giovani, vorrei proporvi e condividere con voi alcune prospettive di futuro, parecchie delle quali ci sono state proposte dal CG26 come obiettivi prioritari per i prossimi anni.

4.1 Continuare lo sforzo di assimilazione e di pratica del modello della Pastorale Giovanile Salesiana

Abbiamo visto lo sforzo enorme della Congregazione in questi ultimi cinquant’anni per ripensare e rinnovare la sua prassi educativa e pastorale, rispondendo con maggiore fedeltà ai nuovi bisogni e attese dei giovani e ai valori ispiratori del Sistema Preventivo di Don Bosco. Oggi possiamo contare su un insieme di criteri, orientamenti, strutture, linee di azione che traducono nella situazione odierna lo spirito e il modello di azione vissuto da Don Bosco nel primo Oratorio: il Sistema Preventivo.
Tutto questo sforzo di ripensamento della pratica educativa implica necessariamente un’apertura a nuovi schemi ed a nuove pratiche, una nuova mentalità e una nuova forma di organizzare gli elementi che costituiscono l’atto educativo, una nuova metodologia e un nuovo modo di impostare la presenza tra i giovani… Cose che richiedono riflessione per verificare l’esperienza quotidiana, coraggio per assumere nuove prospettive e nuove impostazioni, pazienza per dare tempo alla trasformazione lenta delle forme di pensare e degli atteggiamenti, condivisione perché questi processi di cambiamenti non si realizzino da soli, ma in gruppo.
Oggi la Congregazione ha un modello operativo della Pastorale Giovanile, cioè, una forma concreta di strutturare e di organizzare i diversi elementi della sua pratica educativa e pastorale per assicurarne l’identità, la sua coerenza rispetto agli obiettivi del progetto e la sua organicità; un modello fedele ai principi ispiratori del Sistema Preventivo di Don Bosco e allo stesso tempo che risponda meglio ai bisogni e alle situazioni dei giovani d’oggi. È dunque urgente impegnarsi a conoscere a fondo tale modello, ad assumerne l’impostazione, e soprattutto a tradurlo in pratica nei diversi contesti e ambienti. In questi ultimi anni si è fatto un grande sforzo in questa direzione, ma si deve ancora continuare, aiutando i singoli salesiani e le comunità locali a confrontare la loro prassi con il modello per renderla più fedele e significativa.
In particolare, è importante assumere la visione unitaria e organica di una pastorale, centrata sulla persona del giovane e non tanto sulle opere o servizi, superando un settorialismo ancora presente nella pratica di tutti i giorni. Si deve anche irrobustire la dimensione comunitaria dell’azione pastorale che si manifesta soprattutto nell’impegno di costruire l’opera salesiana come una comunità educativo-pastorale, nella quale le persone occupano il centro, prevalgono i rapporti interpersonali, gli elementi di comunione e di collaborazione sulle preoccupazioni gestionali e organizzative. Un altro aspetto sul quale hanno insistito gli ultimi Capitoli è la mentalità progettuale, cioè, considerare l’azione pastorale come un cammino che si va sviluppando gradualmente secondo obiettivi precisi e verificabili, e non tanto come la somma di molteplici interventi e azioni poco collegate tra loro.
Tutto questo implica di moltiplicare lo sforzo di formazione pastorale, tanto dei Salesiani come dei collaboratori laici. Esistono molte iniziative in questo campo, ma urge sistematizzarle e dar loro continuità, in modo che si vada costituendo in ogni comunità educativo-pastorale un nucleo di persone pienamente identificate con i valori e con l’impostazione della pastorale salesiana, capaci di incoraggiare e di guidare il resto.

4.2 Una pastorale evangelizzatrice chiaramente orientata all’annuncio di Cristo e all’educazione dei giovani alla fede

L’azione educativo-pastorale della Congregazione si sta moltiplicando dappertutto; i bisogni dei giovani e le richieste della società e della Chiesa sono sempre più numerose e pressanti. Nello sforzo per rispondere ad esse si corre il rischio di disperdersi e di lasciare nell’ombra il cuore della nostra missione.
In molte delle società e culture nelle quali svolgiamo il nostro servizio educativo e pastorale si sta sviluppando una cultura che emargina la religione e in modo speciale il cristianesimo, uno stile di vita che favorisce lo sviluppo della povertà materiale e spirituale di molti e che moltiplica i fattori di esclusione sociale… In questo ambiente risultano sovente insignificanti e irrilevanti i valori religiosi e le motivazioni dei credenti, che in altro tempo trasparivano e si percepivano nel servizio educativo e di promozione umana.
Questa situazione ha spinto molti Salesiani e laici collaboratori a rinnovare la loro identità vocazionale e a darsi all’impegno educativo e pastorale con grande generosità e sacrificio; ma esiste anche il pericolo di «superficialità spirituale, attivismo frenetico, stile di vita borghese, debole testimonianza evangelica, dedizione parziale alla missione. Ciò si traduce nel disagio a far emergere la propria identità di consacrati e in timidezza apostolica».[1]
Tutto questo richiede di recuperare le radici e il motore della nostra prassi pastorale, la passione missionaria del “Da mihi animas”, l’unica che può garantire la sua significatività ed efficacia, e centrare la nostra svariatissima attività educativo-pastorale nell’evangelizzazione ed educazione alla fede, dove tutto trova la sua unità e il suo senso.[2]
Alla luce delle linee di azione proposte dal CG26 sul tema dell’evangelizzazione, ecco alcune priorità che dovranno caratterizzare la pastorale giovanile nei prossimi anni:
1º. Una pastorale più missionaria che proponga «con gioia e coraggio ai giovani di vivere l’esistenza umana come l’ha vissuta Gesù Cristo».[3] Oggi non è sufficiente collocare i giovani in un ambiente positivo con molteplicità di attività e proposte, neanche semplicemente offrire loro una formazione catechistica, né abituarli ad una pratica religiosa (preghiera e sacramenti); c’è bisogno di una proposta chiara ed esplicita di annuncio di Gesù Cristo, che risvegli nei giovani la voglia di conoscerlo e di seguirlo; è necessario insegnare loro e iniziarli alla preghiera cristiana, alla lettura e alla meditazione della Parola di Dio; c’è anche bisogno di suscitare in loro il desiderio d’impegnarsi in un cammino sistematico di approfondimento della fede e aiutarli ad impostare la propria vita secondo i valori del Vangelo.
2º. Un’evangelizzazione inserita pienamente nel campo dell’educazione. La pastorale giovanile salesiana vive e si sviluppa nel campo dell’educazione, cerca di promuovere nei giovani non soltanto una vita cristiana, ma anche una cultura ispirata alla fede e ai valori evangelici, che sia un’alternativa alla cultura dell’ambiente caratterizzata dal secolarismo, relativismo, soggettivismo, consumismo…
L’attenzione ai contenuti culturali che si offrono nello sviluppo quotidiano di un’opera non sempre riceve l’attenzione di cui avrebbe bisogno per garantire una coerenza tra i contenuti trasmessi o le metodologie adoperate con i valori della fede cristiana (incontro cultura e fede) e per assicurare una vita cristiana capace di qualificare evangelicamente la vita privata, professionale e sociale delle persone.
Oggi, dunque, è urgente impostare l’impegno pastorale, curando in modo speciale l’integrazione dell’evangelizzazione e dell’educazione nella logica del Sistema preventivo:[4]
- un’evangelizzazione capace di adattarsi alla condizione evolutiva del giovane, che abbia cura di sviluppare gli atteggiamenti umani fondamentali che rendono possibile l’apertura personale a Dio e l’incontro con Gesù, attenta ai valori e visioni della vita che vivono i giovani per trasformarli alla luce del Vangelo;
- un’educazione capace di formare mentalità, di ispirare visioni di vita aperte alla dimensione religiosa, di maturare opzioni di vita ispirate dal Vangelo di Gesù; un’educazione attenta, in modo speciale, a sviluppare la dimensione religiosa della persona ed a promuovere gli atteggiamenti fondamentali per una apertura positiva alla fede; un’educazione che curi la formazione della coscienza morale ed educhi i giovani all’impegno sociale secondo l’ispirazione della dottrina sociale della Chiesa.

4.3 Approfondire e rafforzare la dimensione vocazionale in ogni proposta pastorale

L’animazione e l’orientamento vocazionale sono un elemento essenziale di una Pastorale Giovanile che aiuta ogni giovane a fare scelte responsabili di vita alla luce della fede. «Sentiamo oggi più forte che mai la sfida di creare una cultura vocazionale in ogni ambiente, in modo che i giovani scoprano la vita come chiamata e che tutta la pastorale salesiana diventi realmente vocazionale».[5] Ma la migliore pastorale giovanile non genera vocazioni apostoliche e consacrate senza un’attenzione specifica all’annuncio vocazionale esplicito, alla proposta personale decisa, all’accompagnamento spirituale costante.
La carenza di vocazioni ha sensibilizzato le comunità e i confratelli a riflettere sul modo di fare animazione vocazionale, ma questa ancora è pensata e attuata come un impegno complementare al lavoro educativo e pastorale ordinario, realizzato da alcuni incaricati o confratelli particolarmente sensibili. Questo impoverisce i due processi: una pastorale giovanile che non riesce ad orientare i giovani verso una visione vocazionale della loro vita che li guidi verso opzioni evangeliche di donazione e di servizio, e un’animazione vocazionale troppo fondata sull’entusiasmo e poco sul rapporto di fede profondo e personalizzato con Gesù Cristo.
Per questo è necessario convertire mentalità e rinnovare certe prassi, particolarmente in questi tre aspetti:
1º. Promuovere in ogni nostro ambiente una cultura vocazionale, mediante una pastorale giovanile decisamente evangelizzatrice, che impegna i giovani a riconoscere la propria vita come un dono di Dio ed a corrispondervi con un impegno generoso al servizio degli altri, in particolare dei più bisognosi.[6]
2º. Assicurare in ogni itinerario di educazione alla fede un’attenzione particolare a promuovere nei giovani l’impegno apostolico, radicato in una relazione personale di amicizia con Gesù Cristo, realizzato nella comunione e collaborazione all’interno di una forte esperienza di comunità e maturato con un impegno sistematico di formazione personale.[7]
3º. Testimoniare con coraggio e con gioia la bellezza della propria vocazione salesiana, dedita totalmente a Dio nella missione giovanile, facendone la proposta esplicita e impegnandosi ad accompagnare i giovani con segni di vocazione religiosa salesiana nel loro cammino di discernimento e formazione vocazionale.[8]

4.4 Una speciale attenzione ai giovani più poveri e a rischio come caratteristica di ogni presenza e opera salesiana

Con gioia riconosco che sono cresciute la sensibilità e la preoccupazione, la riflessione e l’impegno per il mondo dell’emarginazione e del disagio giovanile. Questa realtà non rappresenta più un settore particolare, identificato con qualche opera speciale o animato solo da qualche confratello particolarmente motivato. L’attenzione agli ultimi, ai più poveri, ai più disagiati sta diventando una “sensibilità istituzionale” che, poco a poco, coinvolge molte opere delle Ispettorie.
Ma ancora esiste una certa resistenza a riqualificare la mentalità e la metodologia educativa, in modo che ogni nostra presenza sia veramente al servizio dei giovani più bisognosi.[9] Fedeli alle indicazioni del CG26, dobbiamo continuare questo cammino e concentrare i nostri sforzi per sviluppare alcuni processi che coinvolgono l’insieme della nostra pastorale giovanile:
1º. L’attenzione ai giovani in situazione di rischio come caratteristica e impegno di ogni presenza salesiana e di ogni progetto educativo. Non basta avere nell’Ispettoria alcune opere o servizi esplicitamente dedicate ai giovani più poveri; c’è bisogno che l’apertura e l’attenzione alle situazioni di povertà, esclusione ed emarginazione siano assunte da ogni presenza, fino a divenire una caratteristica della sua significatività. È importante che ogni comunità educativa individui gli elementi dell’ambiente, della dinamica e della metodologia dell’opera, o certi criteri di valutazione più o meno espliciti, che di fatto producono selezione ed esclusione e si impegni a trasformarli; che favorisca la presenza, la partecipazione e il protagonismo dei giovani più bisognosi e a rischio nelle attività, nei gruppi, nelle responsabilità…; che individui con speciale attenzione gli elementi della pedagogia salesiana più adeguati a questi giovani e si impegni a metterli in pratica.
2º. Puntare alla trasformazione della mentalità e delle tendenze culturali non soltanto per rispondere alle attese immediate, promuovendo una cultura della solidarietà secondo il criterio di “dare di più a chi ha ricevuto di meno”. La povertà e l’emarginazione nelle nostre società non sono solo fenomeni economici o sociali, ma anche, e credo soprattutto, fenomeni culturali; c’è un modo individualista, competitivo, edonista e consumista di concepire la vita che genera esclusione dei più deboli; non si può dunque accontentarsi di aiutare i più svantaggiati a superare le loro situazioni di emarginazione, ma il nostro intervento deve puntare alla trasformazione della loro mentalità e di quella dell’insieme della società. In questo senso ogni comunità educativo-pastorale deve essere molto attenta ai valori e agli stili di vita che promuove con la sua azione educativa quotidiana.
3º. Sviluppare con speciale attenzione la dimensione religiosa della persona, considerata come un fattore fondamentale di umanizzazione e di prevenzione. Nella visione antropologica del Sistema Preventivo di Don Bosco la dimensione religiosa è un elemento fondamentale della persona e della società; per questo il suo sviluppo, fino all’annuncio di Gesù Cristo, è una esigenza indispensabile della proposta educativa salesiana. Crediamo che in questa relazione personale con Dio, attraverso le vie misteriose dello Spirito che agisce nel cuore di ogni persona e in modo speciale dei più poveri e bisognosi, si trovino energie insospettate per la costruzione della personalità e per il suo sviluppo integrale,[10] e crediamo che questo sia un elemento importante per dare speranza ai giovani che soffrono in modo speciale le conseguenze drammatiche della povertà e dell’esclusione sociale.
Pertanto, ogni comunità educativa deve proporre, nel progetto educativo-pastorale per questi giovani, esperienze e percorsi che risveglino in loro la dimensione religiosa della vita e li aiutino a scoprire Gesù come Salvatore.[11] Questa proposta di evangelizzazione deve inserirsi pienamente nel processo educativo di prevenzione e di recupero e articolarsi in itinerari semplici, molto aderenti alla vita quotidiana e secondo la logica dei piccoli semi.
La testimonianza degli educatori e della comunità educativa, l’ambiente di gioia, di accoglienza e di famiglia, la difesa e la promozione della dignità personale, diventano un primo annuncio e una prima realizzazione della salvezza di Cristo e un’offerta di liberazione e di pienezza di vita.
Questa prima scintilla va poi curata e sviluppata con pazienza e perseveranza, risvegliando sempre il positivo che c’è nel giovane, la coscienza della sua dignità, la sua volontà di riprendersi. Tutta la comunità gli offre esperienze religiose semplici, ma di qualità, come momenti di preghiera o di celebrazione, che lo aiutano ad aprirsi alla presenza e alla relazione personale con Dio. A partire da queste esperienze la comunità cristiana potrà annunciare con rispetto, ma anche con gioia, la persona di Gesù Cristo.

4.5 Ridefinire le nostre presenze per renderle più significative, cioè, “nuove presenze”

Il profondo rinnovamento della Pastorale Giovanile per rispondere meglio ai bisogni e alle esigenze dei giovani richiede come condizione indispensabile di rivedere profondamente la finalità, l’organizzazione e la gestione delle nostre opere. Per questo già da anni nella Congregazione siamo invitati a ridimensionare le presenze, a trasformarle e renderle più significative, ad aprirsi a nuove frontiere, rendendo “nuove” le presenze e promuovendone di nuove.[12]
Rendere nuove le opere istituzionali che abbiamo, Scuole, Centri di Formazione Professionale, Parrocchie, Oratori e Centri giovanili, Residenze universitarie, ecc… richiede di centrare il compito della comunità salesiana non tanto sulla gestione e organizzazione dell’opera quanto sull’accompagnamento e sulla formazione degli educatori e dei giovani, assicurando una presenza diretta tra loro, nell’animazione di un cammino graduale di educazione e di evangelizzazione fino a proposte di vita cristiana impegnata, nel coinvolgimento di un vasto movimento di persone attorno ad un Progetto educativo pastorale salesiano aperto e condiviso. Si tratta anche di avere un’attenzione privilegiata e decisa per i giovani a rischio, prendendo con coraggio e creatività le opzioni necessarie; si tratta pure di promuovere iniziative e progetti che coinvolgano il più grande numero di persone e istituzioni al servizio dell’educazione ed evangelizzazione dei giovani, lavorando in rete e in comunione con la società e con la Chiesa.
Non basta rinnovare le presenze già esistenti. Sovente c’è bisogno anche di impegnarci per creare nuovi tipi di presenze, con proposte forti di evangelizzazione e di educazione alla fede, di formazione salesiana dei collaboratori con équipes che animano case salesiane di spiritualità, centri di catechesi, centri di formazione dei laici collaboratori; presenze di animazione e proposta vocazionale esplicita, di animazione e guida delle associazioni e movimenti giovanili di evangelizzazione e d’impegno, e del volontariato, ecc…
Per facilitare questo impegno di rendere più significativa ed efficace la presenza salesiana in un territorio, coordinare meglio i diversi tipi di presenza salesiana in esso, favorire la ricollocazione e ridefinizione delle opere, il CG25 aveva chiesto ad ogni Ispettoria di elaborare un Progetto Organico Ispettoriale (POI) che offrisse i criteri, le condizioni e le esigenze concrete necessarie per ottenere questo obiettivo.[13] Il cammino si è cominciato, ma deve andare avanti, mediante una continua verifica e rinnovamento del POI.

4.6 Un’animazione pastorale sempre più collegata e coordinata tra diversi Dicasteri, in particolare i dicasteri della Missione salesiana: pastorale giovanile, comunicazione sociale e missioni

L’animazione della pastorale giovanile è divenuta sempre più complessa: i settori o ambienti si sono moltiplicati, con nuovi aspetti da organizzare e coordinare. Alcuni di questi aspetti sono strettamente collegati con altri affidati dalle Costituzioni ad altri dicasteri, per esempio la realtà del volontariato con i suoi diversi tipi ha un rapporto specifico e concreto con le missioni (quando si tratta del volontariato missionario); la parrocchia affidata ai salesiani nei territori di missione assume anche la dinamica propria delle stazioni missionarie, accompagnate dal dicastero per le missioni; il dicastero per la comunicazione sociale, oltre all’animazione degli aspetti specifici dei mezzi di comunicazione sociale e delle imprese, promuove la formazione degli educatori perché siano creatori di ambienti ricchi nei rapporti e nelle comunicazioni; questo aspetto si collega strettamente con la pastorale giovanile che anima la comunità educativo-pastorale, soggetto fondamentale dell’educazione e dell’evangelizzazione; la formazione pastorale degli SDB e dei laici deve assicurarsi in un mutuo collegamento e una stretta collaborazione tra il dicastero per la formazione e il dicastero per la pastorale giovanile… E così altri campi che stanno diventando sempre più interdipendenti e che interessano diversi dicasteri, in modo che la loro animazione non venga realizzata soltanto da uno prescindendo dagli altri.
Il CG26, davanti a questa realtà, ha chiesto al Rettor Maggiore e al suo Consiglio che nel prossimo sessennio si promuova una collaborazione più organica fra i tre dicasteri della missione (Pastorale giovanile, Comunicazione sociale e Missioni), in modo che, salvaguardando l’unità organica della pastorale giovanile, si arricchiscano questi settori condivisi con l’apporto dei tre dicasteri che animano in modo diretto aspetti complementari dell’unica missione salesiana: l’educazione ed evangelizzazione dei giovani, soprattutto i più poveri e delle classi popolari, in una cultura profondamente conformata dalla comunicazione sociale e sempre più secolarizzata, richiede una impostazione chiaramente missionaria nella quale si dia priorità al primo annuncio del Vangelo.
Questa indicazione del CG26 non si riduce ad una proposta organizzativa, ma implica una visione più larga, integrale e collegata di alcuni aspetti centrali della missione salesiana, affidati a questi dicasteri. La pastorale giovanile deve essere sempre più missionaria, cioè, assumere le caratteristiche e dinamiche dell’azione missionaria, curando con speciale attenzione il risveglio della dimensione religiosa dei giovani, che vivono sommersi in ambienti secolarizzati, dando priorità al primo annuncio di Gesù Cristo, curando il dialogo con altre religioni… La pastorale giovanile deve anche assumere sempre più la nuova cultura della comunicazione sociale, che conforma uno stile di vita e di azione, un insieme di valori che caratterizzano gli ambienti, soprattutto giovanili, nei quali la pastorale giovanile realizza il suo compito educativo e di evangelizzazione.
Il salesiano, dunque, come educatore-pastore dei giovani d’oggi, deve assumere molti aspetti del missionario e del comunicatore; la comunità educativo-pastorale deve divenire un centro promotore di comunicazioni di forte qualità umana e cristiana; la proposta educativo-pastorale salesiana deve assicurare la presenza e lo sviluppo della dimensione missionaria e la dinamica ed i valori del mondo della comunicazione. La Pastorale giovanile salesiana, la Comunicazione sociale e l’animazione missionaria sono aspetti che integrano organicamente la realizzazione integrale della Missione salesiana.

CONCLUSIONE

Cari confratelli, ho voluto consegnarvi questa lettera nella IVª Domenica di Pasqua, che la Chiesa dedica a Cristo Buon Pastore, appunto per imparare da Lui come ha saputo fare il nostro amato padre Don Bosco, che si sentì chiamato come vocazione e missione ad essere buon pastore dei giovani.
Che Maria, la sua madre e maestra, insegni a noi come ha insegnato a lui il campo di azione, la missione da svolgere, e il metodo per realizzarla.
Con affetto, in Don Bosco

Don Pascual Chávez V.


NOTE

[1] CG26, “Urgenza di evangelizzare”, n. 27.
[2] Cf. Discorso conclusivo del RM al CG26: prima chiave di lettura del documento capitolare: “Riscaldare il cuore dei confratelli”.
[3] CG26 “Urgenza di evangelizzare”. Linea di azione 5, n. 36.
[4] CG26, “Urgenza di evangelizzare”. Cf. Linea di azione 6, n. 41.
[5] CG26, “Necessità di convocare”, n. 53.
[6] CG26, “Necessità di convocare”. Cf. n. 60.
[7] CG26, “Necessità di convocare”. Linea di azione 9, cf. nn. 65-67.
[8] CG26, “Necessità di convocare”. Linea di azione 8, cf. nn. 61-64. Linea di azione 10, cf. nn. 69-73.
[9] CG26 “ Povertà evangelica”. Cf. n. 82. “Nuove frontiere”. Cf. n. 101.
[10] Cf. J. E. Vecchi, “ Si commosse per loro”. ACG 359, pag. 33.
[11] CG26, “Nuove frontiere”. Linea di azione 15. Cf. nn. 105-107.
[12] Cf. per esempio CG26, “Nuove frontiere”, n. 100; Parole conclusive del Rettor Maggiore nell’incontro degli Ispettori dell’Europa, 5 dicembre 2004. ACG 388, 5.2.
[13] Cf. CG25, nn. 82-84. Cf. anche CG26, “Nuove frontiere” n. 113.