Un credente crede ai miracoli per non per i miracoli

Inserito in Tempo liturgico.

Un credente

crede ai miracoli

ma non per i miracoli

II Domenica di Pasqua

a cura di Francesco Galeone *

carl bloch incredulità di tommaso
Carl Bloch, Incredulità di Tommaso (XIX sec.)

1. Il vangelo di questa domenica presenta un dittico: nella prima parte (vv.19-23) Gesù comunica ai discepoli il suo Spirito; è lo stesso brano che rileggeremo a Pentecoste; nella seconda parte (vv.24-31) è raccontato l’episodio di Tommaso, divenuto proverbiale: a chi manifesta qualche diffidenza, siamo soliti dire Sei un incredulo come Tommaso! Eppure, a ben riflettere, non chiedeva nulla di eccezionale: chiedeva di vedere anche lui quello che gli altri avevano visto. Perché lui doveva credere sulla parola di altri? E poi non è vero che solo Tommaso abbia avuto dubbi. Nel vangelo di Marco leggiamo che Gesù rimproverò gli Undici perché non avevano creduto a quelli che lo avevano visto risuscitato (Mc 16,14). Nel vangelo di Luca, il Signore rimprovera di apostoli: Perché siete turbati e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? (Lc 24,38). Nel vangelo di Matteo leggiamo che ancora molto tempo dopo le apparizioni alcuni dubitavano (Mt 28,17). Tutti quindi hanno dubitato, non solo il povero Tommaso! Cerchiamo allora di capire. Quando Giovanni scrive il suo vangelo (verso l’anno 95 d.C.) Tommaso era già morto e tra i cristiani della terza generazione, che non avevano visto il Signore, circolavano dubbi sulla risurrezione di Gesù; anch’essi volevano vedere, toccare, verificare; facevano fatica a credere proprio come noi oggi! A questi dubbiosi Giovanni risponde che il Risorto possiede una vita diversa dalla nostra, che gli occhi di carne non sono sufficienti, che occorre la fede. Tanti hanno visto ma non sono giunti alla fede. Vedere è causa di beatitudine ma non è sufficiente. Perciò Gesù dopo Pasqua pronuncia un’altra beatitudine: Beati coloro che non hanno visto, eppure hanno creduto! (v.29).

 

2. Nella conclusione del brano (vv.30-31) Giovanni presenta la ragione per cui ha scritto il suo vangelo: ha raccontato alcuni segni - non tutti - per suscitare o confermare la fede nel Risorto; non racconta per stupire i lettori, non miracoli o magia ma segni (σημεῖα) cioè rivelazioni sulla persona di Gesù. Non comprende il segno chi nella distribuzione dei pani non comprende che Gesù è il pane di vita, o nella guarigione del cieco che Gesù è la luce del mondo, o nella rianimazione di Lazzaro che Gesù è il signore della vita. Due ultimi particolari interessanti:
* le due apparizioni avvengono il primo giorno della settimana (v.19 e v.26), cioè di domenica, giorno del Signore. Cosa significa? Quando i credenti si riuniscono ecco comparire il Signore, che saluta i fedeli con le parole stesse di Gesù: La pace sia con voi! (v.19). E chi, come Tommaso, non partecipa alla messa della domenica? Non potrà ascoltare il suo saluto e la sua parola, non incontrerà il Risorto, avrà bisogno di prove per credere, senza ottenerle mai!
* Gesù dona ai discepoli lo Spirito, il potere di perdonare i peccati. Lo concede ai discepoli (vv.22-23), non dice agli apostoli o ai Dodici. Si riferisce alla comunità di quelli che lo seguivano, una comunità formata da uomini e donne. D’altra parte, Gesù non pone condizioni per il perdono. In ogni caso, in questo passo non si cita per nulla la confessione del penitente, che fu introdotta molti secoli più tardi. E si può porre la questione se la confessione orale al prete sia un dogma di fede o se sia un’imposizione della Chiesa, che, come si è imposta, si può modificare.

3. Che cosa Tommaso non riesce a credere? Che dalla morte possa scaturire la vita, che non è la morte ma la vita ad avere l’ultima parola. L’incredulo Tommaso non riesce ad andare oltre: insiste su il segno dei chiodi, il posto dei chiodi, il costato squarciato. E perché Tommaso non riesce a credere? Perché non crede alla parola, alla testimonianza degli apostoli: Gli dissero gli altri discepoli: Abbiamo visto il Signore (v.25). Tommaso cerca delle visioni, delle manifestazioni straordinarie e personali del Risorto: non gli basta la parola, quella parola conservata e tramandata nella Scrittura. Beati quelli che pur non avendo visto crederanno! (v.29). Credere non è comprendere ma rischiare, affidarsi, fidarsi.

4. Tommaso si mise contro tutti. Il primo protestante della storia è lui! Se fosse stato conformista, sarebbe diventato un mediocre cattolico e mai avrebbe detto: Mio Signore e mio Dio! (v.28). Diventando un protestante si è preparato ad essere un fervente cattolico. Gli apostoli erano tanto infuriati per la sua ostinazione che volentieri lo avrebbero preso a pugni per costringerlo a credere (è il metodo della violenza cattolica che conta numerosi seguaci, ieri e oggi!). Cristo però si è schierato dalla parte di Tommaso. Tommaso, ecco il mio corpo. Fa’ quello che vuoi! Non c’è stato peggior castigo per Tommaso dell’aver ottenuto quanto aveva chiesto! Adesso non aveva più voglia di verificare; avrebbe dato qualunque cosa pur di non mettere le sue mani nelle piaghe del Cristo, per non sentire quel dolce rimprovero: Beati quelli che, pur non avendo visto, crederanno. Doveva invece toccare, per docilità, per pentimento; non come chi vuole accertarsi, ma come chi compie un pellegrinaggio. Folgorato, è caduto in ginocchio: Mio Signore e mio Dio! È il primo che chiama Cristo Mio Dio. Da questo Tommaso dubitante e violento, Cristo ha ricavato il più bell’atto di fede. Questo è il lavoro del Signore: fare di tutte le nostre colpe delle felici colpe. Stiamo attenti! Le nostre preghiere sono sempre esaudite, e il Signore è a volte così buono da ascoltare anche le preghiere sbagliate. Concede al figlio prodigo la parte di eredità che gli spetta, pur sapendo quale triste uso ne farà. Calma la tempesta sul lago, ma poi rimprovera gli apostoli perché non hanno fede. Felici noi se saremo saggi, se avremo un po’ di pazienza e di fiducia. Più che per la grazie ricevute, ringrazieremo Dio di non esserci comportati come un bambino viziato che impone le sue esigenze a una bontà di cui è perfettamente sicuro. Facciamo a Dio l’unico dono possibile quaggiù: credere a Lui un po’ prima di averlo visto, credere al cielo un po’ prima di entrarci!

5. Durante la quaresima abbiamo certamente fatto la Via della croce. Sta bene, è una cosa molto utile. Dopo Pasqua, però, siamo invitati alla Via della gioia. Non esiste niente di simile nelle nostre devozioni. È un male, perché queste stazioni della gioia dovrebbero essere altrettanto frequentate e meditate quanto le stazioni della croce. La percorreremo insieme, queste domeniche, la Via della gioia. Mediteremo sulle apparizioni del Risorto, con le quali egli con pazienza e tenerezza ha tentato di svegliare i suoi apostoli alla gioia. I cristiani a volte sembrano essere i professionisti della disgrazia, specializzati in funerali! Intervengono volentieri quando le cose vanno male. Quando occorre diffondere la gioia, non sanno più cosa fare. La spiegazione forse è questa: fingendo di compiangere gli altri, e il Signore, in realtà noi compiangiamo noi stessi. Senza dubbio, la gioia cristiana non è facile. È una tristezza superata! Il cristiano non è ottimista! Chesterton ha detto che l’ottimista è uno stupido felice, e il pessimista uno stupido infelice. Noi crediamo che il mondo è stato redento non dal dolore e dalla croce, ma dall’amore e dalla grazia del Signore. Crediamo che l’uomo è potente nel male, ma che Dio è onnipotente nel bene. Crediamo che Dio è colui che fa delle nostre colpe una felice colpa! Crediamo che le nostre più gravi malattie possono lasciarci il ricordo, l’amicizia, l’intimità con il medico che ci ha curati così bene.

6. La prima stazione è quella di Tommaso l’incredulo, un autentico uomo di oggi, uno che crede solo a quello che tocca, uno che non vuole più cadere nelle illusioni. Per lui, il peggio è sempre la cosa più sicura. La violenza della sua rivolta ce lo rende contemporaneo: Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi, non crederò (25). Una durezza così spietata non può derivare che da una terribile sofferenza. Proprio perché ha sofferto più degli altri apostoli, proprio per il rimpianto di non aver saputo morire per il suo Maestro, ora si rifugia nella disperazione. Essere morti fa meno male che essere vivi. C’è qualcosa di grande e di puerile insieme in questa rabbia di Tommaso e dell’uomo contemporaneo. Colui che pretende di non avere più speranza, è uno che spera di non sperare. Chi pretende di non credere a niente, è uno che crede di non credere a niente. Chi afferma che tutto è incerto, fa un’affermazione che crede certa, almeno lui. Chi dice di non avere illusioni, ne è pieno. È una bella epoca la nostra! Non c’è mai stata così poca fede, non si è mai stati così atei, così disperati e negativi. Ma in nessun’altra epoca si è mai tanto sofferto di mancanza di fede. Soffrire di non amare qualcuno è già il segno del vero amore. Soffrire di non poter credere e sperare, io penso sia la forma di fede della nostra epoca, una forma discreta, tragica, ma sincera e leale.
Buona vita, nel ricordo delle oltre 400 vittime cristiane uccise dai terroristi!

* Gruppo biblico ebraico-cristiano