"Questo è il giorno fatto dal Signore!"

"Questo è il giorno

fatto dal Signore!"

Ludwig Monti

In questi cinquanta giorni pasquali, in cui celebriamo l’evento centrale della nostra fede, la resurrezione di Cristo, possiamo meditare il salmo 118, che nella tradizione cristiana è sempre stato accostato a questo tempo.
Si tratta invero di un testo complesso, molto ricco e pieno di immagini che si imprimono nella mente e nel cuore di chi lo prega. Pochi altri salmi sono pieni di vita come questo: il movimento, il dialogo, la menzione dei luoghi danno la sensazione di una partecipazione diretta alla liturgia dell’antico Israele.
Chi vuole leggerlo per intero, può andare a questo link. Per tutti, però, credo sia necessaria una rapida sintesi del movimento complessivo del salmo, al fine di collocare al suo interno le sue poche espressioni che commenteremo in chiave pasquale.
In questa liturgia di ringraziamento un uomo rende grazie al Signore per l’amore fedele che gli ha manifestato, liberandolo da un grave pericolo, che lo ha condotto vicino alla morte. E lo fa insieme ad altri, condividendo con loro la gioia per questa esperienza di salvezza. Per questo il salmo si apre e si chiude con l’invito: “Rendete grazie al Signore perché è buono, perché il suo amore è per sempre” (vv. 1 e 29; in grassetto le due parole-chiave del salmo, insieme a “salvezza”). In questo senso, l’elemento specifico del salmo 118 è il fatto che anche le rubriche per l’esecuzione della liturgia fanno parte del testo: il coro accompagna il racconto e l’azione di grazie del celebrante, formando con lui un solo corpo. Occorre dunque entrare nel dialogo tra una voce solista e il coro: dialogo che dobbiamo immaginare nel contesto di una processione in movimento verso il tempio. E così, incorniciato dagli inviti di cui si è detto, il salmo si apre con altre esortazioni a lodare Dio (vv. 2-4), si sviluppa mediante un canto di ringraziamento al Signore in cui si fa memoria del pericolo scampato (vv. 5-18) e si chiude con una gioiosa alternanza di voci del singolo e della comunità (vv. 19-28).
Meditando e pregando il salmo 118 alla luce dell’evento pasquale, siamo colpiti da alcune parole, che ci consentono di comprendere in profondità la passione, morte (dunque la vita che lo ha portato a questa passione e a questa morte) e resurrezione di Gesù Cristo. Cominciamo da un versetto forse meno fortunato nella tradizione cristiana, ma che non mi pare azzardato immaginare molto caro a Gesù durante i giorni della sua passione: “Non morirò, anzi vivrò e narrerò le azioni del Signore” (v. 17). Non è forse una sintesi mirabile della speranza che lo ha animato nell’annunciare la sua passione e morte… seguite dall’inaudito, dall’incredibile della resurrezione?
E che questo salmo dovesse stargli particolarmente a cuore lo mostra il fatto che Gesù citi altre sue parole nei suoi ultimi giorni a Gerusalemme, nel tempio, durante l’aspro confronto con gli uomini religiosi che lo accusano. Dopo la conclusione tragica della parabola dei vignaioli – “(I vignaioli) presero (il figlio del padrone) lo uccisero e lo gettarono fuori della vigna” (Mc 12,8) –, Gesù commenta:
“Che cosa farà dunque il padrone della vigna? Verrà e farà morire i contadini e darà la vigna ad altri. Non avete letto questa Scrittura: ‘La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo; questo è stato fatto dal Signore ed è una meraviglia ai nostri occhi’ (Sal 117 [118],22-23)”? E cercavano di catturarlo, ma ebbero paura della folla; avevano capito infatti che aveva detto quella parabola contro di loro (Mc 12,9-12).
Gesù si serve di questa immagine del salmo per esprimere con franchezza la propria autocoscienza: egli è il Figlio, rigettato dalle autorità religiose giudaiche, che non possono sopportare il volto di Dio da lui narrato.
“Gesù”, come afferma Pietro di fronte alle autorità religiose giudaiche, “è la pietra che, scartata da voi costruttori, è diventata testata d’angolo” (At 4,11). Ovvero, è stato risuscitato da Dio, che lo ha richiamato dai morti, “innalzandolo alla propria destra” (cf. At 2,33; 5,31). Possiamo immaginare che proprio questa citazione del salmo sulle labbra di Gesù, unita alla sua interpretazione “pasquale”, abbia determinato la fortuna della metafora della pietra nel Nuovo Testamento. Emerge su tutti un brano della Prima lettera di Pietro, densissimo dal punto di vista teologico ed ecclesiale, perché raccoglie intorno al v. 22 del nostro salmo altri testi profetici che vertono sulla stessa metafora. Può sembrarvi difficile, ma leggetelo con calma, e vi troverete da meditare a lungo…
Accostandovi al Signore, pietra viva, rifiutata dagli uomini, ma scelta e preziosa presso Dio, anche voi stessi come pietre vive lasciatevi costruire quale casa spirituale per un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, per mezzo di Gesù Cristo. Perciò si ha nella Scrittura:
“Ecco, io pongo in Sion una pietra angolare, scelta, preziosa,
e chi crede in essa non andrà in rovina” (Is 28,16).
Gloria dunque a voi credenti;
ma per coloro che non credono
“la pietra che i costruttori hanno scartato,
questa è diventata testata d’angolo” (Sal 118,22)
e “pietra d’inciampo e roccia di scandalo” (Is 8,14).
Essi vi inciampano, non credendo alla Parola, cosa a cui del resto furono preordinati. Ma voi siete una stirpe eletta, un sacerdozio regale, una gente santa, un popolo che Dio si è acquistato affinché annunciate le meraviglie di colui che vi ha chiamati dalle tenebre alla sua ammirabile luce: voi, coloro che un tempo erano non-popolo e ora sono popolo di Dio, coloro che non trovavano misericordia e ora hanno ottenuto misericordia (1Pt 2,4-10).
Solo uniti a Cristo, pietra viva, i cristiani e le cristiane possono essere pietre vive, solo uniti a lui! Altrimenti l’edificio non tiene, perché edificato su pietre morte, che prima o poi perdono adesione tra loro e fanno crollare la casa… E il giudizio è per noi cristiani, sempre tentati di idolatria e di incredulità, non per quelli di fuori!
Anche la tradizione patristica e liturgica si è soffermata sull’interpretazione domenicale/pasquale del salmo 118, a partire proprio dai vv. 22-23, a cui va aggiunto il v. 24 – “Questo è il giorno fatto dal Signore: rallegriamoci e gioiamo in lui”, con una possibile ambiguità di questo “in lui”, riferibile sia al Signore, sia al giorno stesso. Ecco due saggi di tale lettura patristica del nostro salmo, proclamato dalle origini fino a oggi in giorno di domenica, Pasqua settimanale, e in giorno di Pasqua (con estensione a tutta l’ottava):
“Questo è il giorno fatto dal Signore”. Qual è questo giorno, se non quello della resurrezione del Signore? Qual è questo giorno se non quello della salvezza per tutte le genti, in cui “la pietra rigettata è diventata testata d’angolo”? Significa dunque il giorno della resurrezione del nostro Salvatore, che deve il suo nome a lui, cioè la domenica (Atanasio di Alessandria).
“Questo è” veramente “il giorno fatto dal Signore: esultiamo e rallegriamoci in lui”. È vero che il Signore ha fatto tutti i giorni … Ma la domenica, il giorno della resurrezione, il giorno dei cristiani, è un giorno unicamente nostro. È anche per questo che si chiama domenica (dominica): perché il nostro Signore (Dominus) in quel giorno è salito vittorioso al Padre. Se poi i pagani lo chiamano giorno del sole, anche noi lo confermiamo tale con grandissimo piacere, perché oggi è spuntata la luce del mondo, oggi è nato all’orizzonte il sole di giustizia, con i suoi raggi di salvezza (cf. Ml 3,20) (Girolamo).
Giorno del Signore, dies dominicus, domenica, giorno primo e ottavo: ogni settimana ritorna, e con questo salmo possiamo meditare sulla ricchezza di questo giorno. Fino al “Giorno del Signore” che verrà alla fine dei tempi, quando il Signore Gesù Cristo verrà nella gloria.
Ebbene, anche quest’ultima prospettiva è contenuta nel salmo 118, connessa niente meno che al brano evangelico proclamato nella domenica delle Palme. Quando Gesù entra a Gerusalemme, la folla lo accoglie festosamente così:
Quelli che precedevano e quelli che seguivano, gridavano:
“‘Osanna!
Benedetto colui che viene nel nome del Signore!’ (Sal 117 [118],25-26).
Benedetto il Regno che viene, del nostro padre David!
‘Osanna nel più alto dei cieli!’” (Mc 11,9).
La folla inneggia a Gesù usando un versetto del nostro salmo, e ripetendo per due volte il termine “Osanna” (in ebraico hoshi‘a-na’). Questa parola – che tante volte abbiamo ripetuto nella liturgia magari senza farvi attenzione! –, unita al nome di Dio forma un’invocazione: “Orsù, Signore, salva!”. Ma ben presto, da richiesta si trasforma in celebrazione di Dio, il quale, stando “nell’alto dei cieli” salva inviando il suo Messia, il suo Salvatore. È con questi sentimenti che la folla inneggia a Gesù quale Messia, a lui il cui nome significa “il Signore salva” (cf. Mt 1,21). L’entusiasmo è tanto, ma a ben guardare la gente non sa quello che dice, perché non capisce che quella di Gesù è una messianicità, una regalità diversa, “al contrario”. Quale re è mai venuto per servire (cf. Mc 10,45)? Quale Messia può essere rifiutato e messo a morte? Ecco perché Gesù accetta questa confessione solo dalla bocca dei “bambini, che acclamavano nel tempio: ‘Osanna al figlio di David’” (Mt 21,15), comprendendo la paradossale salvezza che era venuto a portare… Egli stesso, poi, si servirà di questa parola del salmo, ma collegandola proprio alla fine dei tempi:
Gerusalemme, Gerusalemme, tu che uccidi i profeti e lapidi quelli che sono stati mandati a te, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come una chioccia raccoglie i suoi pulcini sotto le ali, e voi non avete voluto! “Ecco, la vostra casa è lasciata a voi deserta!” (Ger 22,5). Vi dico infatti che non mi vedrete più, fino a quando non direte: “Benedetto colui che viene nel Nome del Signore!” (Mt 23,37-39).
Sì, Gesù è sempre “il Veniente” (Mt 3,11; 11,3; Lc 7,19; Ap 1,8), anche se solo alla fine dei tempi, nel giudizio, capiremo la sua vera messianicità. O meglio, già nell’oggi possiamo cominciare a farlo, nella misura in cui viviamo il servizio alle tante “pietre scartate” che incontriamo, come Gesù ci ha chiesto nel discorso sul giudizio finale (cf. Mt 25,31-46).
La liturgia della chiesa mostra di avere ben compreso questa intenzione di Gesù, insieme escatologica e ben radicata nell’oggi. Quando i cristiani celebrano l’eucaristia, infatti, sempre annunciano e partecipano, nel frammento, al Regno veniente. È questo ciò di cui fanno memoria quando cantano il Sanctus, che è invocazione di salvezza nell’oggi e, insieme, attesa della venuta nella gloria del Signore Gesù:
Santo, santo, santo il Signore Dio dell’universo.
I cieli e la terra sono pieni della tua gloria.
Osanna nell’alto dei cieli.
Benedetto colui che viene nel Nome del Signore.
Osanna nell’alto dei cieli.
Vita, passione, morte, resurrezione e venuta nella gloria del Signore Gesù: tutto questo è contenuto nell’eucaristia; tutto questo è contenuto nel salmo 118. Ecco perché noi, “la cui vita è nascosta con Cristo in Dio” (cf. Col 3,3), dovremmo meditare su questo salmo ogni giorno della nostra vita, fino a quello della nostra nascita alla vita eterna, giorno senza più notte, giorno senza fine.
A quale scopo? Semplicissimo: per vivere già oggi da “con-risorti con Cristo” (Col 3,1). È quanto ci esorta a fare Agostino, con parole ispirate perché semplicissime: “Qual è ‘questo giorno che ha fatto il Signore’? Qual è questo giorno per il quale ci viene detto: ‘Esultiamo e rallegriamoci in esso’? … Vivete bene e lo sarete voi stessi, qui e ora, con la vostra vita bella e buona”.
“Questo è il giorno fatto dal Signore:
rallegriamoci e gioiamo in lui” (v. 24).
Fa’, o Signore, che sappiamo camminare
come Gesù Cristo ha camminato (cf. 1Gv 2,6).
Allora la nostra gioia sarà piena e condivisa,
e insieme potremo godere della tua salvezza:
la vita colma di benedizione che tu vuoi per noi, qui e ora,
finché la vivremo insieme nel Regno,
nel giorno del Signore nostro Gesù Cristo.