“O Tu, l’Aldilà-di-tutto…”

Inserito in Il vangelo del giorno (Bose).

“O Tu, l’Aldilà-di-tutto…”

Fratel Emanuele - Bose


23 aprile 2019

In quel tempo 16gli undici discepoli, andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato. 17Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. 18Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. 19Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, 20insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».
Mt 28,16-20

Omnia vestra! «Tutto è vostro! Il mondo, la vita, la morte, il presente, il futuro: tutto è vostro! Ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio», scriveva Paolo (1Cor 3,21-22). Il Cristo risorto ci introduce in questa esperienza di totalità, che abbraccia tutta l’estensione dello spazio e del tempo, del vivere e del morire, del «qui» e dell’«oltre», in una dilatazione di orizzonti ormai inarrestabile.
Anche l’evangelista Matteo, nel redigere la finale del suo vangelo, sembra avvinto dal fascino di questo «tutto», che risuona per quattro volte sulle labbra di Gesù, in quegli ultimi tre versetti che suggellano l’intera narrazione evangelica, raccogliendone in unità i principali fili tematici.
Nelle mani di Cristo, assiso alla destra del Padre quale giudice escatologico atteso, è stato messo «tutto il potere», «tutta l’autorità» (omnis auctoritas), perché «Colui che discese è lo stesso che anche ascese al di sopra di tutti i cieli, per “riempire” tutte le cose (ut impleret omnia)», cioè per portare tutte le cose a compimento, per essere pienezza di tutte le cose (Ef 4,10). Autorità che fa crescere e dilata la vita, con un’autorevolezza scevra da ogni autoritarismo; totalità di un potere che non è mai totalitario, ma potere del perdono, della guarigione, della parola che annunzia la misericordia; un potere crocifisso e mite, che nella sua apparente debolezza custodisce tutta la sua intima forza (cf. 1Cor1,27).
La buona notizia della Pasqua che rinnova ogni vecchiezza ha per destinatari «tutti i popoli» (omnes gentes), chiamati a diventare discepoli, raggiunti dalla parola dell’annuncio del vangelo e toccati dai segni della vicinanza di Dio, come nel gesto dell’immersione battesimale, in cui si discende con Cristo nella morte per risalire dalle acque nella luce della vita nuova. La Chiesa pasquale, nata ai piedi della croce e vivificata dal Soffio del Risorto, è dunque «la Chiesa madre» che «riconosce tutti i suoi figli abbandonati, oppressi, affaticati», nella consapevolezza del fatto che «il Signore ha versato il suo sangue non per alcuni, né per pochi né per molti, ma per tutti» (papa Francesco).
Essere discepoli del Risorto significa «osservare tutto ciò che lui ci ha comandato», custodire la sua parola, che non è abolizione, ma compimento delle parole della prima alleanza e dell’insegnamento della tradizione di Israele (cf. Mt 5,17; 23,3). Il tutto di quell’osservanza sarà l’adesione al comandamento dell’amore per l’altro, l’Altro come Dio e l’altro come uomo, perché «tutta la Legge (omnis lex) trova la sua pienezza in una sola parola» (Gal 5,14), in un solo precetto: «amerai» (Mt 22,37.39).
Ma tutto è possibile solo nella compagnia del Risorto, nella fiducia fondata sulla sua promessa: «Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo». È questa la promessa che, per l’evangelista Matteo, apre e chiude tutto l’annuncio di quel Vangelo che era stato inaugurato sotto il segno di un’analoga promessa: «Ecco, la vergine darà alla luce un figlio: a lui sarà dato il nome di Emmanuele, che significa Dio-con-noi» (Mt 1,23). Nell’alba pasquale si rinnova la promessa di questa compagnia fino al consumarsi del tempo, fino al Giorno in cui Dio sarà «tutto in tutti» (1Cor 15,28).