Gli inferi ormai appartengono a Cristo

Inserito in Tempo liturgico.

Gli inferi ormai

appartengono a Cristo

inferi
Discesa agli inferi (particolare con elaborazione grafica), miniatura del manoscritto “Speculum humanae salvationis”, ms. Harley 2838, f. 33v, tra il 1485 e il 1509, British Library, Londra.

Se il Padre deve essere considerato come il creatore dell’umana libertà, con tutte le sue prevedibili conseguenze, allora a lui appartiene originariamente il giudizio e perciò anche l’inferno; e quando invia nel mondo il Figlio per salvarlo invece di giudicarlo e a tal fine “rimette a lui ogni giudizio” (Gv 5,22), allora, quale conseguenza estrema della libertà creata, deve anche introdurre il Figlio nell’“inferno”. Ma il Figlio può essere realmente introdotto nell’inferno solo in quanto morto, il Sabato santo.
Questo ingresso negli inferi è necessario, perché i morti “devono ascoltare la voce del Figlio di Dio” e, ascoltando questa voce “vivere” (Gv 5, 25). Il Figlio deve visitare tutto ciò che nel dominio della creazione è imperfetto, informe, caotico per farlo passare nel suo dominio poiché egli è il redentore. È quanto dichiara Ireneo: “Per questo discese nelle regioni inferiori della terra, per vedere con i suoi occhi ciò che nella creazione le era incompiuto” (Adv. Haer. 4, 22,1).
Questa visione del caos operata dall’Uomo-Dio è divenuta per noi la condizione della nostra visione della divinità. La sua esplorazione delle profondità ultime ha trasformato quella che era una “prigione” in una “via”. Così dichiara Gregorio Magno: “Cristo è disceso nelle profondità ultime del mare, quando andò nel più profondo inferno, per ricondurre da là le anime dei suoi eletti. Prima della redenzione, le profondità del mare non erano una via, ma una prigione ... Ma Dio trasformò quell’abisso in una via ... È chiamato anche ‘l’abisso più profondo’, perché come gli abissi del mare non possono essere sondati da alcuno sguardo umano così il segreto dell’inferno non può essere colto da alcuna conoscenza umana” (Mar. 29).
Ma il Signore può attraversare il più profondo inferno perché non è impedito da alcun legame di peccato ma è “libero tra i morti”. Gregorio poi dagli abissi del Sabato santo si volge a contemplare le discese del Redentore nella perdizione del cuore peccatore: la stessa discesa si ripete ogni volta che il Signore scende nelle profondità dei “cuori disperati”.
Al seguito di Gregorio, anche Isidoro di Siviglia parla della “via nelle profondità del mare”, che apre agli eletti la via del cielo (1 Sent. 14,15). Poiché il Figlio attraversa il caos in virtù della missione ricevuta dal Padre, in mezzo alle tenebre di ciò che è contrario a Dio, è oggettivamente “in paradiso”, e ciò può essere espresso dall’immagine del trionfo. Così afferma Proclo di Costantinopoli: “Oggi Cristo è venuto nella prigione quale re, oggi ha spezzato le porte di bronzo e il chiavistello di ferro; lui che fu inghiottito come un morto ordinario, ha devastato l’inferno in Dio” (Serm. 6,1). Ha preso possesso degli inferi, come sottolinea Tommaso d’Aquino (Expos. symb. a 5). Gli inferi ormai appartengono a Cristo.

(H. U. von Balthasar, Teologia dei tre giorni. Mysterium Paschale, Queriniana, Brescia 1990, pp. 156-157)