Il Triduo pasquale,

momento nel tempo

davanti alle domande

di Dio

Alessandra Smerilli

Stiamo vivendo un tempo di cambiamenti veloci, di innovazioni in ambito tecnologico che trasformano i ritmi e i tempi del lavoro umano, di scoperte scientifiche che sembrano darci le chiavi della vita e della morte.
È un tempo inquietante e meraviglioso, quasi vertiginoso per la rapidità con cui gli eventi si susseguono. In questo celere incedere arriva puntuale il Triduo pasquale, per alcuni culmine di un cammino quaresimale e momento fondamentale dell’anno liturgico, per altri inizio di un breve periodo di sosta.
Desta stupore entrare in una chiesa durante le celebrazioni del Triduo, soprattutto del giovedì e del venerdì: fuori tutto corre come di consueto, ma nelle celebrazioni il tempo sembra fermarsi, assume altri ritmi, i riti ci immettono in uno spazio che sembra fuori dal tempo. Con le parole di Eliot: «Un momento nel tempo, ma non come un momento di tempo». Eppure niente come il Triduo pasquale ci riporta dentro la storia, ci costringe a confrontarci con le nostre domande, con il senso della fede cristiana: «Se Cristo non è risorto, vana è la vostra fede» (1 Cor 15,17). Se l’incarnazione ci parla di un Dio-con-noi, venuto a condividere tutto di noi, la passione, la morte e la risurrezione ci interpellano sul senso ultimo della vita, della sofferenza e della morte.
Che cosa ha da dire all’uomo contemporaneo un Dio che muore e risorge? Che cosa ha dire a me, alla mia vita? Oggi possiamo darci tante risposte senza ricorrere a Dio, molte di più rispetto al passato. Come sostiene Bonhoeffer, «l’uomo ha imparato a bastare a se stesso in tutte le questioni importanti senza l’ausilio dell’ipotesi di lavoro-Dio». È famosa l’espressione "Dio tappabuchi", sempre di Bonhoeffer. Un Dio che arriva nei limiti delle nostre conoscenze è un Dio che avrà sempre meno spazi, un Dio in continua ritirata, di cui tra non molto tempo potremmo non avvertire alcun bisogno. E non basta farvi appello nei momenti ultimi della vita, farlo entrare nelle nostre insoddisfazioni: non sarebbe il Dio-con-noi. Eppure un Dio che domani contempleremo appeso a una croce, che leva il grido «Dio mio, perché mi hai abbandonato?», non assomiglia al Deus ex machina che interviene nelle questioni ultime, che ha risposte su tutto. È piuttosto un Dio scandaloso che pone domande, anziché offrire risposte. Un Dio vicino a chi è senza Dio, dunque un Dio vicino al mondo contemporaneo. Se è vero che la creazione è perfetta proprio perché non compiuta, e che Dio chiede all’essere umano la sua collaborazione, il Dio che soffre e muore come noi è un Dio per l’uomo e per la donna adulti.
Ce lo ricorda Etty Hillesum quando, entrando nella sofferenza e interrogandosi su di essa, ha un’intuizione: «Una cosa, però, diventa sempre più evidente per me, e cioè che tu non puoi aiutare noi, ma siamo noi a dover aiutare te, e in questo modo aiutiamo noi stessi. L’unica cosa che possiamo salvare di questi tempi, e anche l’unica che veramente conti, è un piccolo pezzo di te in noi stessi, mio Dio».
Partecipare all’impotenza e alla mitezza, svelata dalla croce, di un Dio sofferente in un mondo che crede di poterne fare a meno è condividere la sofferenza di Dio ed entrare nel mistero della risurrezione. Avere, cioè, occhi che sanno riconoscere cose nuove che proprio ora stanno germogliando (Is 43,19). «Come si presenta però questa vita? – si interroga Bonhoeffer – Questa vita della partecipazione all’impotenza di Dio nel mondo?». Forse possiamo intuirlo solo immergendoci nella contemplazione silenziosa del mistero in cui oggi la liturgia ci invita.

(Avvenire, giovedì 18 aprile 2019)