Dio non ci salva senza il nostro consenso

Inserito in Tempo liturgico.

 Dio non ci salva

senza il nostro consenso

III domenica di Quaresima (C)

a cura di Franco Galeone *

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1. Nella prima parte del vangelo (vv. 1-5), Cristo accenna a due disgrazie che avevano in quel tempo provocato notevole scalpore: il crimine di Pilato e il crollo di una torre. Pilato non era un tenero di cuore, come ci confermano gli storici. Alcuni pellegrini erano saliti a Gerusalemme dalla Galilea (regione proverbialmente di ribelli) per la festa di Pasqua; quelle teste calde avevano provocato disordini in città e Pilato fece intervenire i soldati e li massacrarono nel luogo del tempio. Un sacrilegio! Qualcuno riferisce il fatto a Gesù, pensando forse di strappargli un giudizio di condanna. Ma Gesù non si lascia sfuggire una parola e ne approfitta per un invito alla conversione. Per chiarire meglio il suo pensiero, ricorda un altro fatto di cronaca: la morte di 18 persone sotto la torre di Siloe. Gesù sembra eludere il problema, eppure sappiamo che è sensibile alle sofferenze, si commuove alle disgrazie… ma sa che l’odio non serve a nulla, invita a intervenire alla radice del male, propone un cambiamento di mentalità.
Nella seconda parte del vangelo (vv. 6-9) Gesù fa capire che non bisogna rimandare sempre la conversione alle calende greche. Quanto tempo abbiamo per la conversione? E Gesù risponde con la parabola del fico. Nella Bibbia si parla spesso di questa pianta, che due volte all’anno, in primavera e in autunno, dà frutti dolcissimi. Era simbolo di prosperità e pace (1Re 4,25; Is 36,16); nel deserto del Sinai, gli ebrei sognavano l’acqua, il grano e il fico (Dt 8,8; Nm 20,5). A differenza di Marco e Matteo che parlano di un fico sterile e fatto seccare all’istante (Mc11,12; Mt 21,18), Luca, l’evangelista della misericordia, introduce un altro anno di attesa, prima del giudizio di Dio. Morale: la Quaresima è tempo di grazia, che viene concesso al fico (=ogni uomo) per convertirsi. In primavera o, al massimo, in autunno!

 

2. Interessante: Gesù, per così dire, legge e commenta il giornale. Il suo intervento è molto diverso da quello di certi predicatori, felici di poter sfruttare le tragedie per tuonare dal pulpito contro i peccatori. I responsabili, ci sono, e non vanno cercati troppo lontano; siamo noi, io, tu, tutti. Il Vangelo non è fatto per spaventarci. Quante volte, davanti a fatti tragici, ci siamo chiesti: “Perché proprio a loro?”. E siamo stati presi da sgomento. Ma forse anche il nostro, come quello dei galilei, è un falso interrogativo, come è falsa la nostra paura della morte. Aggrappati alla vita come naufraghi nella tempesta, la morte ci appare come un avvenimento assurdo e tragico. Finché non guarderemo alla morte e alla vita con occhi nuovi, moriremo “tutti così”, assurdamente, come quei 18 sotto la torre di Siloe. Infatti è qui, da adesso e subito, che dobbiamo e possiamo sconfiggere la morte; è da oggi che può iniziare la nostra vita eterna. Questa è la buona notizia: dare frutti finché siamo piantati nel terreno della vita, altrimenti che differenza c’è tra la vita e la morte, tra un fico sterile e un fico tagliato? Se non ci convertiamo, la morte ce la portiamo sempre dentro, anche durante quella che noi chiamiamo vita; la morte non ci potrà rapinare di nulla, se della nostra vita abbiamo fatto un dono a Dio e un servizio ai fratelli.

3. Leggendo la cronaca nera, gli apostoli vedono nel massacro dei galilei e nello schiacciamento di 18 disgraziati un castigo di Dio. Una superstizione feroce, non ancora spenta, ha sempre suggerito agli uomini che Dio ricompensa i giusti e punisce i cattivi fin da quaggiù. È il caso di dire che una sventura non arriva mai sola e che spesso piove sul bagnato. Già prima gli apostoli, con crudeltà, avevano chiesto a Cristo, vedendo quell’uomo cieco: “Chi ha peccato: questo cieco o i suoi genitori?”. E Cristo formula questa risposta liberatrice: “Né lui né i suoi genitori, ma questo avviene perché siano manifestate le opere di Dio”. Come dire che il male è un “mistero”, cioè una verità superiore. Il pagano sacralizza il male considerandolo come un effetto della volontà divina. Per il cristiano, invece, sacra è la compassione. Dio non manda la malattia, suscita il medico; Dio non scatena la guerra, ispira pensieri di pace; Dio non manda la morte, promette la vita eterna. Cristo ci insegna così a smettere di perseguitare i sofferenti, di innalzare roghi, di sacrificare eretici e inquisiti a satana. Finisca per sempre ogni caccia alle streghe! Sia un ricordo inglorioso del passato il Malleus maleficarum! Non dobbiamo gloriarci della nostra salute, come se fosse un segno di elezione divina, ma anche non dobbiamo avvilirci credendoci puniti, mentre siamo solo sventurati. È questa mentalità orgogliosa, farisaica, ipocrita, che Cristo vuole sradicare, dalla radice.

4. Gli storici riferiscono che all’epoca della distruzione della città, nel 70 dopo Cristo, a Gerusalemme si contavano circa 25 sette; la più influente era quella dei farisei. Ora, è lecito supporre che quella setta sia sopravvissuta fino ai giorni nostri, e abbia le sue radici anche all’interno della cristianità. Bernanos poneva questa domanda: “Chi può vantarsi di non avere nella proprie vene neppure una sola goccia del sangue di quelle vipere? È illusorio ritenere che basti il battesimo per essere immuni da quel contagio”. Cristo ammira e loda l’osservanza dei farisei per la Legge; però li rimprovera di non andare oltre. Cristo e i farisei compiono insieme la metà del cammino: insieme venerano la Legge di Mosè. I farisei si fermano lì, Cristo prosegue la strada (Bruckberger). Per Cristo la Legge non è un idolo, ma un mezzo. La Legge non deve soffocare l’uomo, ma deve sfociare nell’amore. Come l’occhio è fatto per la luce, così il cuore è fatto per l’amore. Una religione che non si traduca in amore, merita solo un nome: ipocrisia! C’è un altro connotato che qualifica il fariseo: la separazione. I farisei si ritengono un mondo a parte. Anche oggi alcuni cristiani si ritengono migliori e separati. Questa separazione è motivata da una sicurezza: quella di appartenere ad una istituzione, la “chiesa”, che dà certezza e salvezza, per il solo fatto di essere battezzati. Di fronte al male, all’ingiustizia, all’odio, un cristiano non può dire: “Io non c’entro in tutto questo”. Il fariseo si ritiene un privilegiato, un separato; considera gli altri come “esclusi”. In verità, è lui ad essere tagliato fuori. Può sperare di venire integrato, solo se accetterà di mettersi a servizio dei fratelli, che non vanno giudicati, ma serviti. Il mondo non ha bisogno di giudici, meno ancora di giustizieri, ma di fratelli ed amici.
Buona vita!

* Gruppo biblico ebraico-cristiano