Un cieco può guidare un altro cieco?

Inserito in Tempo liturgico.

Un cieco può guidare
un altro cieco?
VIII domenica del T.O. (C)
a cura di Franco Galeone *

Brueghel La Parabola dei ciechi piccola
Bruegel il Vecchio, Parabola dei ciechi (1568), Napoli, Museo Nazionale di Capodimonte

1. Il Vangelo di questa domenica ci presenta un dittico, con all’interno due scene: un cieco che guida un altro cieco; un albero buono che dà necessariamente frutti buoni; le immagini sono volu-tamente esasperate, secondo lo stile semita; a unire i due quadri del dittico c’è una parola-cerniera: ipocrita, termine di origine greca che significa: colui che recita in teatro una parte che non corrisponde alla vita, per cui veste da re ma è un miserabile.

Gesù: il maestro

2. Come tutti coloro che insegnano la via di Dio - i dottori del tempio (Lc 2,46), il Battista (Lc 3,12), Nicodemo (Gv 3,10) - anche Gesù è chiamato maestro, anzi, se escludiamo i tre casi sopra citati, il termine (che ricorre 48 volte nei Vangeli), è riferito sempre e solo a lui. Nei Vangeli gli apostoli non sono mai chiamati maestri ma sempre e solo alunni, discepoli che devono apprendere non una lezione ma una vita, seguendo l’unico Maestro. Gesù però è un maestro originale, non tiene le sue lezioni in una scuola, ma lungo la strada; non esige un compenso dai suoi discepoli, non si rivolge ad una élite di intellettuali. mai ai poveri che i dotti ebrei disprezzavano: Come può diventare saggio colui che maneggia l’aratro, si vanta di brandire il pungolo e parla solo di vitelli? (Sir 38,25). È un maestro libero sia nell’interpretazione sia nella pratica della Toràh; soprattutto è libero quando invita a seguire non i precetti della Toràh ma lui: la Toràh è la sua persona, il suo esempio, non il ginepraio delle discussioni rabbiniche.

Uno solo è il maestro

3. Se la comunità cristiana deve essere una comunità fraterna, voi capite quante impalca¬ture de-vono cadere. In genere, noi ci difendiamo dal radicalismo del Vangelo con lo “spiri¬tualismo”, senza comprendere che l’essere figli di Dio deve tradursi in forme visibili dl fraternità. Noi abbiamo titoli a non finire. L’Annuario pontificio contempla ancora i Camerieri segreti e l’Ordine dello Sperone d’oro, gli Ordini Cavallereschi e le Medaglie di Benemerenza! Come la mettiamo con i titoli di Sua Santità, Sua Eminenza, Sua Eccellenza, Rettor Magnifico, Gran Cancelliere, con tutto lo strascico di ori e tesori… croce e delizia di quanti vogliono fare carriere mondana per poi sentirsi dire da Dio: Via da me, non vi conosco (Mt 25,41). Tutto questo fa a pugni con quanto ha detto Gesù! Nella società civile, sono stati compiuti passi grandiosi nella direzione dell’uguaglianza, libertà, fraternità; nello stato di diritto, quanti privilegi (meglio, privilegi!) sono caduti; all’interno della chiesa invece sopravvivono. Il credente porta nella storia non una predica ma la testimonianza esistenziale del Vangelo. Predicatore della fraternità, altrimenti il Vangelo diventa ideologia, e la chiesa si confonde con le classi dominanti. Il credente testimonia il Vangelo dentro la storia e non dall’alto di una cattedra o durante una cerimonia sacra. Non bisogna scandalizzarsi, neanche alla luce degli ultimi scandali. La chiesa è mia madre, devo guardare ai suoi peccati come guarderei ai peccati di mia madre. Quando penso a mia madre, devo ricordare anzitutto le tante cose belle e buone che ha compiuto. Una madre si difende con il cuore pieno d’amore. Si può essere contro ma sempre per amore.

Il discepolo non è da più del maestro

4. Ci troviamo davanti ad affermazioni sconvolgenti, perciò la tentazione è quella di addolcire la Parola di Dio. Diciamo: Non si deve ricorrere alla violenza, però in certi casi… Bisogna perdonare, però senza esagerare... I poveri vanno aiutati, però con prudenza… Con sottili distinguo facciamo perdere al Vangelo la sua carica dirompente. A questo maldestri tentativi si oppongono questi det-ti (loghia) del Signore. Inizia con un proverbio molto noto: Un cieco non può guidare un altro cieco (v.39). Notare: i destinatari del proverbio non sono i farisei ma i discepoli (v.39), cioè noi, che pos-siamo essere guide cieche. Nella chiesa delle origini, i battezzati erano detti gli illuminati, perché Cristo aveva loro aperto gli occhi. Oggi i falsi maestri danno disposizioni in nome di Cristo, fanno paura perché si sono sostituiti al Maestro. A questi super-maestri Gesù ricorda un altro proverbio: Il discepolo non può superare il maestro (v.40). Il pericolo è quello di attribuire a Dio le nostre teo-rie e sentimenti. Ma non è finita: questi super-maestri fanno qualcosa che neanche Gesù ha mai voluto fare (Gv 3,17): giudicano, danno sentenze di condanna nei confronti dei fratelli. A questi Gesù racconta la parabola della pagliuzza e della trave (vv.41-42). Può anche darsi che sia giusto quello che noi pensiamo, ma Gesù vuole che la proposta sia offerta con discrezione e rispetto. Non va dimenticato che la trave si può trovare nell’occhio degli altri ma anche nel mio. E allora: proporre ma non imporre. Altrimenti siamo ipocriti, cioè attori, gente che fa teatro, siamo peccatori ma recitiamo la parte del buono.

Ogni albero si riconosce dal suo frutto.

5. Il Vangelo ci dà una lezione di prudenza: per giudicare un uomo, un movimento, una dottrina … non lasciamoci ingannare dalle dichiarazioni, dalle parole. Aspettiamo le opere, i frutti. Alcune pa-gine di Voltaire o di Marx hanno fatto più bene di tante prediche insulse. Questo criterio sarà di maggiore utilità se lo applichiamo non solo agli altri ma anche a noi: produciamo frutti buoni? Vengono a chiederci consigli? Seguono il nostro esempio? Cercano la nostra compagnia? Anche noi diciamo: Signore, Signore… ma il pericolo di ogni religione sta proprio qui: compiere dei gesti, dei riti, delle pratiche senza cambiare dentro. Le preghiere, i sacramenti, il culto … sono eccellenti se, uscendo di chiesa, ci abilitano a chiedere perdono, a riconciliarci con il nemico, a offrire un aiuto prima negato. Noi infatti riceviamo l’amore da Dio ma per comunicarlo. Il grande desiderio di Cristo non è solamente che diventiamo uno-con-lui, ma che diventiamo anche uno-fra-noi.

6. Allora invano assistiamo alla messa, se, uscendo di chiesa, non ci amiamo di più. A quale scopo radunarci qui ogni settimana, compiere gesti di amore, di pace, di comunione, se uscendo poi ognuno rientra nel suo sterile guscio? Chi si comunica con Cristo, si comunica con tutti i figli di Dio: Cristo non è più una singola persona, ma una persona sociale. Inghiottendo Cristo, dovremo inghiottire tutti i fratelli. Dovremo scegliere: o comunicarci veramente con il Cristo totale, o scomunicarci chiudendoci nel nostro piccolo io. Cristo dà l’esempio: spezza a tutti il suo pane. Anche noi ora siamo uniti, mangiamo lo stesso pane, uniti alla stessa mensa. Tornati a casa, ognuno pensa per sé? Una domenica, dopo la comunione, proposi ai ragazzi di mettere in comune le merende, i panini, la frutta … che si erano portati per un’escursione in montagna. Avreste dovuto vederli come scuotevano la testa, con cattivo umore, dispiaciuti all’idea di condividere quei gustosi panini! Tenevano stretto lo zaino come fu un gatto con la sua preda. Eppure avevano fatto la comunione, erano dell’Azione Cattolica! Cristo mette in comune, noi no!

7. Con questa domenica si chiude il cosiddetto “Discorso della pianura” contenuto nel capitolo se-sto del Vangelo di Luca. La lezione che Gesù ci vuole consegnare è chiara: non giudicare. Il che non significa indifferentismo etico. Noi possiamo, anzi, dobbiamo a volte “distinguere”, ma non “giudicare”. E’ necessario sempre distinguere l’errore, che va fatto notare, dall’errante che va sempre rispettato, perché nell’uomo c’è sempre più futuro che passato, perché davanti a lui c’è l’eternità! Il passato negativo di una persona, per quanto lungo sia stato, è sempre possibile riscattarlo: la Maddalena divenne santa Maddalena, il ladrone si salvò in punto di morte; il primo papa invece rinnegò Cristo: Non lo conosco. Quindi: non giudici né giustizieri, ma amici compassionevoli. Via la toga del giudice e indossiamo il grembiule del servitore! Anche i saggi dell’antichità greca e latina avevano consigliato questo atteggiamento: pensiamo alla bella favola di Esopo sulle due bisacce, o a questa frase del filosofo Seneca: Notate i foruncoli degli altri, mentre voi siete ricoperti di ulcere, o al monito di Catone: Quando accusi un altro, guarda prima la tua vita. Da questa presunzione si può guarire. Basta cambiare il bersaglio: non giudicare gli altri ma se stessi.
Buona vita!


* Gruppo biblico ebraico-cristiano