«I miei ragazzi sui social. Criteri di discernimento per l’educatore»

Inserito in Giovani nel digitale. Esercizi di discernimento.

Giovani nel digitale

Esercizi di discernimento /6

«I miei ragazzi sui social

Criteri di discernimento

per l’educatore»

Giacomo Ruggeri

 

 

 

Lo smartphone dell’educatore

 

Non è uno smartphone come gli altri. Se la persona crede nel suo servizio e nel suo impegno di educatore e di educare (merce rara nella società dell’epidermide e della pelle liscia), il suo smartphone è molto di più un cellulare o di un palmare che ti fa accedere alla rete di internet. Lo smartphone dell’educatore non ha contatti o faccine, ma storie in divenire di adolescenti e giovanissimi di oggi e negli occhi il futuro. E quel divenire, l’educatore deve sapere che dipende (molto) anche da lui: da come e perché sceglie di accompagnare ragazzi e giovani nell’avventura di crescere senza sconti per nessuno.
L’educare, oggi, deve fare i conti con il mondo digitale, nel senso che saper educare nel tempo attuale comporta accompagnare le persone nello stile di Gesù con i due di Emmaus. Concedere tutto e reprimere tutto non porta da nessuna parte, se non nella moltiplicazione di ulteriori problematiche. Gesù si è posto ai due di Emmaus senza giudicarli, né altro. Dice l’evangelista Luca che Gesù «spiegò loro» (24,27): entra gradualmente, delicatamente, progressivamente nel cuore e nei pensieri dei due discepoli, si fa vicino condividendo quanto sentivano nell’anima (desolazione, tristezza, sfiducia).

 

I miei ragazzi in rete: la foresta dei gruppi social

 

Tenersi in contatto è molto di più di sapere come stai, cosa fai, ecc. Significa che tengo a te, mi stai a cuore. Ogni educatore non può non avere il suo I care educativo. È normale creare il gruppo WhatsApp di preadolescenti, giovanissimi, chierichetti, giovani animatori dell’oratorio, ecc. Nello smartphone dell’educatore pullulano le APP dei gruppi social dove sono tutti raggruppati i propri ragazzi: su FB, Instagram, WhatsApp, Twitter, MySpace, ecc.
Creare un gruppo social che mette in rete educatore e ragazzi, parroco e giovanissimi, vice-parroco/cappellano e catechisti, docente e genitori (e tanti altri abbinamenti), richiede questi punti di consapevolezza:
1. Ogni gruppo social che si crea in parrocchia, oratorio, gruppo scout, gruppo di azione cattolica deve avere un «autista digitale adulto», ovvero, uno che ha in mano il volante del gruppo. Uno che ha la responsabilità anche di dire questo si, questo no.
2. In un gruppo social l’educatore non può e non deve essere uno fra i tanti del gruppo, lasciando che siano altri a governare le discussioni, motivando tale scelta sulla responsabilità dei ragazzi! No. Soprattutto se sono minorenni vi deve essere l’educatore maggiorenne che gestisce in toto il gruppo social. Ogni forma di superficialità e leggerezza oggi la si paga molto cara.
3. Ricorda bene, caro educatore, che il genitore del ragazzo e della ragazza del tuo gruppo sui social (specie se minorenne) non ci pensa due volte a crearti grane, al tuo primo errore fatto in buona fede o per gioco (poi la cosa ti è sfuggita di mano).
4. Si apre un gruppo-chiuso social (ovvero, solo persone scelte e facenti parti di una determinata appartenenza) per comunicarsi avvisi e si finisce nel fare del gruppo un vomitatoio e uno sfogatoio senza più alcun controllo.
5. Come educatore mi devo dare dei criteri nell’aprire un gruppo social, nel gestirlo e – quando servisse – nel chiuderlo.
6. Un primo criterio è quello che chiamo della «raccolta differenziata digitale»: la carta nel bidone della carta, la plastica… e così via. Come a dire: voglio educare i miei ragazzi e giovani a saper stare nel gruppo dandosi dei limiti oltre i quali non si deve andare; dove l’intimità personale non la sparo nel gruppo come se fosse un proiettile; e che non tutti devono sapere tutto; che mi fa bene darmi uno stile di riservatezza e decidere cosa dire e non dire.
7. Può essere rischioso per un educatore moltiplicarsi e dividersi in tanti gruppi social, spalmandosi in tante APP come la maionese sul crostino. Così dicasi per un prete (giovane e non): educarmi a uno stile di sobrietà è il primo passo per un’educazione credibile. Torno a dire: la praticità del comunicare tramite gruppi social, non va sostituita con un diverso modo di parlarsi e incontrarsi.
8. Se come educatore (sacerdote, genitore, catechista) avverto che il gruppo è diventato tutt’altro dal suo iniziale intento, non mi resta che fare una cosa: chiedere alle persone del gruppo di vedersi tutti (in carne e ossa) in oratorio o altro luogo per confrontarsi assieme su come procedere nella gestione del gruppo social.
9. È una scelta che definisco di prevenzione, ovvero: non serve piangere, quando poi si fa il botto ed è grosso!
10. In medio stat virtus: la virtù è nel mezzo. Come a dire che equilibrio e buon senso sono due criteri fondamentali nell’abitare in un gruppo social e, per l’educatore, gestirlo e farlo maturare. Si, perché non è sufficiente “gestire” un gruppo (come non si può limitarsi a “gestire” i ragazzi), ma si deve andare oltre, saper maturare uno stile di vita alternativa alla massa perché la differenza non è nell’essere differenti, ma autentici.

 

Quando i miei ragazzi pubblicano foto intime

 

Ricordo il caso di un educatore. Mi telefona con tono allarmato e tremolante. Gli chiedo di vederci subito. Mi mostra il suo smartphone, aprendomi l’APP con il gruppo degli adolescenti dell’oratorio. Nel gruppo stavano circolando le foto di alcune ragazze appartenenti al gruppo che si erano ritratte in pose decisamente osé, senza veli. Erano passati circa trenta minuti da quando si era accorto e dal momento che le ragazze le avevano fatte circolare all’interno del gruppo. Bastavano altri minuti perché la diga si rompesse e le foto iniziassero a essere viralizzate nella rete globale di internet.
Dissi all’educatore di iniziare a chiamare, subito, uno a uno i singoli componenti del gruppo, dicendo loro di non far circolare le foto che avevano ricevuto, di vederci subito in parrocchia. L’educatore chiamò subito le due ragazze, protagoniste dell’iniziativa, dicendo anche a loro di venire immediatamente in parrocchia, nella loro sala d’incontro. In una prima fase chiesi al parroco di non partecipare all’incontro, di lasciar parlare l’educatore. Successivamente, anche il giovane don prese parte all’incontro. Come andò a finire? Le due ragazze si giustificarono dicendo che era partito come uno scherzo, per gioco e sfida tra loro e che la cosa poi gli era sfuggita di mano. Ma la cosa più inquietante è che in quei trenta minuti solo un ragazzo del gruppo ha chiamato le due ragazze per dire che cosa stavano facendo. Il giovane don si era impaurito ed era andato nel pallone; gli altri ragazzi del gruppo erano tra lo stupito e l’incuriosito. La lucidità dell’educatore di muoversi immediatamente ha evitato il peggio.
Ovviamente la cosa è arrivata in real time ai genitori dei ragazzi. E anche qui le reazioni sono state differenti (tra il dire “son ragazzi” al dire “tu non vai più in oratorio”). Gli estremi sono sempre da evitare perché non educano, ma sono una fuga all’impegno e alla responsabilità attiva e consapevole.
Se nel tuo smartphone di educatore arrivano foto e video dell’esempio appena raccontato, o forme di bullismo, razzismo e quant’altro testimonia che si è passati il limite, non devi mai dire che non c’è nulla di male. Nemmeno gridare allo scandalo, perché episodi come questi possono accadere ancora. Serve, invece, intelligenza e buon senso, esercizio del discernimento che sa mettersi a fianco a questi ragazzi e parlare con loro (come Gesù con i due di Emmaus).
Ricordo, inoltre, che se nel tuo smartphone di educatore non cancelli subito quelle foto (andando immediatamente da chi ha generato tutto ciò) e le lasci all’interno del gruppo social, se sono foto di minorenni sei perseguibile del reato di detenzione di materiale pedopornografico minorile (Codice Penale, art. 600 quater, da 1 a 3 anni di carcere. Più sono le foto e più aumentano mesi e anni di carcere). È bene saperlo.
Educare è un viaggio e nel percorso sono possibili anche cadute e incidenti, errori e sbagli. Saper fare dell’errore un’occasione di crescita e maturazione è quanto mai di saggio e auspicabile si possa attendere.

 

4 criteri di discernimento per abitare – da educatore – il gruppo social

 

1° criterio. «Le cose importanti le diciamo di persona»
Tutto è importante. Niente è importante. No. Bisogna imparare a distinguere. Quando parlo di cose importanti mi riferisco al ragazzo o alla ragazza del mio gruppo che inizia a raccontarmi nel gruppo social dei suoi problemi, della difficoltà con i genitori, dei suoi primi innamoramenti e della gestione del corpo in questa storia, ecc. L’educatore sa che i social non sono (e non possono essere) la panchina dove parlarsi e nemmeno il muretto dove raccontarsi tutto e di più. I tuoi ragazzi li devi saper incontrare e guardare negli occhi. I primi messaggi dove l’adolescente si apre e si confida possono essere una specie di antipasto, per capire lo spessore di quanto mi sta confidando. Ma non deve essere il pasto completo! Fuori di metafora: dopo i primi messaggi confidenziali, devo aiutare l’adolescente – con delicatezza e pazienza – all’incontro visivo, perché è facile aprirsi sui social, ma non è la via dove maturano scelte e decisioni sagge. Come educatore devo saper mantenere la relazione educativa su un livello maturo, serio, degno del mio ruolo. Ripeto: i social possono aprire la porta. Poi, è nella strada dell’incontro de visu che devo saper aiutare adolescente e giovane a saper stare con se stesso e nei miei confronti.

2° criterio. «Io sono l’educatore e i genitori sono altri»
È sempre bene ricordarmi questo criterio. Io sono l’educatore di questi adolescenti e giovanissimi, mentre i genitori sono altre persone. Evidenzio tale aspetto perché nel tempo attuale di un crescente numero di coppie separate, divorziate, risposate, con la presenza della mamma e della suo nuovo compagno, del papà e della sua nuova compagna e anche di due babbi e di due mamme dello stesso sesso, è de plano per l’adolescente vedere in me educatore la figura mancante in casa, assente (o se c’è non è quella che riconosce come tale). È quanto mai vera la frase di Gesù in Mc 3,25: «Se una casa è divisa in se stessa, quella casa non può reggersi». Quando a un adolescente viene meno una delle figure educative familiari, questi lo ricerca altrove. Lo ricerca in chi gli vuol bene, lo accoglie, lo accetta, gli sta vicino nei momenti critici, lo accompagna e lo educa a scelte belle e di qualità. Quando l’educatore vive tutto ciò, l’adolescente lo prende come la parte mancante, che non ha e che desidera. Anche qui, come nel criterio precedente, con pazienza e tenerezza, saper aiutare l’adolescente a non confondere i ruoli, perché la confusione genera cecità. E quando si è ciechi, mi faccio del male e ne faccio ad altri. Dovrò fare, come educatore, anche un lavoro di accostamento con le persone che vivono in casa con l’adolescente. In tanti casi ci si trova difronte ad una povertà educativa enorme, che ti viene da dire “ma come ha fatto questo ragazzo e questa ragazza a crescere così bene, pur essendo in un contesto degradato”!.
In ogni persona vi sono delle risorse che si attivano in situazioni estreme e nel bisogno di sopravvivenza. In tali casi è utile l’apporto e il confronto con il don, gli altri educatori (e quando necessita, anche con gli assistenti sociali del proprio Comune).

3° criterio. «Niente chiacchiere, né pettegolezzi, né malelingue nei gruppi social»
Volgarità verbale e linguaggio incattivito fanno solo del male e generano altro male. Già la rete è una cloaca a cielo aperto. Nel ruolo di educatore devo saper educare a bonificare linguaggio e pensiero che circolano nei gruppi social nel mio smartphone. Se inizio a tollerare, a lasciar perdere, a rispondere con un emoji di solo rimprovero del pollice rovesciato, finisce che passa il seguente messaggio: potete dire tutto a tutti, purché non esagerate. Domanda: chi detta un limite di confine all’esagerare, se non l’educatore? Chi pone dei paletti oltre i quali non si va, se non l’educatore? Chi richiama e rimprovera l’adolescente che persiste nel gettare fango e cattiveria su altri coetanei, o altre persone, senza che nessuno gli dica nulla? Chi, se non l’educatore?
La parola è un proiettile che uccide e quando l’educatore non prende posizione decisa verso un gesto sbagliato di un suo ragazzo, uccide due volte.

4° criterio. «Eccesso di foto e video saturano il pensare e il parlarsi»
Forse qualche educatore storcerà il naso (pazienza) nel leggere queste parole: devo avere uno stile sobrio nel pubblicare mie foto e miei video nei profili social. L’educare arriva prima con le immagini e poi con le parole. Come posso essere credibile, quale educatore, se nell’incontro settimanale in oratorio con i ragazzi del gruppo gli parlo di semplicità, sobrietà, non eccedere, ecc. quando il mio profilo è un ipermercato delle immagini! Il troppo stroppia, motto sempre valido. Darmi uno stile di essenzialità nella gestione del mio profilo social, è in esso un atto educativo, è porre in essere una scelta educativa e un messaggio che aiuta a riflettere.
Inoltre, è reale il rischio di crearmi una vita doppia: come educatore vivo con i ragazzi in un determinato modo e sui social scendo in campo sotto altra veste, con l’intento di attirare i ragazzi, di essere loro vicino, ecc. Se c’è una cosa che i giovani non vogliono è veder scimmiottare un adulto che ‘fa il giovane’. Il giovane faccia il giovane, l’adulto sia adulto.