Gesù, l'adesso di Dio

disprezzato

IV domenica del T.O. (C)

papa Francesco

a cura di Gianfranco Venturi 

nnnv

4,21 «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato» [1]

L’oggi di Gesù, tempo di grazia e libertà
Mi colpisce molto l’ oggi di Gesù, l’oggi speciale in cui l’attesa millenaria e paziente del popolo di Israele si concentra nell’Unto del Signore per poi espandersi nel tempo della carità e dell’annuncio evangelico della Chiesa.
L’ oggi di Gesù” è kairós, tempo di grazia, sorgente di acqua viva e di luce, che sgorga dal Verbo fattosi carne, una carne che possiede una storia, una cultura, un tempo.
La Chiesa vive nell’oggi di Gesù, e la messa crismale, preludio a quella di Pasqua, è tra le sue espressioni più piene: è l’oggi perenne dell’ultima cena, fonte di perdono, di comunione e di servizio. Egli è venuto per stare con noi e annunciarci la Buona Novella, liberandoci dalla schiavitù e guarendo i nostri cuori feriti. Solo nell’oggi di Gesù la fragilità del nostro popolo fedele viene curata, soltanto lì l’audacia apostolica è efficace e dà frutto.

Fuori dall’ oggi di Gesù
Fuori dall’oggi, fuori dal tempo del Regno, che è tempo di grazia, di libertà e di misericordia, tutti gli altri tempi, ad esempio quelli della politica, dell’economia e della tecnologia, tendono a divorarci, a escluderci, a opprimerci. Quando i tempi dell’uomo perdono la propria sintonia con quello di Dio, diventano incerti: sono ripetitivi, paralleli, troppo brevi o infinitamente lunghi. Non sono più umani: i tempi dell’economia non tengono conto della miseria e dell’analfabetismo dei giovani, né delle difficili condizioni di vita degli anziani; quelli della tecnologia sono così istantanei e carichi di immagini che impediscono ai ragazzi di maturare il cuore e la mente; quelli della politica, infine, talvolta sembrano privi di qualsiasi scopo. Al contrario, l’oggi di Gesù, che a prima vista può apparire noioso e poco stimolante, racchiude in sé i tesori della saggezza e della misericordia, è ricco di amore, fede e speranza. Inoltre, è un tempo di memoria: della famiglia, del popolo, della Chiesa in cui si mantiene vivo il ricordo di tutti i santi.

Nella liturgia il presente è costante
La liturgia è l’espressione di una memoria sempre viva. L’oggi di Gesù è un tempo colmo di aspettativa, di futuro e di cielo, del quale possediamo già la chiave e di cui viviamo un assaggio in ogni consolazione che ci dona il Signore. Lì il presente è una chiamata costante e un invito sempre rinnovato alla carità concreta del servizio quotidiano verso i più poveri, che riempie il cuore di gioia e ci spinge ad andare incontro al nostro popolo, giorno dopo giorno.

L’oggi di Gesù scaccia la paura e crea lo spazio dell’incontro…
Nell’oggi di Gesù non c’è spazio per la paura dei conflitti perché «l’amore perfetto scaccia il timore» (1Gv 4,18), né trova posto l’incertezza dell’angoscia, dal momento che il Signore ci ha promesso di essere con noi «tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20). Non c’è ragione di disperarsi: l’oggi di Gesù è l’oggi del Padre, il quale è consapevole di ciò di cui abbiamo bisogno, e affidati alle sue mani sentiamo che i nostri giorni portano con sé solo un po’ di affanno. Infine, non c’è spazio per l’inquietudine, perché lo Spirito ci spinge a dire e a fare ciò che è giusto nel momento opportuno
L’audacia del Signore non si limita a gesti puntuali o straordinari. È un coraggio apostolico che si adatta, per così dire, alla debolezza e ai tempi di ciascuno, e guida il suo popolo fino a condurlo nel tempo di Dio. L’oggi di Gesù crea lo spazio per l’incontro e ne segna i momenti fondamentali.

Entrare nell’oggi di Gesù con la preghiera…
Per avvicinarci alla fragilità del nostro popolo dobbiamo entrare noi per primi nel tempo di grazia del Signore. Il nostro cuore ha bisogno innanzitutto di rinvigorirsi attraverso la preghiera e di rendersi consapevole del compimento delle promesse; solo così potremo vivere con audacia, fidu-ciosi nella provvidenza, assumendo un atteggiamento di vera apertura nei confronti degli altri e guardando il prossimo con occhi non offuscati dai nostri interessi personali, bensì desiderosi di compiacere Dio.

… e uscendo da noi stessi
Esiste un altro modo per entrare nel tempo del Signore, che consiste nell’uscire da noi stessi e andare incontro al nostro popolo fedele, il quale vive l’oggi di Gesù molto più intensamente di quanto si potrebbe pensare. E se noi, in quanto pastori, ci lasceremo plasmare il cuore dalle fragilità del nostro popolo e dal suo modo di prendersene cura, accresceremo il nostro fervore spirituale e la fiducia in Dio. Lasciarsi plasmare il cuore significa saper accogliere le richieste semplici ma insistenti dei fedeli, la testimonianza di una fede capace di concentrare tutta la propria esperienza dell’amore di Dio nell’umile gesto di ricevere con gratitudine una benedizione. Vuol dire saper cogliere nei tempi della nostra gente, ad esempio tra una confessione e l’altra, il ritmo di un’esistenza in pellegrinaggio, segnata dalle grandi gioie della vita. Saper intravedere una speranza che mantiene saldo e intatto il filo conduttore dell’amore di Dio nel corso di tutto l’anno, impedendo alle vicissitudini quotidiane di spezzarlo.
Nel cuore del nostro popolo è sempre vivo l’annuncio dell’angelo: «Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore» (Lc 2,10-11). L’oggi di Gesù che nasce in mezzo al suo popolo è l’oggi del Padre che gli dice: «Tu sei mio figlio, oggi ti ho generato» (cfr Eb 5,5).

Entriamo nell’oggi di Gesù e del popolo
Vi invito dunque a entrare nell’oggi salvifico di Gesù che afferma: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato» (Lc 4,21), e a entrare nell’oggi del nostro popolo. Sentendoci in comunione con Gesù, il Buon Pastore, dobbiamo andare incontro ai nostri fedeli per sostenere la loro speranza attraverso la Buona Novella del Vangelo di ogni giorno, per rinsaldare la loro carità, liberando i reclusi e gli oppressi, e per rafforzare la loro fede, restituendo la vista ai ciechi.
Rivolgiamo a san Giuseppe la preghiera di immergerci in modo attivo e contemplativo nel tempo di Gesù. San Giuseppe ha ricevuto la grazia di entrare nell’oggi del suo figlio adottivo e amato, in cui Maria già si trovava, e di vederlo crescere in statura e saggezza: egli sa come occuparsi con coraggio delle fragilità altrui - quella di Maria, quella del bambino - che lo aiutano a prendersi cura della sua stessa fragilità. Che san Giuseppe ci conceda questa grazia.

4,16-28 Essere l’adesso di Dio [2]

Gesù rivela di essere l’adesso di Dio…
«Nella sinagoga, gli occhi di tutti erano fissi su di lui. Allora cominciò a dire loro: “Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato”» (Lc 4,20-21).
Così il Vangelo ci presenta l’inizio della missione pubblica di Gesù. Lo presenta nella sinagoga che lo ha visto crescere, circondato da conoscenti e vicini e chissà forse anche da qualche sua “catechista” di infanzia che gli ha insegnato la legge. Momento importante nella vita del Maestro, con cui il bambino che si era formato ed era cresciuto in seno a quella comunità, si alzava in piedi e prendeva la parola per annunciare e attuare il sogno di Dio. Una parola proclamata fino ad allora solo come promessa di futuro, ma che in bocca a Gesù si poteva solo dire al presente, facendosi realtà: «Oggi si è compiuta».

… invita ad essere l’adesso di Dio
Gesù rivela l’adesso di Dio che ci viene incontro per chiamare anche noi a prendere parte al suo adesso, in cui «portare ai poveri il lieto annuncio», «proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista», «rimettere in libertà gli oppressi» e «proclamare l’anno di grazia del Signore» (Cfr Lc 4,18-19). È l’adesso di Dio che con Gesù si fa presente, si fa volto, carne, amore di misericordia che non aspetta situazioni ideali o perfette per la sua manifestazione, né accetta scuse per la sua realizzazione. Egli è il tempo di Dio che rende giusti e opportuni ogni situazione e ogni spazio. In Gesù inizia e si fa vita il futuro promesso.

… ma non tutti ascoltano
Quando? Adesso. Ma non tutti quelli che là lo ascoltarono si sono sentiti invitati o convocati. Non tutti i vicini di Nazaret erano pronti a credere in qualcuno che conoscevano e avevano visto crescere e che li invitava a realizzare un sogno tanto atteso. Anzi, dicevano: “Ma non è il figlio di Giuseppe?” (Cfr Lc 4,22).
Anche a noi può succedere la stessa cosa. Non sempre crediamo che Dio possa essere tanto concreto e quotidiano, tanto vicino e reale, e meno ancora che si faccia tanto presente e agisca attraverso qualche persona conosciuta come può essere un vicino, un amico, un familiare. Non sempre crediamo che il Signore ci possa invitare a lavorare e a sporcarci le mani insieme a Lui nel suo Regno in modo così semplice ma incisivo. Ci costa accettare che «l’amore divino si faccia concreto e quasi sperimentabile nella storia con tutte le sue vicissitudini dolorose e gloriose» (Benedetto XVI, Catechesi, 28 settembre 2005).

… e preferiscono un Dio a distanza
E non sono poche le volte in cui ci comportiamo come i vicini di Nazaret, quando preferiamo un Dio a distanza: bello, buono, generoso, ben disegnato, ma distante e, soprattutto che non scomodi, un Dio “addomesticato”. Perché un Dio vicino e quotidiano, un Dio amico e fratello ci chiede di imparare vicinanza, quotidianità e soprattutto fraternità. Egli non ha voluto manifestarsi in modo angelico o spettacolare, ma ha voluto donarci un volto fraterno e amico, concreto, familiare. Dio è reale perché l’amore è reale, Dio è concreto perché l’amore è concreto. Ed è precisamente questa «concretezza dell’amore ciò che costituisce uno degli elementi essenziali della vita dei cristiani» (cfr Id., Omelia, 1 marzo 2006).

… e addomesticare la parola
Anche noi possiamo correre gli stessi rischi della gente di Nazaret, quando nelle nostre comunità il Vangelo vuole farsi vita concreta e cominciamo a dire: “ma questi ragazzi, non sono figli di Maria, di Giuseppe, non sono fratelli di?… parenti di…? Questi non sono i ragazzini che noi abbiamo aiutato a crescere?… Che stia zitto, come possiamo credergli? Quello là, non era quello che rompeva sempre i vetri col pallone?”. E uno che è nato per essere profezia e annuncio del Regno di Dio viene addomesticato e impoverito. Voler addomesticare la Parola di Dio è una tentazione di tutti i giorni.
E anche a voi, cari giovani, può succedere lo stesso ogni volta che pensate che la vostra missione, la vostra vocazione, perfino la vostra vita è una promessa che però vale solo per il futuro e non ha niente a che vedere col presente. Come se essere giovani fosse sinonimo di “sala d’attesa” per chi aspetta il turno della propria ora. E nel “frattanto” di quell’ora, inventiamo per voi o voi stessi inventate un futuro igienicamente ben impacchettato e senza conseguenze, ben costruito e garantito e con tutto “ben assicurato”. Non vogliamo offrirvi un futuro di laboratorio! È la “finzione” della gioia, non la gioia dell’oggi, del concreto, dell’amore. E così con questa finzione della gioia vi “tranquillizziamo”, vi addormentiamo perché non facciate rumore, perché non disturbiate troppo, non facciate domande a voi stessi e a noi, perché non mettiate in discussione voi stessi e noi; e in questo “frattanto” i vostri sogni perdono quota, diventano striscianti, cominciano ad addormentarsi e sono “illusioni” piccole e tristi (Cfr Omelia della Domenica delle Palme, 25 marzo 2018), solo perché consideriamo o considerate che non è ancora il vostro adesso; che siete troppo giovani per coinvolgervi nel sognare e costruire il domani. E così continuiamo a rimandarvi… E sapete una cosa? A molti giovani questo piace. Per favore, aiutiamoli a fare in modo che non gli piaccia, che reagiscano, che vogliano vivere l’“adesso” di Dio.

4,21-30 La tentazione di considerare la religione come un investimento umano [3]

Gesù nella sinagoga di Nazaret
[…] Questo brano dell’evangelista Luca non è semplicemente il racconto di una lite tra compaesani, come a volte avviene anche nei nostri quartieri, suscitata da invidie e da gelosie, ma mette in luce una tentazione alla quale l’uomo religioso è sempre esposto - tutti noi siamo esposti - e dalla quale occorre prendere decisamente le distanze. E qual è questa tentazione? È la tentazione di considerare la religione come un investimento umano e, di conseguenza, mettersi a “contrattare” con Dio cercando il proprio interesse. Invece, nella vera religione, si tratta di accogliere la rivelazione di un Dio che è Padre e che ha cura di ogni sua creatura, anche di quella più piccola e insignificante agli occhi degli uomini. Proprio in questo consiste il ministero profetico di Gesù: nell’annunciare che nessuna condizione umana può costituire motivo di esclusione - nessuna condizione umana può essere motivo di esclusione! - dal cuore del Padre, e che l’unico privilegio agli occhi di Dio è quello di non avere privilegi. L’unico privilegio agli occhi di Dio è quello di non avere privilegi, di non avere padrini, di essere abbandonati nelle sue mani.

L’oggi di Gesù vale per ogni tempo
«Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato (Lc 4,21). L’“oggi”, proclamato da Cristo quel giorno, vale per ogni tempo; risuona anche per noi in questa piazza, ricordandoci l’attualità e la necessità della salvezza portata da Gesù all’umanità. Dio viene incontro agli uomini e alle donne di tutti i tempi e luoghi nella situazione concreta in cui essi si trovano. Viene incontro anche a noi. È sempre Lui che fa il primo passo: viene a visitarci con la sua misericordia, a sollevarci dalla polvere dei nostri peccati; viene a tenderci la mano per farci risalire dal baratro in cui ci ha fatto cadere il nostro orgoglio, e ci invita ad accogliere la consolante verità del Vangelo e a camminare sulle vie del bene. Lui viene sempre a trovarci, a cercarci.

Da un dio dei miracoli al miracolo di Dio
Torniamo nella sinagoga. Certamente quel giorno, nella sinagoga di Nazaret, c’era anche Maria, la Madre. Possiamo immaginare le risonanze del suo cuore, un piccolo anticipo di quello che soffrirà sotto la Croce, vedendo Gesù, lì in sinagoga, prima ammirato, poi sfidato, poi insultato, minacciato di morte. Nel suo cuore, pieno di fede, lei custodiva ogni cosa. Ci aiuti Lei a convertirci da un dio dei miracoli al miracolo di Dio, che è Gesù Cristo.

4,24-30 Niente spettacolo [4]

“L’ira e lo sdegno”
C’è una parola comune alle due letture: “l’ira; lo sdegno”. Nel Vangelo di Luca (4,24-30) si narra l’episodio in cui Gesù torna a Nazaret, va alla Sinagoga e incomincia a parlare. In un primo momento tutta la gente lo sentiva con amore, felice, ed era stupita delle parole di Gesù: erano contenti. Ma Gesù prosegue nel suo discorso e rimprovera la mancanza di fede del suo popolo; ricorda come questa mancanza sia anche storica facendo riferimento al tempo di Elia (quando c’erano tante vedove, ma Dio inviò il profeta a una vedova di un paese pagano) e alla purificazione di Naaman il Siro, narrata nella prima lettura tratta dal secondo libro dei Re (5,1-15).

Dinamica tra aspettative della gente e risposta di Dio
Infatti, mentre la gente sentiva con piacere quello che diceva Gesù, a qualcuno non è piaciuto quello che diceva e forse qualche chiacchierone si è alzato e ha detto: Ma questo di che viene a parlarci? Dove ha studiato per dirci queste cose? Che ci faccia vedere la laurea! In che università ha studiato? Questo è il figlio del falegname e ben lo conosciamo!».
Scoppiano così “la furia” e “la violenza”: si legge nel Vangelo che «lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte» per gettarlo giù. Ma quella ammirazione, quello stupore come sono passate all’ira, alla furia, alla violenza? È quello che accade anche al generale siriano di cui è scritto nel secondo libro dei Re: aveva fede quest’uomo, sapeva che il Signore lo avrebbe guarito. Ma quando il profeta dice: “Va’, bagnati”, si sdegna. Aveva altre aspettative e infatti pensava di Eliseo: «Stando in piedi, invocherà il nome del Signore suo Dio, agiterà la sua mano verso la parte malata e toglierà la lebbra... Ma noi abbiamo fiumi più belli di questo Giordano». E così se ne va. Poi, però, gli amici lo hanno fatto ragionare e, tornato indietro, ecco che si compie il miracolo.
Due esperienze lontane nel tempo ma molto simili: cosa voleva questa gente, questi della sinagoga, e questo siriano? Da una parte a quelli della sinagoga Gesù rimprovera la mancanza di fede, tanto che il Vangelo sottolinea come Gesù lì, in quel paese, non ha fatto miracoli, per la mancanza di fede. Dall’altra Naaman aveva fede, ma una fede speciale. In ogni caso tutti cercavano la stessa cosa: “Volevano lo spettacolo”. Ma lo stile del buon Dio non è fare lo spettacolo: Dio agisce nell’umiltà, nel silenzio, nelle cose piccole. Non a caso al siriano la notizia della possibile guarigione gli viene da una schiava, ragazza, che faceva la domestica di sua moglie, da una umile ragazzina. Così va il Signore: per l’umiltà. E se noi vediamo tutta la storia della salvezza, troveremo che sempre il Signore fa così, sempre, con le cose semplici.

Lo stile di agire di Dio lungo la storia…
Nel racconto della creazione non si dice che il Signore ha preso la bacchetta magica, non ha detto: “Facciamo l’uomo” e l’uomo è stato creato. Dio invece l’ha fatto col fango il suo lavoro, semplicemente. E così, quando ha voluto liberare il suo popolo, lo ha liberato per la fede e la fiducia di un uomo, Mosè. Allo stesso modo, quando ha voluto far cadere la potente città di Gerico, lo ha fatto tramite una prostituta. E anche per la conversione dei samaritani, ha chiesto il lavoro di un’altra peccatrice.
In realtà il Signore spiazza sempre l’uomo. Quando ha inviato Davide a lottare contro Golia, sembrava una pazzia: il piccolo Davide davanti a quel gigante, che aveva una spada, aveva tante cose, e Davide soltanto la fionda e le pietre. Lo stesso avviene quando ha detto ai Magi che era nato proprio il re, il gran re. Cosa hanno trovato? Un bambino, una mangiatoia. Dunque le cose semplici, l’umiltà di Dio, questo è lo stile divino, mai lo spettacolo
Del resto quella dello spettacolo è stata proprio una delle tre tentazioni di Gesù nel deserto. Satana gli disse infatti: “Vieni con me, andiamo su, al terrazzo del tempio; tu ti getti giù e tutti vedranno il miracolo e crederanno in te”. Il Signore, invece, si rivela nella semplicità, nell’umiltà.

… e nella nostra vita
Allora ci farà bene in questa Quaresima pensare nella nostra vita a come il Signore ci ha aiutato, a come il Signore ci ha fatto andare avanti, e troveremo che sempre lo ha fatto con cose semplici. Addirittura ci potrà sembrare che tutto sia accaduto come se fosse una casualità. Perché il Signore fa le cose semplicemente. Ti parla silenziosamente al cuore. Sarà quindi utile in questo periodo ricordare le tante volte in cui nella nostra vita il Signore ci ha visitato con la sua grazia e abbiamo capito che l’umiltà e la semplicità sono il suo «stile. Questo vale non solo nella vita quotidiana, ma anche nella celebrazione liturgica, nei sacramenti, nei quali è bello che si manifesti l’umiltà di Dio e non lo spettacolo mondano.

 

NOTE
[1] Omelia, Messa crismale 2003, in: J.M. BERGOGLIO - PAPA FRANCESCO, È l’amore che apre gli occhi, Rizzoli, Milano 2013, 362-265.
[2] Omelia nella Santa Messa GMG, Campo San Juan Pablo II – Metro Park (Panama) 27 gennaio 2019.
[3] Angelus, 31 gennaio 2016.
[4] Meditazione, 9 marzo 2015.