Oggi si compie

la Parola

III domenica del T.O. (C)

papa Francesco

a cura di Gianfranco Venturi

 Gesù Sinagoga Zeff

4,14-30 Gesù il discepolo del Padre [1]

Gesù trova il “passo” giusto
Fermiamoci qualche istante a guardare questa immagine: Gesù di Nazaret che apre e chiude il Libro e legge la Parola. Ci fermiamo su quel silenzio del Signore che, dopo avere arrotolato il Libro, si siede e suggella la scena in maniera solenne - ci mette la firma, potremmo dire - con queste parole: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato» (Lc 4,14-30). Il contenuto della scena ci parla di unzione, i gesti del Signore e il suo commento su quanto è accaduto ci parlano di sigillo. Unzione e sigillo: parole benedette per i nostri cuori sacerdotali.
Luca ci dice che Gesù “trovò” il passo del profeta Isaia: «Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato». Il Signore ha occhi soltanto per la missione. Il Signore “pesca” nella Scrittura come nella vita. Così come trova il passo giusto nella Bibbia, anche nella vita quotidiana il suo sguardo trova sempre chi è vulnerabile, le sue orecchie sentono la voce di chi lo chiama, il suo zelo apostolico arriva a sentire perfino con le pieghe del suo mantello le necessità del popolo a cui è stato inviato. Questo fervore missionario di Gesù ci consola sempre e ci sprona a tutto il nostro lavoro pastorale […].

 

Gesù, buon discepolo del Padre…
La cosa più illuminante di questa scena del Vangelo è quel sentirsi Buon discepolo del Padre che Gesù prova. È il riferimento costante al Padre che lo unge con il suo Spirito a far sì che il Signore “trovi” tutti quelli che il Padre attira a lui per salvarli senza che nessuno si perda. Il Signore è il miglior pastore perché è il Miglior discepolo: quello che ascolta sempre la Parola del Padre e sa che a sua volta il Padre ascolta Lui. Dalla certezza della benevolenza del Padre, Gesù trae le forze per svolgere la sua missione fino all’estremo della croce. Essere buon discepolo, l’obbedienza attenta e amorosa alla voce del Padre, costituisce l’identità più profonda di Gesù Cristo. Quell’obbedienza tiene insieme l’ascolto e la pratica della Parola, unisce persona (identità) e missione. […]

… per cui egli diviene il Libro vivo…
Sicché il Signore stesso ora è il Libro vivo, il Libro che contiene “il senso dell’esistenza e dell’avvenire”. Libro scritto da entrambe le facciate, perché il Signore si rivela “venuto nella carne” non soltanto con le sue parole ma con i suoi gesti e con l’intera sua esistenza. Libro sigillato, a cui non si può né aggiungere né togliere nulla (Ap 22,18-19).

… la Parola che oggi si compie in noi
Che vuol dire che quella parola oggi si compie nelle nostre orecchie? Vuol dire, da una parte, che quella parola s’incarna, s’interiorizza totalmente in noi tramite l’unzione e ci sigilla dandoci identità, e, d’altra parte, che quella Parola ha una forza espansiva che ci apre alla missione, ci fa uscire da noi stessi per comunicarla agli altri. Unzione, sigillo e missione.
Il sigillo della Carne del Signore - con tutto quello che una verità incarnata comporta quanto a umanità, sentimenti, storia e cultura condivisa - ci libera dalla seduzione di aderire a quelle verità astratte (gnostiche) che abbagliano con i loro slogan e in poco tempo deludono, perché non mettono radici nel cuore di carne dei nostri popoli, che hanno assaporato una Parola viva e incarnata e non si accontentano di qualcosa di meno.
Questo sigillo che si imprime ungendoci - come inchiostro che impregna la carta - fa sì che la Parola resti scritta nel nostro cuore di carne e impregni tutto ciò che facciamo in Nome di Cristo, l’Unto. Ci trasforma in libri vivi, in libri in carne e ossa che attestano Cristo con la propria esistenza.
La testimonianza di Paolo, «non vivo più io, ma Cristo vive in me» (Gal 2,20) è modello di quel che significa “non predicare noi stessi”, non lavorare per i nostri interessi ma per quelli del Signore. Il sigillo dell’unzione che interiorizza la Parola fa sì che il mandato non sia a “fare cose”, a “gestire” il Regno, ma a darci come persone e a condividere la vita dei nostri popoli. […]

4,14-30 Veniamo unti per ungere [2]

Gesù si presenta come unto e inviato per ungere…
Il Signore entra ancora una volta nella sinagoga di Nazaret e con la serena autorità che lo caratterizza definisce la verità della sua missione: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato» (Lc 4,14-30). Si presenta come unto e inviato: «Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio». Unto e inviato, unto per ungere. Ha voluto farci partecipare di questa regalità e oggi celebriamo l’Eucaristia, la memoria della sua Passione e Risurrezione, riconoscendoci unti e inviati, unti per ungere.
Nella consacrazione del crisma chiederemo a Dio Padre onnipotente che si degni di benedire e santificare l’unguento - una miscela di olio e profumo - affinché coloro dei quali verranno unti i corpi “sentano interiormente l’unzione della bontà divina”.

… unti della bontà divina per ungere...
Quando veniamo unti, nel Battesimo, nella Confermazione e nel Sacerdozio, lo Spirito ci fa proprio sentire e gustare nella nostra stessa carne la carezza della bontà del Padre ricco di misericordia e di Gesù Cristo suo Figlio, nostro Buon pastore e amico.
Quando veniamo unti da questa bontà ci trasformiamo in ungitori. Veniamo unti per ungere. Unti per ungere il popolo fedele di Dio. Unti per fare sentire la bontà e la tenerezza di Dio a ogni persona che viene a questo mondo, a tutti gli uomini che il Signore ama... Infatti il Padre non vuole che vada perduto - che resti privo della sua bontà - nemmeno uno solo dei suoi piccini.
La forza dello Spirito Santo, con cui vennero unti i sacerdoti, i re, i profeti e i martiri, non è altro se non la forza della bontà. Bontà povera di potere secondo la concezione del mondo, ma onnipotente per chi crede nella croce di Cristo, che è «stoltezza per quelli che si perdono, ma per quelli che si salvano, ossia per noi, è potenza di Dio» (1Cor 1,18).

… l’intero popolo di Dio…
Questo balsamo della bontà divina non ci è dato per sotterrarlo, come fece il servo che sotterrò il talento, e nemmeno per conservarlo imbottigliato. Le bottigliette che stiamo per benedire andranno distribuite in tutte le chiese, in tutti i crismali di ciascuno dei preti, per poi uscire a toccare la carne vulnerabile del popolo fedele di Dio, che ha bisogno del balsamo della bontà divina per continuare il suo arduo pellegrinaggio in questa vita. Una volta rotto il vaso dell’olio profumato, come era stato rotto il vaso di profumo di nardo con cui Maria unse i piedi di Gesù (Gv 12,1-11), il profumo della bontà di Dio deve raggiungere con la sua carezza e con la sua fragranza tutto il popolo di Dio (che “tutta la casa si riempia dell’aroma di quel profumo”, come dice Giovanni), a cominciare dai più piccoli e deboli, che ne hanno tanto desiderio, fino ad arrivare a tutti. Siamo unti per ungere con questa bontà la nostra città, nei mille modi in cui ne ha bisogno: perché lo reclama e lo brama.

… l’intera città…
Lo spazio fisico della nostra città ha bisogno di essere unto come si ungono le chiese nuove e gli altari. La nostra città ha bisogno di essere unta là dove la bontà viene vissuta naturalmente, nelle case delle famiglie, nelle loro scuole, negli ospedali neonatali, dove la vita nuova ha inizio, e anche in quelli dove la vita soffre e finisce. Ha bisogno di essere unta affinché quella bontà si consolidi e si espanda nella nostra società.
La nostra città ha bisogno di essere unta anche nei luoghi in cui la bontà è in lotta, in quegli spazi che a volte sono terra di nessuno e quindi vengono occupati dall’interesse egoistico. Mi riferisco agli spazi di ingiustizia sociale ed economica, dove la bontà - il bene comune - deve regnare. Noi tutti abbiamo questo desiderio: è scritto, come legge naturale, nel cuore di ogni uomo e di ogni donna.

… in tutti i suoi abitanti
Inoltre, e in maniera speciale, la nostra città ha bisogno di essere unta nei luoghi in cui si concentra il male: l’aggressione e la violenza, la sfrenatezza e la corruzione, la menzogna e il furto.
La nostra città ha bisogno di essere unta in tutti i suoi abitanti. I nostri bambini segnati con l’appartenenza a Cristo, i nostri giovani segnati con il sigillo dello Spirito, sigillo al quale inconsapevolmente anelano in tutti i loro tatuaggi, quei marchi che non saziano la profonda sete d’identità che provano. I nostri giovani anelano più della vita stessa a quel sigillo dello Spirito che rende visibile il nome di Cristo che è impresso nel loro cuore di carne e cerca mille modi per manifestarsi. Necessitano e reclamano a gran voce che qualcuno li unga e riveli loro che appartengono a Cristo, che i loro padroni non sono né la marijuana, né il paco, né la birra, bensì Cristo Signore, colui che può convocarli c riempirli, dare loro una missione c accompagnarli. […]

Il segno dell’unzione non essiccata
Qual è il segno che l’olio non è finito, che l’unzione da noi ricevuta non si è essiccata? L’olio con cui è stato unto Gesù è olio di gioia. Il segno che il nostro cuore trabocca di olio profumato è la gioia spirituale. L’allegria quieta che si sperimenta dopo essersi sfiniti con bontà e non per immagine (autocompiacimento) o per dovere (l’efficientismo del dio gestione). Quella gioia mescolata con la stanchezza del Cristo della pazienza, del Cristo buono, che ha compassione delle sue pecorelle disperse senza pastore e resta a lungo con loro a insegnare.
La bontà stanca, ma non svuota, stanca perché è laboriosa e richiede ripetizione di gesti personali, quelli che il nostro popolo fedele chiede con insistenza: di battezzare i loro neonati, di ungere i loro malati, di benedire le loro cose, le loro immaginette e le loro bottigliette d’acqua, di visitare le loro case e di ascoltare le loro confessioni, di dare loro la comunione... L’unzione fa sì che i piccoli gesti di bontà sacerdotale siano carichi di gioia e di efficacia apostolica. Alla fin fine, la potenza e la forza salvifica di Gesù si sono incarnate e radicate in gesti di bontà molto semplici: benedire il pane, imporre le mani e toccare i malati, insegnare agli umili le parabole della bontà del Padre misericordioso...

4,16-30 Come accogliere la parola [4]

La Parola di Dio è una cosa diversa, è Gesù stesso …
La parola di Dio è una cosa diversa, una cosa che non è uguale a una parola umana, a una parola sapiente, a una parola scientifica, a una parola filosofica. La parola di Dio, infatti, è un’altra cosa, viene in un altro modo: è diversa perché così parla Dio.
Lo conferma Luca nel passo evangelico che racconta di Gesù nella sinagoga di Nazareth ((Lc 4,16-17). 4,16-30), dove era cresciuto e dove tutti lo conoscevano da ragazzino. In quel contesto, incominciò a parlare e la gente lo sentiva, commentando: “Ma che interessante!”. Poi davano testimonianza: erano meravigliati delle parole che diceva. E tra di loro osservavano: “Ma guardalo, questo! Che bravo, questo ragazzino che noi conosciamo, com’è diventato bravo! Ma dove avrà studiato, questo?”.
Ma Gesù li ferma e dice loro: «In verità, io vi dico: nessun profeta è bene accettato nella sua patria». Dunque, a quanti lo ascoltavano nella sinagoga all’inizio sembrava una cosa bella e accettavano quello stile di conversazione e di ricevimento. Ma quando Gesù incominciò a dare la parola di Dio si sono infuriati e volevano ucciderlo. Così sono passati da una parte all’altra, perché la parola di Dio è una cosa diversa rispetto alla parola umana, anche della più alta parola umana, la più filosofica parola umana.

Com’è la parola di Dio?
E allora, com’è la parola di Dio? La lettera agli Ebrei, incomincia dicendo che, ai vecchi tempi, Dio ci ha parlato e ha parlato ai nostri padri nei profeti. Ma in questi tempi, alla fine di questo mondo, ci parlò nel Figlio. Ossia, la parola di Dio è Gesù, Gesù stesso. È quello che predica Paolo dicendo: «Fratelli, quando venni da voi non mi presentai ad annunciarvi il mistero di Dio con l’eccellenza della parola o della sapienza. Io ritenni, infatti, di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo e Cristo crocifisso».
Questa è la parola di Dio, l’unica parola di Dio. E Gesù Cristo è motivo di scandalo: la Croce di Cristo scandalizza. E quella è la forza della parola di Dio: Gesù Cristo, il Signore.

Come accogliere la Parola?
Diventa così importante chiederci: “Come dobbiamo ricevere la parola di Dio?”. La risposta è chiara: Come si riceve Gesù Cristo. La Chiesa ci dice che Gesù è presente nella scrittura, nella sua parola. Per questo io consiglio tante volte di portare sempre con sé un piccolo Vangelo - oltretutto comprarlo costa poco - per tenerlo nella borsa, in tasca, e leggere durante la giornata un passo del Vangelo. Un consiglio pratico non tanto “per imparare” qualcosa, ma soprattutto “per trovare Gesù, perché Gesù è proprio nella sua parola, nel suo Vangelo”. Così, ogni volta che io leggo il Vangelo, trovo Gesù.

4,16-21 La cornice della missione di Gesù [5]

Il Mistero dell’Incarnazione cornice della missione di Gesù …
Anche in questi nostri tempi inquieti, il Mistero dell’Incarnazione ci ricorda che Dio sempre ci viene incontro ed è il Dio-con-noi, che passa lungo le strade talvolta polverose della nostra vita e, cogliendo la nostra struggente nostalgia di amore e di felicità, ci chiama alla gioia. Nella diversità e nella specificità di ogni vocazione, personale ed ecclesiale, si tratta di ascoltare, discernere e vivere questa Parola che ci chiama dall’alto e che, mentre ci permette di far fruttare i nostri talenti, ci rende anche strumenti di salvezza nel mondo e ci orienta alla pienezza della felicità.

Tre aspetti
Questi tre aspetti – ascolto, discernimento e vita – fanno anche da cornice all’inizio della missione di Gesù, il quale, dopo i giorni di preghiera e di lotta nel deserto, visita la sua sinagoga di Nazareth, e qui si mette in ascolto della Parola, discerne il contenuto della missione affidatagli dal Padre e annuncia di essere venuto a realizzarla “oggi” (cfr Lc 4,16-21).

… ascoltare
La chiamata del Signore – va detto subito – non ha l’evidenza di una delle tante cose che possiamo sentire, vedere o toccare nella nostra esperienza quotidiana. Dio viene in modo silenzioso e discreto, senza imporsi alla nostra libertà. Così può capitare che la sua voce rimanga soffocata dalle molte preoccupazioni e sollecitazioni che occupano la nostra mente e il nostro cuore.
Occorre allora predisporsi a un ascolto profondo della sua Parola e della vita, prestare attenzione anche ai dettagli della nostra quotidianità, imparare a leggere gli eventi con gli occhi della fede, e mantenersi aperti alle sorprese dello Spirito.
Non potremo scoprire la chiamata speciale e personale che Dio ha pensato per noi, se restiamo chiusi in noi stessi, nelle nostre abitudini e nell’apatia di chi spreca la propria vita nel cerchio ristretto del proprio io, perdendo l’opportunità di sognare in grande e di diventare protagonista di quella storia unica e originale, che Dio vuole scrivere con noi.
Anche Gesù è stato chiamato e mandato; per questo ha avuto bisogno di raccogliersi nel silenzio, ha ascoltato e letto la Parola nella Sinagoga e, con la luce e la forza dello Spirito Santo, ne ha svelato in pienezza il significato, riferito alla sua stessa persona e alla storia del popolo di Israele.
Quest’attitudine oggi diventa sempre più difficile, immersi come siamo in una società rumorosa, nella frenesia dell’abbondanza di stimoli e di informazioni che affollano le nostre giornate. Al chiasso esteriore, che talvolta domina le nostre città e i nostri quartieri, corrisponde spesso una dispersione e confusione interiore, che non ci permette di fermarci, di assaporare il gusto della contemplazione, di riflettere con serenità sugli eventi della nostra vita e di operare, fiduciosi nel premuroso disegno di Dio per noi, di operare un fecondo discernimento.
Ma, come sappiamo, il Regno di Dio viene senza fare rumore e senza attirare l’attenzione (cfr Lc 17,21), ed è possibile coglierne i germi solo quando, come il profeta Elia, sappiamo entrare nelle profondità del nostro spirito, lasciando che esso si apra all’impercettibile soffio della brezza divina (cfr 1Re 19,11-13).

… Discernere
Leggendo, nella sinagoga di Nazareth, il passo del profeta Isaia, Gesù discerne il contenuto della missione per cui è stato inviato e lo presenta a coloro che attendevano il Messia: «Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi, a proclamare l’anno di grazia del Signore» (Lc 4,18-19).
Allo stesso modo, ognuno di noi può scoprire la propria vocazione solo attraverso il discernimento spirituale, un «processo con cui la persona arriva a compiere, in dialogo con il Signore e in ascolto della voce dello Spirito, le scelte fondamentali, a partire da quella sullo stato di vita» [6] (Sinodo dei Vescovi, XV Assemblea Generale Ordinaria, I giovani, la fede e il discernimento vocazionale, II, 2).
Scopriamo, in particolare, che la vocazione cristiana ha sempre una dimensione profetica. Come ci testimonia la Scrittura, i profeti sono inviati al popolo in situazioni di grande precarietà materiale e di crisi spirituale e morale, per rivolgere a nome di Dio parole di conversione, di speranza e di consolazione. Come un vento che solleva la polvere, il profeta disturba la falsa tranquillità della coscienza che ha dimenticato la Parola del Signore, discerne gli eventi alla luce della promessa di Dio e aiuta il popolo a scorgere segnali di aurora nelle tenebre della storia.
Anche oggi abbiamo tanto bisogno del discernimento e della profezia; di superare le tentazioni dell’ideologia e del fatalismo e di scoprire, nella relazione con il Signore, i luoghi, gli strumenti e le situazioni attraverso cui Egli ci chiama. Ogni cristiano dovrebbe poter sviluppare la capacità di “leggere dentro” la vita e di cogliere dove e a che cosa il Signore lo sta chiamando per essere continuatore della sua missione.

… vivere
Infine, Gesù annuncia la novità dell’ora presente, che entusiasmerà molti e irrigidirà altri: il tempo è compiuto ed è Lui il Messia annunciato da Isaia, unto per liberare i prigionieri, ridare la vista ai ciechi e proclamare l’amore misericordioso di Dio ad ogni creatura. Proprio «oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato» (Lc 4,20), afferma Gesù.
La gioia del Vangelo, che ci apre all’incontro con Dio e con i fratelli, non può attendere le nostre lentezze e pigrizie; non ci tocca se restiamo affacciati alla finestra, con la scusa di aspettare sempre un tempo propizio; né si compie per noi se non ci assumiamo oggi stesso il rischio di una scelta. La vocazione è oggi! La missione cristiana è per il presente! E ciascuno di noi è chiamato – alla vita laicale nel matrimonio, a quella sacerdotale nel ministero ordinato, o a quella di speciale consacrazione – per diventare testimone del Signore, qui e ora.
Questo “oggi” proclamato da Gesù, infatti, ci assicura che Dio continua a “scendere” per salvare questa nostra umanità e farci partecipi della sua missione. Il Signore chiama ancora a vivere con Lui e andare dietro a Lui in una relazione di speciale vicinanza, al suo diretto servizio. E se ci fa capire che ci chiama a consacrarci totalmente al suo Regno, non dobbiamo avere paura! È bello – ed è una grande grazia – essere interamente e per sempre consacrati a Dio e al servizio dei fratelli.
Il Signore continua oggi a chiamare a seguirlo. Non dobbiamo aspettare di essere perfetti per rispondere il nostro generoso “eccomi”, né spaventarci dei nostri limiti e dei nostri peccati, ma accogliere con cuore aperto la voce del Signore. Ascoltarla, discernere la nostra missione personale nella Chiesa e nel mondo, e infine viverla nell’oggi che Dio ci dona.
Maria Santissima, la giovane fanciulla di periferia, che ha ascoltato, accolto e vissuto la Parola di Dio fatta carne, ci custodisca e ci accompagni sempre nel nostro cammino.


NOTE
[1] Omelia, Messa crismale, Buenos Aires 20 marzo 2008, in J.M. BERGOGLIO - PAPA FRANCESCO, Nei tuoi occhi è la mia parola. Omelie e discorsi di Buenos Aires. 1999-2013. Introduzione e cura di Antonio Spadaro S.I., Rizzoli, Milano 2016, 606-608.
[2] Omelia nella Messa crismale, Buenos Aires 9 aprile 2009, in J.M. BERGOGLIO - PAPA FRANCESCO, Nei tuoi occhi è la mia parola. Omelie e discorsi di Buenos Aires. 1999-2013. Introduzione e cura di Antonio Spadaro S.I., Rizzoli, Milano 2016, 693-696.
[3] Il paco è una droga ricavata dagli scarti delle foglie di coca. In Argentina è considerato la sostanza stupefacente più pericolosa in circolazione, essendo fabbricato con un mix di scarti di cocaina, veleno per topi, kerosene e diversi solventi industriali. (n.d.r)
[4] Meditazione, 1 settembre 2014.
[5] Ascoltare, discernere, vivere la chiamata del Signore, Messaggio per la 55 giornata mondiale di preghiera per le vocazioni 2018, 3 dicembre 2017.
[6] Sinodo dei Vescovi, XV Assemblea Generale Ordinaria, I giovani, la fede e il discernimento vocazionale, II, 2.