Non hanno più vino

II domenica tempo ordinario C

Franco Galeone


Prima lettura: Gioirà lo sposo per la sposa (Is 62, 1). Seconda lettura: L’unico e medesimo Spirito distribuisce a ciascuno come vuole (1 Cor 12, 4). Terza lettura: Così Gesù diede inizio ai suoi miracoli in Cana di Galilea (Gv 2, 1)

1. La domenica “delle nozze a Cana”. Le tre letture bibliche di questa domenica, a prima vista, sembrano slegate tra di loro. Invece un filo rosso le lega profondamente: è l’invito a entrare nel progetto di Dio. Dio vuole unire a sé i suoi figli, e questa verità ci viene comunicata attraverso la bella immagine delle nozze. Si tratta di una rivelazione di Gesù; Cana è il primo segno; qui inizia la manifestazione della gloria di Gesù, anche se la sua gloria totale sarà rivelata solo dalla morte.

2. Il racconto di Giovanni è davvero gustoso: nell’osservazione relativa alla stravaganza dell’ospite di Cana che serve il vino buono alla fine del banchetto, il racconto acquista anche un tono ironico. Lo leggiamo dunque con piacere, ma attenzione: il racconto di Giovanni è ricco di simbologie; difatti egli chiama tutti i miracoli di Gesù “segni … semeia”, proprio a motivo di questo metalinguaggio. Il fatto che Maria dica a Gesù che i convitati non hanno più vino, ci rivela una “donna” attenta ai minimi particolari di un banchetto, ma significa pure, sul piano simbolico, che il popolo è privo del vino della felicità e della sapienza, che è in atteggiamento da povero, in attesa del dono di Dio. “Non hanno più vino!”. L’uomo ha bisogno di Dio, i nostri pozzi sono screpolati, la nostra acqua è inquinata, la nostra vita “fa acqua” da tutte le parti. Come un masso precipitato nel burrone, siamo incapaci di ritornare sulla cima. A Cana, come sul Calvario, si attua per Maria un passaggio ad una sfera superiore: a Cana, dal ruolo di madre terrena a collaboratrice nella fede; sul Calvario, da madre di Gesù a madre dei discepoli di Cristo; per il miracolo operato grazie al suo intervento, i discepoli credono in Cristo; per il dono di Gesù morente, il discepolo prende Maria con sé come madre. L’intervento di Maria ci ricorda il suo ruolo nella storia della chiesa e di ogni credente. Ad Iesum per Mariam!

3. Premesso che il matrimonio presso gli ebrei durava da 5 a 7 giorni, e che gli apostoli non si fecero pregare per mangiare e bere, notiamo subito che Gesù manifesta la sua gloria, inizia la sua missione non attraverso una lezione di catechismo, un congresso eucaristico, una solenne enciclica, ma in un banchetto, in un matrimonio, un fatto della vita, una situazione per nulla sacrale. Un banchetto di nozze, un po’ di allegria, qualche bicchiere in più del previsto: tutto qui. E’ quasi scandaloso che Gesù faccia il suo “primo” miracolo durante un banchetto. Ancora del vino, perché non cessi l’allegria! Questo significa che tutto è sotto lo sguardo di Dio, i nostri poveri giorni, le nostre povere gioie e dolori. Scandalizziamoci pure: anche un bicchiere di buon vino in più serve a ricordarci che Dio ci è vicino. La vera identità di Dio è quella della gioia e della vita, dell’amore e della famiglia. Dio non è il guastafeste della nostra vita! “Tutto è grazia” è la splendida frase che chiude il Diario di un curato di campagna, di Bernanos. Non siamo chiamati a cose eccezionali, ma a vivere con attenzione la vita. Sì, perché quanti furono a quel banchetto a riconoscere fra loro la presenza di Dio?

4. Il brano evangelico ci parla di questo buon vino, provveduto miracolosamente da Cristo, ad una mensa dove tutti erano già brilli, dove, dunque, non era un elemento necessario ma gratuito. Su questa “gratuità” conviene riflettere. Noi stiamo scontando un errore, quello di avere inserito la nostra fede dentro i meccanismi della necessità razionale, della dimostrazione sillogistica. Abbiamo perciò offerto l’immagine di un Dio necessario come architetto del mondo, come fine ultimo delle cose, come giudice del bene e del male. Questo Dio biblico, pieno di gesti imprevedibili, di iniziative amorose, lo abbiamo irrigidito nel principio metafisico dell’essere supremo e del motore immobile. Abbiamo così creduto di armare la nostra attività religiosa con argomenti invincibili per dimostrare che Dio esiste. E così abbiamo anche inserito la chiesa dentro i meccanismi dell’ordine giuridico e dell’ordine politico, arrivando alla convinzione che senza di noi il mondo non va avanti, che noi abbiamo la risposta per tutti i problemi: siamo tuttologi! Qualunque problema la società si ponga, tocca a noi rispondere: siamo necessari, terribilmente necessari! Se gli altri non ascoltano, è perché sono smarriti nel loro peccato, sono diventati “massa damnationis”. Poi, cosa è avvenuto? Questa presunta necessità non regge alla prova dei fatti: il mondo va avanti senza di noi, procede “etsi Deus non daretur”. E questo ci produce un pauroso senso di frustrazione. Uno che si riteneva necessario e si accorge di essere superfluo, vive nell’angoscia. Ci affanniamo a dimostrare che senza di noi si fanno follie, ma in realtà la gente ci ascolta sempre meno. Che significa questo?

5. Proviamo a rispondere, alla luce del Vangelo di questa domenica. Al banchetto di nozze, Gesù era un invitato, come gli apostoli, come la madre Maria. Il banchetto si era organizzato senza di loro, né essi se ne rammaricavano. Ma il vino, il vino del miracolo entrò all’improvviso a rallegrare la mensa, a togliere dall’imbarazzo gli sposi. E’ un gesto semplice, non necessario: erano già tutti brilli, dice il Vangelo. Ecco, il regno di Dio è un vino gratuito che entra nella mensa dell’uomo. Come l’amore, che è gratuito! Tutti voi, che avete avuto esperienza dell’amore, sapete come i vincoli dell’amore, che poi sono diventati stabili, sono nati da un caso; e tuttavia le cose gratuite diventano le più necessarie. Così anche la salvezza gratuita di Dio finisce per diventare necessaria: senza questo vino, senza questo amore paziente di Dio, cosa sarebbe la nostra tavola, la nostra vita? Vivremmo da orfani! Uno che è nato orfano, potrebbe andare una vita intera senza sentire la privazione dell’amore. Ma chi ha conosciuto l’amore, non può rassegnarsi alla sua privazione. Avere sperimentato l’amore gratuito di Dio, significa entrare in un ordine che nessun filosofo o teologo dimostrerà necessario o razionale. Io non ho argomenti per dimostrare a chi non crede che Dio ama l’uomo; per chi non crede, mille prove non costituiscono una sola prova; per chi crede, mille dubbi non metteranno mai in dubbio la sua fede.

6. Gli uomini sono in grado di cercare la giustizia, la pace, la fraternità; i cristiani non devono mortificare o squalificare le possibilità umane, come se la creazione fosse tutta paralizzata senza di loro. Dio illumina ogni uomo che viene in questo mondo; nella storia del passato e del presente, ci sono stati e ci sono uomini straordinari, che non appartengono alla “chiesa”, ma al “regno” di Dio. Noi abbiamo creduto che, per la salvezza, sia necessario che l’uomo ami Dio, mentre è necessario che Dio ami l’uomo, e questo Dio ama l’uomo anche laddove finiscono le nostre verifiche, anche oltre l’ultimo rantolo dell’agonia. C’è un amore che ci circonda. Questo è il grande annuncio, che non annulla la nostra responsabilità. Forse che nell’amore ci sono leggi che obbligano a corrispondere? O è l’amore che da sé le cerca con libera necessità? Forse che in una famiglia permeata di amore c’è il codice penale e civile a portata di mano? Oppure le leggi non vengono nemmeno pensate perché tutte vengono assorbite e superate dall’amore? Dio ci ama! Quando uno sa questo, le leggi non lo interessano più. “Ama et fac quod vis!”. L’amore rende le leggi serene e dolci, tanto che non si avvertono nemmeno; si compiono sacrifici che fanno paura a chi li vede dal di fuori; ma che per chi li vive, rientrano semplicemente nel ritmo della spontaneità. Noi cristiani abbiamo perduto questo sapore del vino; abbiamo devastato la mensa dell’uomo imponendo galatei impossibili, e alla fine ci è mancato il vino! Abbiamo tolto dal cuore dell’uomo la fiducia in se stesso; abbiamo regolato la spontaneità dell’amore con leggi terribili, e alla fine siamo apparsi come gli organizzatori della severità della vita. Ma il nostro compito è di portare non la legge ma la grazia. Un credente si distingue dagli altri perché sperimenta la gratuità dell’amore: è un perdonato da Dio che si impegna a perdonare i fratelli, è un amato da Dio che trova necessario amare i fratelli, è un salvato da Dio che lavora per salvare i fratelli. BUONA VITA!

APPROFONDIMENTO: NON HANNO VINO (Gv 2,3)

Dall’etica della ragione all’etica del cuore

Etica, fede e vita

1. Spesso incontriamo persone che si lamentano per la mancanza di credibilità che ha la Chiesa. Il fatto è che, coloro che si lamentano di questo, hanno ragione di farlo. Poiché forse mai come ora le istituzioni religiose si sono viste così carenti di credibilità. Mentre la fede in Dio e il desiderio di spiritualità permangono nella maggior parte delle persone, la fede nella Chiesa e il senso di appartenenza ad essa diminuiscono di giorno in giorno. Andiamo a gran velocità verso una “spiritualità senza Chiesa”.

2. Questo fatto ci permette di capire dove e in che cosa s’è rivelato uno degli aspetti più sconcertanti dell’etica di Cristo. Lo spiegherò analizzando il primo dei “segni” che Gesù realizzò nella sua vita pubblica. Prima di tutto, bisogna dire qualcosa sui “segni”. Il vangelo di Giovanni inizia con queste parole: “Questo a Cana di Galilea fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù” (Gv 2,11) e termina con queste parole: “Gesù in presenza dei suoi discepoli fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro” (Gv 20, 30 - 31).

3. Secondo quanto qui si dice, tale attività è consistita in una serie di “segni”, che rimasero scritti perché tali segni producono “fede” e questa fede dà “vita”. Abbiamo pertanto tre parole chiave: “segni”, “fede” e “vita”. Gesù faceva cose che avevano un significato. Perciò, tali cose si chiamano “segni”. Segni che producevano una profonda esperienza, che è la fede. In definitiva, ciò che Gesù voleva era dare vita, perciò curava gli infermi, dava da mangiare agli affamati, accoglieva gli stranieri e gli esclusi sociali, trattava con rispetto e delicatezza le donne, i bambini, i peccatori e prometteva è la vita “etema” (Mt 25, 46; Mc 10, 30; Lc 18, 30; Gv 3, l5. l6. 36; 4, 14. 36; 5, 24. 39; 6, 27. 40. 54. 68; l2, 25. 50; l7, 2. 3), cioè una vita senza limite alcuno, che non finirà nemmeno con la morte.

4. Ebbene, ciò che genera questo meraviglioso progetto, sono i “segni” che Gesù faceva. Cosa intende dire il vangelo di Giovanni quando parla di questi “segni”? Il testo greco del Vangelo utilizza la parola semeíon, che indica un’azione che è un segnale o un distintivo che assicura, constata e conferma. A differenza dei miracoli, azioni di potenza, i “segni” sono azioni che confermano la presenza di un profeta inviato da Dio e che suscitano la fede (cf. Es 4,1; 9,3).

5. È importante ricordare queste cose. Perché sono la risposta adeguata a coloro che si lamentano della poca credibilità che oggi ha la Chiesa, specialmente i suoi capi, le sue gerarchie. Quali “segni” presentano queste gerarchie di fronte a tante persone che oggi rifiutano la Chiesa? Tali capi religiosi, sono “profeti” che suscitano la fede nella gente o sono “funzionari” che vigilano sull’ortodossia e il prestigio dell’istituzione clericale?

6. Dobbiamo sapere che l’acqua che Gesù trasformò in vino non era acqua per usi domestici, profani, cioè non era acqua per la vita (bere, cucinare, lavarsi, irrigare... ), ma si trattava di un’acqua per la religione. Il Vangelo lo indica espressamente: “Vi erano là sei anfore di pietra per la purificazione rituale dei Giudei” (Gv 2, 6). Pertanto, circa seicento litri d’acqua, in contenitori di pietra. Si esprime cosi. in linguaggio metaforico, l’enormità e la pesantezza della religione, nella quale “la purezza, più che la giustizia, s’è trasformata nello strumento cardine della salvezza” (Dodd). Perciò nella prima occasione che ebbe (secondo Giovanni), Gesù soppresse l’acqua della religione e la converti nel generoso vino della vita, segno dell’abbondanza di vita e della gioia di vivere, come avevano annunciato gli antichi profeti (Am 9, 13; Os 2, 24; Gl 4, 18; Is 29, 17; Ger 31, 5).

7. Il classico studio di Charls Harold Dodd lo spiega chiaramente: “L’evangelista ci dà una pista quando dice che le anfore di pietra stavano lì “per la purificazione dei giudei”. Esse rappresentano tutto il sistema dell’osservanza rituale ebraica. Con la venuta di Gesù il vecchio ordine religioso è rimpiazzato da un ordine nuovo. In definitiva, ciò che Gesù ha voluto dire, mediante il primo dei  segni che ha realizzato nella sua vita, fu che il vecchio ordine religioso era terminato. A partire da allora Dio manifesta la sua “gloria” (doxa) (Gv 2,11) in altro modo: non attraverso rituali religiosi e purificazioni sacre, ma  nella vita, nella gioia della vita.

8. La presenza di Gesù alle nozze di Cana è stata collegata, nella predicazione popolare, al sacramento del matrimonio, cosa che è assolutamente impensabile. Nemmeno è al centro del racconto la presenza e l’intervento di Maria, la madre di Gesù. Né il riferimento dello stesso Gesù al fatto che non è arrivata ancora la “sua ora” (Gv 2,4). Questi dati non sono serviti che a distrarre l’attenzione da ciò che è la chiave di comprensione del racconto.

9. E tale chiave sta in un fatto che Gesù ha trasformato l’acqua in vino, non un’acqua qualsiasi, ma precisamente l’acqua della religione, l’acqua di quelle purificazioni rituali che gli ebrei usano quando lavano vasi, giare, pentole (Mc 7, 3-4). Ebbene, in tale situazione e in tale contesto d’idee e sentimenti sacri, Gesù ha soppresso l’acqua della religione e l”ha trasformata in vino di festa. L’insegnamento di fondo di questo racconto è geniale: non porre la tua fede nella magica efficacia che possono avere i rituali religiosi; poni la tua fede solamente nell’amore, dove la gioia dell’affetto condiviso si tocca e si rende visibile.

10. Il racconto delle nozze di Cana termina dicendo che questo fu il primo segno che fece Gesù, che così manifestò la sua “gloria” (doxa) e i suoi discepoli cedettero in lui (Gv 2,11). La “gloria” di Dio, secondo le credenze religiose degli antichi, si metteva in evidenza soprattutto nel tempio, nel clamore degli angeli e tra il fumo bianco della solennità liturgica (Is 6,1). È più o meno quel che molta gente sente quando assiste emozionata alla grandiosa liturgia delle nostre cattedrali o delle nostre abbazie monastiche. Eppure, il Vangelo di Gesù ci dice un’altra cosa: la “gloria” di Dio si manifesta nella gioia della festa e nell’allegria degli amanti che condividono il miglior vino. Questo è così umano! E proprio per questo è così divino.

13. Dai tempi lontani, ci viene predicata l’etica del dovere e della rinuncia, la morale del sacrificio e della mortificazione, della vittoria su se stessi, della sopportazione e della pazienza, della privazione di tutto ciò ch’è buono, della negazione del godimento che procura l’amore tra gli esseri umani. Il noto storico Jean Delumeau, nel suo eccellente studio su Il peccato e la paura, ha studiato fino a che punto la predicazione ecclesiastica ha rifiutato o colpevolizzato per secoli tutto ciò che procura divertimento e gioia. Da san Girolamo fino a san Bernardino da Siena è stata ripetuta costantemente questa cupa affermazione: Ridere ed esultare con questo mondo non s’addice a una persona sensata, ma a un frenetico. E Grignon de Montfort faceva cantare alle ragazze che entravano nei conventi: Bere, mangiare, dormire, ridere, tutto questo dev’essere per noi un gran martirio. Il nocciolo del problema sta nel fatto che l’obbligo religioso non solo è stato dissociato dal bisogno umano, ma (il che è peggio) entrambe le cose si sono contrapposte fino al punto di renderle incompatibili. Questa è la rivoluzione portata da Gesù nella storia delle tradizioni religiose:  per diventare come dio occorre diventare umani, sempre più umani, passare dall’etica del dovere e dei sacri principi a quella della responsabilità e solidarietà: di sacro c’è solo la persona, la vita, la natura.

(a cura del gruppo biblico ebraico-cristiano )