Maestro,

che dobbiamo fare?

Terza Domenica di Avvento C

a cura di Franco Galeone *

 Gioia

1. La domenica “della gioia”. C’è la gioia annunciata da Sofonia, che nasce dalla fede nella presenza del Signore in mezzo a noi (prima lettura). C’è la gioia che Paolo augura ai cristiani di Filippi, che proviene dalla fede nel Signore, dalla cordialità dei rapporti umani, dalla preghiera fiduciosa (seconda lettura). Anche il vangelo indica la via alla gioia, attraverso la condivisione dei beni, la serenità di avere compiuto il proprio dovere (terza lettura).

2. Abbiamo creduto che per essere felici occorreva solo il benessere; ora, raggiunto il benessere, siamo vittime del malessere; abbiamo creduto che i tabù sessuali fossero causa di repressione, ma dalla liberazione sessuale del complesso di Edipo e di ogni complesso siamo approdati non alla libertà ma al libertinaggio liberticida. La maga Circe, dopo averci incantati nella sua isola Eea, ora butta giù la maschera, e ci ritroviamo sub-uomini (Odissea, X). “Dal solo uomo” siamo giunti “all’uomo solo”, disperato o eutanasiato perché senza significato; campione senza valore, che l’ostetrico spedisce al becchino.

3. Ma tutti questi fallimenti non fanno altro che dimostrare che “il-di-più” è costitutivo dell’uomo, che quello che manca non è l’avere ma l’essere. Dobbiamo a G. Marcel una distinzione che rischiara le nostre riflessioni: l’uomo ha bisogno non solo di “espoir”, cioè speranza di avere di più, di sapere di più, di potere di più, ma anche di “espérance”, cioè speranza di essere di più, in un futuro di comunione, di civiltà dell’amore, di cultura della vita (in Homo viator,). Può Dio disattendere questo bisogno, questo grido che sale dal fondo più profondo del nostro io? Se lo facesse, non ci troveremmo davanti al Dio biblico ma al Giove di Les mouches, di J. P. Sartre, che resta indifferente nei suoi spazi, o che talvolta getta uno sguardo su questa terra di lupi, su questa aiuola che ci fa tanto feroci. E se invece Dio squarciasse i cieli e scendesse a salvare l’uomo, ridotto a cosa impura, a panno immondo, ingiallito come foglie d’inverno? Natale è proprio questo: il passo più audace di Dio per salvare l’uomo. Il Dio biblico, non motore immobile, pensiero del pensiero, inaccessibile e inossidabile nella sua olimpica altezza! Dio Padre ci ama tanto da regalarci il suo unico Figlio. L’avvento è questo tempo forte e privilegiato per scoprire la profondità e l’altezza di questo paziente amore di Dio.

4. Cosa fare? Ce lo dice Giovanni il Battista. La sua parola indica due direzioni: anzitutto cambiare nella vita morale; alla folla che sfila davanti a lui, Giovanni comanda la condivisione (Chi ha due tuniche, ne dia una a chi non ne ha), la giustizia (Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato), il rispetto (Non maltrattate). Il messaggio di Giovanni Battista presenta un messaggio di onestà, che in quella società si doveva considerare “normale”. Per questo non misero Giovanni in carcere per aver denunciato delle ingiustizie, ma a causa degli scandali sessuali di Erode. Una società si perverte quando un numero consistente di cittadini arriva a pensare che è logico trarre il maggior profitto a qualsiasi costo. Questa è una società corrotta. Nella società dell’Impero romano, il 2-3 per cento della popolazione possedeva all’incirca la maggior parte della ricchezza. Quando una simile disuguaglianza si considera “normale”, questa è corruzione pura e dura. Corruzione integrata nella “cultura”. Gesù ha presentato un programma che, se fosse seguito, cambierebbe il volto della terra. Se in Europa o negli Stati Uniti continuiamo a votare governanti corrotti e corruttori, viviamo in una società cristiana o continuiamo a vivere nella società dell’Impero, che si riproduce senza fine? Chi prende sul serio il Vangelo?

5. Cosa dobbiamo fare davanti a un mondo dove i poveri sono sempre più poveri e i ricchi sempre più ricchi? Certo, dividere quello che abbiamo con chi non ha nulla, non accumulare il superfluo, non lasciarsi bruciare dall’ansia di possedere, sacrificando sentimenti e persone. Ma tutto questo è sufficiente? Giovanni il Battista annuncia: “Vi battezzerà in fuoco e Spirito”. Questo significa che non è più sufficiente dare tunica o cibo a chi è povero. Cristo ci chiede di più. Indossare le attese e le difficoltà, le ansie e le gioie di quanti incrociamo sulla nostra strada. Passare con il cuore e la mente, non solo con qualche aiuto economico o assistenziale, dalla parte degli altri. Insomma, passare dal battesimo di acqua a quello di fuoco! Non si tratta di abbandonare il mondo; ciascuno resti al proprio posto; il cambiamento non è nelle cose, ma nel cuore! L’impegno morale non è un optional, ma una necessità del Vangelo; anche le lettere di Paolo, dopo la parte teologica, contengono una parte morale dedicata al vivere quotidiano. Il “fare” ha la sua importanza; non ogni comportamento è compatibile. Oggi tendiamo un po’ tutti ad evitare le esigenze etiche. Dimentichiamo che come non è lecito costruirci un Dio a nostra immagine, così non ci è lecito inventarci una morale a nostro uso e consumo. La morale, dico, non il moralismo, che opprime e rende schiavi. La vera morale altro non è che una risposta all’amore di Dio.Buona vita!

* Gruppo biblico ebraico-cristiano