Ascoltare il grido

XXX Domenica T.O (B)

papa Francesco

a cura di Gianfranco Venturi 

bartimeo-ico

10,46-52 La tua fede ti ha salvato [1]

Chiamati al colloquio della vita
Come il popolo d’Israele è stato liberato grazie alla paternità di Dio, così Bartimeo è stato liberato grazie alla compassione di Gesù. Gesù è appena uscito da Gerico. Nonostante abbia appena iniziato il cammino più importante, quello verso Gerusalemme, si ferma ancora per rispondere al grido di Bartimeo. Si lascia toccare dalla sua richiesta, si fa coinvolgere dalla sua situazione. Non si accontenta di fargli l’elemosina, ma vuole incontrarlo di persona. Non gli dà né indicazioni né risposte, ma pone una domanda: “Che cosa vuoi che io faccia per te?” (Mc 10,51). Potrebbe sembrare una richiesta inutile: che cosa potrebbe desiderare un cieco se non la vista? Eppure, con questo interrogativo fatto “a tu per tu”, diretto ma rispettoso, Gesù mostra di voler ascoltare le nostre necessità. Desidera con ciascuno di noi un colloquio fatto di vita, di situazioni reali, che nulla escluda davanti a Dio. Dopo la guarigione il Signore dice a quell’uomo: “La tua fede ti ha salvato” (v. 52). È bello vedere come Cristo ammira la fede di Bartimeo, fidandosi di lui. Lui crede in noi, più di quanto noi crediamo in noi stessi.

Chiamati a porre l’uomo a contatto con la misericordia

C’è un particolare interessante. Gesù chiede ai suoi discepoli di andare a chiamare Bartimeo. Essi si rivolgono al cieco usando due espressioni, che solo Gesù utilizza nel resto del Vangelo. In primo luogo gli dicono: “Coraggio!”, con una parola che letteralmente significa “abbi fiducia, fatti animo!”. In effetti, solo l’incontro con Gesù dà all’uomo la forza per affrontare le situazioni più gravi. La seconda espressione è “Alzati!”, come Gesù aveva detto a tanti malati, prendendoli per mano e risanandoli. I suoi non fanno altro che ripetere le parole incoraggianti e liberatorie di Gesù, conducendo direttamente a lui, senza prediche. A questo sono chiamati i discepoli di Gesù, anche oggi, specialmente oggi: a porre l’uomo a contatto con la Misericordia compassionevole che salva. Quando il grido dell’umanità diventa, come in Bartimeo, ancora più forte, non c’è altra risposta che fare nostre le parole di Gesù e soprattutto imitare il suo cuore. Le situazioni di miseria e di conflitto sono per Dio occasioni di misericordia. Oggi è tempo di misericordia!

La tentazione della spiritualità del miraggio
Ci sono però alcune tentazioni per chi segue Gesù. Il Vangelo di oggi ne evidenzia almeno due. Nessuno dei discepoli si ferma, come fa Gesù. Continuano a camminare, vanno avanti come se nulla fosse. Se Bartimeo è cieco, essi sono sordi: il suo problema non è il loro problema. Può essere il nostro rischio: di fronte ai continui problemi, meglio andare avanti, senza lasciarci disturbare. In questo modo, come quei discepoli, stiamo con Gesù, ma non pensiamo come Gesù. Si sta nel suo gruppo, ma si smarrisce l’apertura del cuore, si perdono la meraviglia, la gratitudine e l’entusiasmo e si rischia di diventare “abitudinari della grazia”. Possiamo parlare di lui e lavorare per lui, ma vivere lontani dal suo cuore, che è proteso verso chi è ferito. Questa è la tentazione: una “spiritualità del miraggio”: possiamo camminare attraverso i deserti dell’umanità senza vedere quello che realmente c’è, bensì quello che vorremmo vedere noi; siamo capaci di costruire visioni del mondo, ma non accettiamo quello che il Signore ci mette davanti agli occhi. Una fede che non sa radicarsi nella vita della gente rimane arida e, anziché oasi, crea altri deserti.

La tentazione di una fede da tabella
C’è una seconda tentazione, quella di cadere in una “fede da tabella”. Possiamo camminare con il popolo di Dio, ma abbiamo già la nostra tabella di marcia, dove tutto rientra: sappiamo dove andare e quanto tempo metterci; tutti devono rispettare i nostri ritmi e ogni inconveniente ci disturba. Rischiamo di diventare come quei “molti” del Vangelo che perdono la pazienza e rimproverano Bartimeo. Poco prima avevano rimproverato i bambini (cfr 10,13), ora il mendicante cieco: chi dà fastidio o non è all’altezza è da escludere. Gesù invece vuole includere, soprattutto chi è tenuto ai margini e grida a Lui. Costoro, come Bartimeo, hanno fede, perché sapersi bisognosi di salvezza è il miglior modo per incontrare Gesù.

Unirsi a coloro che camminano con Gesù
E alla fine Bartimeo si mette a seguire Gesù lungo la strada (cfr v. 52). Non solo riacquista la vista, ma si unisce alla comunità di coloro che camminano con Gesù. Carissimi Fratelli sinodali, noi abbiamo camminato insieme. Vi ringrazio per la strada che abbiamo condiviso con lo sguardo rivolto al Signore e ai fratelli, nella ricerca dei sentieri che il Vangelo indica al nostro tempo per annunciare il mistero di amore della famiglia. Proseguiamo il cammino che il Signore desidera. Chiediamo a lui uno sguardo guarito e salvato, che sa diffondere luce, perché ricorda lo splendore che lo ha illuminato. Senza farci mai offuscare dal pessimismo e dal peccato, cerchiamo e vediamo la gloria di Dio, che risplende nell’uomo vivente.

10,46-52 Di che tipo siamo? [2]

Il grido del cieco
Gesù andava con i suoi discepoli e con la gente che lo seguiva perché lui parlava come un maestro, con autorità propria”. Bartimèo, un uomo cieco, sentì rumore e domandò: “Ma cosa succede?”. Era Gesù. E così Bartimèo incominciò a gridare e gridava fortemente facendo un atto di fede: “Gesù, Figlio di Davide, abbi pietà di me”. Le sue parole sono proprio un atto di fede. Ma fra la gente che era lì con Gesù, ognuno aveva la sua personalità, il suo modo di vedere la vita, di sentire la vita.

La reazione della gente
Anzitutto, c’è un gruppo di gente che non sentiva il grido dell’uomo cieco. È quel gruppo di gente che, anche oggi, non sente il grido dei tanti che hanno bisogno di Gesù. Insomma è un gruppo di indifferenti: non sentono, credono che la vita sia il loro gruppetto lì; sono contenti, sono sordi al clamore di tanta gente che ha bisogno di salvezza, che ha bisogno dell’aiuto di Gesù, che ha bisogno della Chiesa. Questa è gente egoista, vive per se stessa, incapace di sentire la voce di Gesù.
Poi ci sono quelli che sentono questo grido che chiede aiuto, ma vogliono farlo tacere. E infatti Marco nel suo Vangelo riferisce che in tanti rimproverarono Bartimèo per farlo tacere, dicendogli di non gridare e di lasciare il maestro tranquillo. Lo fanno anche i discepoli. Quando i discepoli allontanarono i bambini, appunto perché non scomodassero il maestro. Perciò anche i discepoli cercarono di far tacere Bartimèo, perché il maestro era loro, era per loro, non era per tutti. Così facendo questa gente allontana da Gesù quelli che gridano, che hanno bisogno di fede, che hanno bisogno di salvezza.
C’è poi un altro gruppo, composto dagli affaristi: erano religiosi, sembra, ma Gesù li ha cacciati via dal tempio perché facevano affari lì, nella casa di Dio. Si tratta di persone che non sentono, non vogliono sentire il grido di aiuto, ma preferiscono fare i loro affari e usano il popolo di Dio, usano la Chiesa, per fare i propri affari. Anche questi affaristi allontanano la gente di Gesù e non lasciano che le persone chiedano aiuto.
Un altro gruppo che allontana la gente di Gesù sono i cristiani soltanto di nome, senza testimonianza, che non danno testimonianza di cristiani. Sì, sono cristiani di nome, cristiani da salotto, cristiani da ricevimenti, ma la loro vita interiore non è cristiana, è mondana”. E uno che si dice cristiano e vive come un mondano allontana quelli che gridano “aiuto” a Gesù.
E, ancora, ci sono i rigoristi, quelli che Gesù rimprovera perché caricano tanti pesi sulle spalle della gente. E Gesù dedica loro tutto il capitolo 23 di san Matteo. A loro dice ipocriti, sfruttate la gente!.Difatti, invece di rispondere al grido che chiede salvezza allontanano la gente.
Il primo gruppo è composto da quelli che non sentono. Del secondo, invece, fa parte tanta gente diversa, differente che sente la chiamata, ma allontana da Gesù. E c’è anche un terzo gruppo e sono quelli che aiutano ad avvicinarsi a Gesù e che a Bartimèo dicono: “Coraggio, alzati, ti chiama!”. È il gruppo dei cristiani che hanno coerenza fra quello che credono e quello che vivono e aiutano ad avvicinarsi a Gesù la gente che grida chiedendo salvezza, chiedendo la grazia, chiedendo la salute spirituale per la propria anima.

Un esame di coscienza
Ci farà bene domandarci: Io in che gruppo sono? Nel primo, tra quelli che non sentono le tante grida che chiedono aiuto di salvezza? Mi occupo soltanto del mio rapporto con Gesù, chiuso, egoistico? Appartengo al secondo gruppo, tra quelli che allontanano la gente da Gesù, sia per mancanza di coerenza di vita, mancanza di testimonianza, sia per essere attaccati molto ai soldi, sia per rigidità?. E ancora: Allontano la gente da Gesù? O appartengo al terzo gruppo, tra quelli che sentono il grido di tante gente e aiuto ad avvicinarsi a Gesù? A queste domande ognuno di noi può rispondere nel suo cuore.

10,46-52 Siamo tutti ciechi [3]

Noi pure ciechi
Questo brano di Vangelo ha un grande valore simbolico, perché ognuno di noi si trova nella situazione di Bartimeo. La sua cecità lo aveva portato alla povertà e a vivere ai margini della città, dipendendo dagli altri in tutto. Anche il peccato ha questo effetto: ci impoverisce e ci isola. È una cecità dello spirito, che impedisce di vedere l’essenziale, di fissare lo sguardo sull’amore che dà la vita; e conduce poco alla volta a soffermarsi su ciò che è superficiale, fino a rendere insensibili agli altri e al bene. Quante tentazioni hanno la forza di annebbiare la vista del cuore e di renderlo miope! Quanto è facile e sbagliato credere che la vita dipenda da quello che si ha, dal successo o dall’ammirazione che si riceve; che l’economia sia fatta solo di profitto e di consumo; che le proprie voglie individuali debbano prevalere sulla responsabilità sociale! Guardando solo al nostro io, diventiamo ciechi, spenti e ripiegati su noi stessi, privi di gioia e privi di libertà. È così brutto!

… ma Gesù, la Luce, si ferma accanto a noi
Ma Gesù passa; passa e non va oltre: “si fermò”, dice il Vangelo (v. 49). Allora un fremito attraversa il cuore, perché ci si accorge di essere guardati dalla Luce, da quella Luce gentile che ci invita a non rimanere rinchiusi nelle nostre scure cecità. La presenza vicina di Gesù fa sentire che lontani da Lui ci manca qualcosa di importante. Ci fa sentire bisognosi di salvezza, e questo è l’inizio della guarigione del cuore. Poi, quando il desiderio di essere guariti si fa audace, conduce alla preghiera, a gridare con forza e insistenza aiuto, come ha fatto Bartimeo: “Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!” (v. 47).

La tentazione di rimanere seduti
Purtroppo, come quei “molti” del Vangelo, c’è sempre qualcuno che non vuole fermarsi, che non vuole essere disturbato da chi grida il proprio dolore, preferendo far tacere e rimproverare il povero che dà fastidio (cfr v. 48). È la tentazione di andare avanti come se nulla fosse, ma in questo modo si rimane distanti dal Signore e si tengono lontani da Gesù anche gli altri. Riconosciamo di essere tutti mendicanti dell’amore di Dio, e non lasciamoci sfuggire il Signore che passa. “Ho paura del Signore che passa”, diceva sant’Agostino. Paura che passi e io lo lasci passare. Diamo voce al nostro desiderio più vero: “[Gesù], che io veda di nuovo!” (v. 51). Questo Giubileo della Misericordia è tempo favorevole per accogliere la presenza di Dio, per sperimentare il suo amore e ritornare a Lui con tutto il cuore. Come Bartimeo, gettiamo via il mantello e alziamoci in piedi (cfr v. 50): buttiamo via, cioè, quello che impedisce di essere spediti nel cammino verso di Lui, senza paura di lasciare ciò che ci dà sicurezza e a cui siamo attaccati; non rimaniamo seduti, rialziamoci, ritroviamo la nostra statura spirituale - in piedi - la dignità di figli amati che stanno davanti al Signore per essere da Lui guardati negli occhi, perdonati e ricreati. E la parola forse che oggi arriva nel nostro cuore, è la stessa della creazione dell’uomo: “Alzati!”. Dio ci ha creati in piedi: “Alzati!”.

I pastori chiamati ad ascoltare il grido…
Oggi più che mai, soprattutto noi Pastori siamo anche chiamati ad ascoltare il grido, forse nascosto, di quanti desiderano incontrare il Signore. Siamo tenuti a rivedere quei comportamenti che a volte non aiutano gli altri ad avvicinarsi a Gesù; gli orari e i programmi che non incontrano i reali bisogni di quanti si potrebbero accostare al confessionale; le regole umane, se valgono più del desiderio di perdono; le nostre rigidità che potrebbero tenere lontano dalla tenerezza di Dio. Non dobbiamo certo sminuire le esigenze del Vangelo, ma non possiamo rischiare di rendere vano il desiderio del peccatore di riconciliarsi con il Padre, perché il ritorno a casa del figlio è ciò che il Padre attende prima di tutto (cfr Lc 15,20-32).

… e dire: “Coraggio! Alzati, ti chiama”
Le nostre parole siano quelle dei discepoli che, ripetendo le stesse espressioni di Gesù, dicono a Bartimeo: “Coraggio! Alzati, ti chiama” (v. 49). Siamo mandati ad infondere coraggio, a sostenere e condurre a Gesù. Il nostro è il ministero dell’accompagnamento, perché l’incontro con il Signore sia personale, intimo, e il cuore si possa aprire sinceramente e senza timore al Salvatore. Non dimentichiamo: è solo Dio che agisce in ogni persona. Nel Vangelo è Lui che si ferma e chiede del cieco; è Lui a ordinare che glielo portino; è Lui che lo ascolta e lo guarisce. Noi siamo stati scelti – noi pastori – per suscitare il desiderio della conversione, per essere strumenti che facilitano l’incontro, per tendere la mano e assolvere, rendendo visibile e operante la sua misericordia. Che ogni uomo e donna che si accosta al confessionale trovi un padre; trovi un padre che l’aspetta; trovi il Padre che perdona.

Metterci a seguire Gesù
La conclusione del racconto evangelico è carica di significato: Bartimeo “subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada” (v. 52). Anche noi, quando ci accostiamo a Gesù, rivediamo la luce per guardare al futuro con fiducia, ritroviamo la forza e il coraggio per metterci in cammino. Infatti “chi crede, vede” (LF 1) e va avanti con speranza, perché sa che il Signore è presente, sostiene e guida. Seguiamolo, come discepoli fedeli, per fare partecipi quanti incontriamo sul nostro cammino della gioia del suo amore. E dopo l’abbraccio del Padre, il perdono del Padre, facciamo festa nel nostro cuore! Perché Lui fa festa!

10,46-52 Da emarginato a protagonista [4]

Le immagini del Vangelo che mi piacciono di più sono quelle che mostrano quello che Gesù suscita nella gente quando lui l'incontra per la strada […]. C'è l'immagine di Bartimeo (Mc 10,46 52), che, quando il Signore gli concede la grazia che desidera “Rabbunì [Maestro], che io veda di nuovo!” (Mc 10,51) , lo segue per la strada. Grazie alla fede, Bartimeo cessa di essere un marginale buttato sul bordo della strada e diventa protagonista della propria storia, camminando con Gesù e il popolo che lo seguiva. C'è l'immagine della emorroissa, che tocca il suo mantello in mezzo a una moltitudine che spintona Gesù da tutti i lati e attira il suo sguardo rispettoso e pieno di affetto. Grazie alla sua fede la emorroissa fa parte di una società che discriminava la gente per certe malattie considerate impure.
Sono tutte immagini di incontri fecondi. Il Signore semplicemente “passa facendo del bene”. E uno si me¬raviglia vedendo quello che c'è nel cuore di tante per¬sone che, escluse dalla società e ignorate da molti, entrando in contatto col Signore si riempiono di una vita piena e questa vita cresce in modo integrale, miglioran¬do la vita della città.

10,46-53 Non esiste compassione se non ascolti [5]

In cammino verso Gerusalemme
Era l’ultimo viaggio che il Signore faceva da Gerico a Gerusalemme, dove andava per essere consegnato. Cieco e mendicante, Bartimeo era sul ciglio della strada, escluso che più non si può, emarginato, e quando seppe che passava Gesù, incominciò a gridare. Si fece sentire […]
Intorno a Gesù c’erano gli Apostoli, i discepoli e le donne che lo seguivano abitualmente, con i quali percorse, durante la sua vita, le strade della Palestina per annunciare il Regno di Dio. E una grande folla. Se traduciamo questo, forzando un po’ il senso, intorno a Gesù camminavano i vescovi, i preti, le religiose, i seminaristi, i laici impegnati, tutti quelli che lo seguivano e che lo ascoltavano, e il popolo fedele di Dio.

Il grido del cieco
Due realtà emergono con forza, attirano l’attenzione. Da un lato, il grido, il grido di un mendicante, dall’altro, le diverse reazioni dei discepoli. Pensiamo alle diverse reazioni dei vescovi, dei preti, delle religiose, dei seminaristi alle grida che sentiamo, o non sentiamo. È come se l’Evangelista volesse mostrarci quale tipo di eco ha trovato il grido di Bartimeo nella vita della gente e nella vita dei seguaci di Gesù.
Come reagiscono al dolore di colui che è sul bordo della strada - che nessuno gli fa caso, al massimo gli fanno un’elemosina - di colui che sta seduto sul suo dolore, che non rientra in quella cerchia che sta seguendo il Signore. Sono tre le risposte alle grida del cieco. E anche oggi queste tre risposte hanno una loro attualità. Possiamo dirle con le parole del Vangelo stesso: Passare – Sta’ zitto! - Coraggio, alzati!

Le riposte: le tre parole della “con-passione”

1. Passare. Passare a distanza, e alcuni perché non ascoltano. Stavano con Gesù, guardavano Gesù, volevano sentire Gesù, non ascoltavano. Passare, è l'eco dell’indifferenza, passare accanto ai problemi e che questi non ci tocchino. Non è il mio problema. Non li ascoltiamo, non li riconosciamo. Sordità. È la tentazione di considerare naturale il dolore, di abituarsi all’ingiustizia.
Sì, c’è gente così: io sto qui con Dio, con la mia vita consacrata, chiamato da Gesù per il ministero, e sì, è naturale che ci siano malati, che ci siano poveri, che ci sia gente che soffre, e dunque è così naturale che non mi richiama l’attenzione un grido, una richiesta di aiuto. Abituarsi. E ci diciamo: è normale, è sempre stato così… finché non mi tocca… È l’eco che nasce in un cuore blindato, in un cuore chiuso, che ha perso la capacità di stupirsi e quindi la possibilità di cambiare.
Quanti di noi che seguiamo Gesù corriamo il pericolo di perdere la nostra capacità di stupore, e anche con il Signore? Questo stupore del primo incontro che va come diminuendo, e questo può capitare a chiunque, è capitato al primo Papa: “Signore, da chi andremo, tu hai parole di vita eterna!”, e poi lo tradisce, lo rinnega; lo stupore gli era diminuito.
È tutto un processo di abitudine… Cuore blindato. Si tratta di un cuore che si è abituato a passare senza lasciarsi toccare; un’esistenza che, passando da una parte all’altra, non riesce a radicarsi nella vita del suo popolo, semplicemente perché sta in quella élite che segue il Signore. Potremmo chiamarla la spiritualità dello zapping. Passa e ripassa, passa e ripassa, ma mai si ferma. Sono quelli che vanno dietro all’ultima novità, all’ultimo best seller, ma non riescono ad avere un contatto, a relazionarsi, a farsi coinvolgere, nemmeno con il Signore che stanno seguendo, perché la sordità aumenta!
Voi mi potreste dire: “Ma questa gente stava seguendo il Maestro, stava attenta alle parole del Maestro. Stava ascoltando lui”. Credo che qui tocchiamo uno dei punti più impegnativi della spiritualità cristiana. Come l’evangelista Giovanni ci ricorda, come può amare Dio, che non vede, chi non ama suo fratello, che vede? (cfr 1Gv 4,20b).
Essi credevano di ascoltare il Maestro, ma anche interpretavano, e le parole del Maestro passavano attraverso l’alambicco del loro cervello blindato. Dividere questa unità – tra l’ascoltare Dio e l’ascoltare il fratello – è una delle grandi tentazioni che ci accompagnano lungo tutto il cammino di noi che seguiamo Gesù. E dobbiamo esserne consapevoli.
Nello stesso modo in cui ascoltiamo il nostro Padre dobbiamo ascoltare il popolo fedele di Dio. Se non lo facciamo con le stesse orecchie, con la stessa capacità di ascoltare, con lo stesso cuore, qualcosa si è rotto. Passare senza ascoltare il dolore della nostra gente, senza radicarci nella loro vita, nella loro terra, è come ascoltare la Parola di Dio senza lasciare che metta radici dentro di noi e sia feconda. Una pianta, una storia senza radici, è una vita arida.

2. Seconda parola: Sta’ zitto! È il secondo atteggiamento davanti al grido di Bartimeo. Sta’ zitto, non molestare, non disturbare… Stiamo facendo preghiera comunitaria, siamo in una spiritualità di profonda elevazione, non molestare, non disturbare! A differenza dell’atteggiamento precedente, questo ascolta, riconosce, entra in contatto con il grido dell’altro. Sa che c’è, e reagisce in un modo molto semplice, rimproverando.
Sono i vescovi, i preti, i religiosi, i Papi col dito così [alza la mano con l’indice in segno di minaccia]. In Argentina diciamo delle maestre col dito così: “Questa è come le maestre del tempo di Yrigoyen, che usavano la disciplina molto dura”. E povero popolo fedele di Dio, quante volte è rimproverato per il malumore o per la situazione personale di un seguace o di una seguace di Gesù.
È l'atteggiamento di coloro che, di fronte al popolo di Dio, stanno continuamente a rimproverarlo, a brontolare, a dirgli di tacere. Dagli una carezza, per favore, ascoltalo, digli che Gesù gli vuole bene. “No, questo non si può fare”. “Signora, porti fuori il bambino dalla chiesa che sta piangendo e io sto predicando”. Come se il pianto di un bimbo non fosse una sublime predicazione!
È il dramma della coscienza isolata, di quei discepoli e discepole che pensano che la vita di Gesù è solo per quelli che si credono adatti. Alla base c’è un profondo disprezzo per il santo Popolo fedele di Dio: “Questo cieco dove vuole mettersi? Che stia qui”. Sembrerebbe giusto che trovino spazio solo gli “autorizzati”, una “casta di diversi” che lentamente si separa, si differenzia dal suo popolo. Hanno fatto dell’identità una questione di superiorità. Questa identità che è appartenenza si fa superiore; non sono più pastori ma capisquadra: “Io sono arrivato fino a qui, tu stai al tuo posto”. […]

3. La terza parola: Coraggio, alzati! E questa è la terza eco. Una eco che non nasce direttamente dal grido di Bartimeo, ma dalla reazione della gente che guarda come Gesù si è comportato davanti al clamore del cieco mendicante. Ossia, quelli che non davano retta al suo richiamo, non gli davano spazio, o qualcuno che lo faceva star zitto, è chiaro che, quando vede che Gesù reagisce in quel modo, cambia: “Alzati! Ti chiama”. È un grido che si trasforma in Parola, in invito, in cambiamento, in proposte di novità di fronte ai nostri modi di reagire davanti al santo popolo fedele di Dio.
A differenza degli altri, che passavano, il Vangelo afferma che Gesù si fermò e chiese: “Che cosa succede?”. Si ferma di fronte al grido di una persona. Esce dall’anonimato della folla per identificarlo e in questo modo si impegna con lui. Mette radici nella sua vita. E invece di farlo tacere, gli chiede: “Dimmi, che cosa posso fare per te?”. Non serve differenziarsi, non serve separarsi, non gli fa una predica, non lo classifica né gli chiede se è autorizzato o meno a parlare. Basta solo la domanda, lo riconosce volendo far parte della vita di quest’uomo, facendosi carico del suo stesso destino.

La compassione non è “zapping”
Così, a poco a poco, gli restituisce la dignità che aveva perduto, al bordo della strada e cieco. Lo include. E anziché vederlo dall’esterno, ha il coraggio di identificarsi con i problemi e così manifestare la forza trasformante della misericordia. Non esiste una compassione, – una compassione, non un pietismo –, non esiste una con-passione che non si fermi. Se non ti fermi, se non patisci-con, non hai la divina compassione. Non esiste una compassione che non ascolti. Non esiste una compassione che non solidarizzi con l’altro.
La compassione non è zapping, non è silenziare il dolore, al contrario, è la logica propria dell’amore, del patire-con. È la logica che non si è centrata sulla paura, ma sulla libertà che nasce dall'amore e mette il bene dell’altro sopra ogni cosa. È la logica che nasce dal non avere paura di avvicinarsi al dolore della nostra gente. Anche se tante volte non sarà che per stare al loro fianco e fare di quel momento un’occasione di preghiera.
E questa è la logica del discepolato, questo è ciò che opera lo Spirito Santo con noi e in noi. Di questo siamo testimoni. Un giorno Gesù ci ha visto sul bordo della strada, seduti sui nostri dolori, sulle nostre miserie, sulle nostre indifferenze. Ciascuno conosce la sua storia antica. Non ha messo a tacere il nostro grido, ma si è fermato, si è avvicinato e ci ha chiesto che cosa poteva fare per noi.
E grazie a tanti testimoni che ci hanno detto: “Coraggio, alzati!”, a poco a poco siamo stati toccati da questo amore misericordioso, quell'amore trasformante, che ci ha permesso di vedere la luce. Non siamo testimoni di un’ideologia, non siamo testimoni di una ricetta, o di un modo di fare teologia. Non siamo testimoni di questo. Siamo testimoni dell’amore risanante e misericordioso di Gesù. Siamo testimoni del suo agire nella vita delle nostre comunità.

La pedagogia di Gesù
E questa è la pedagogia del Maestro, questa è la pedagogia di Dio con il suo popolo. Passare dall’indifferenza dello zapping al “Coraggio! Alzati, [il Maestro] ti chiama!” (Mc 10,49). Non perché siamo speciali, non perché siamo migliori, non perché siamo i funzionari di Dio, ma solo perché siamo testimoni grati della misericordia che ci trasforma. E quando si vive così, c’è gioia e allegria, e possiamo consentire alla testimonianza della Suora, che nella sua vita ha fatto suo il consiglio di sant’Agostino: “Canta e cammina!”. Quella gioia che viene dalla testimonianza della gioia che trasforma.

10,47-48 Gesù risponde ad ogni invocazione di pietà [6]

Gesù si accorge delle invocazioni di pietà
La pietà di cui vogliamo parlare è una manifestazione della misericordia di Dio. È uno dei sette doni dello Spirito Santo che il Signore offre ai suoi discepoli per renderli “docili ad obbedire alle ispirazioni divine” (CCC 1830). Tante volte nei Vangeli è riportato il grido spontaneo che persone malate, indemoniate, povere o afflitte rivolgevano a Gesù: “Abbi pietà” (cfr Mc 10,47-48; Mt 15,22; 17,15). A tutti Gesù rispondeva con lo sguardo della misericordia e il conforto della sua presenza. In tali invocazioni di aiuto o richieste di pietà, ognuno esprimeva anche la sua fede in Gesù, chiamandolo “Maestro”, “Figlio di Davide” e “Signore”. Intuivano che in lui c’era qualcosa di straordinario, che li poteva aiutare ad uscire dalla condizione di tristezza in cui si trovavano. Percepivano in lui l’amore di Dio stesso. E anche se la folla si accalcava, Gesù si accorgeva di quelle invocazioni di pietà e si impietosiva, soprattutto quando vedeva persone sofferenti e ferite nella loro dignità, come nel caso dell’emorroissa (cfr Mc 5,32). Egli le chiamava ad avere fiducia in lui e nella sua Parola (cfr Gv 6,48-55). Per Gesù provare pietà equivale a condividere la tristezza di chi incontra, ma nello stesso tempo a operare in prima persona per trasformarla in gioia.

Anche noi chiamati ad avere gli stessi atteggiamenti di Gesù
Anche noi siamo chiamati a coltivare in noi atteggiamenti di pietà davanti a tante situazioni della vita, scuotendoci di dosso l’indifferenza che impedisce di riconoscere le esigenze dei fratelli che ci circondano e liberandoci dalla schiavitù del benessere materiale (cfr 1Tm 6,3-8).
Guardiamo l’esempio della Vergine Maria, che si prende cura di ciascuno dei suoi figli ed è per noi credenti l’icona della pietà. Dante Alighieri lo esprime nella preghiera alla Madonna posta al culmine del Paradiso: “In te misericordia, in te pietate, […] in te s’aduna quantunque in creatura è di bontate” (XXXIII, 19-21).

NOTE
[1] Omelia, nella Santa Messa per la conclusione della XIV Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi.
[2] Meditazione, 28 maggio 2015.
[3] Omelia nel Rito per la riconciliazione di più penitenti con la confessione e l’assoluzione individuale, 4 marzo 2016.
[4] Dio vive nella città, Discorso di apertura al Primo Congresso regionale della Pastorale urbana, Buenos Aires, 25 agosto 2011, in J.M. BERGOGLIO - PAPA FRANCESCO, Solo l’amore ci può salvare, LEV, Città del Vaticano 2013.
[5] Discorso per l'incontro con sacerdoti, religiosi, religiose e seminaristi al Coliseo del Colegio Don Bosco di Santa Cruz de la Sierra nel viaggio apostolico in Bolivia, 9 luglio 2015.
[6] Misericordia come Impietosirsi, Udienza giubilare, 14 maggio 2016.