Coraggio, alzati,

il Maestro ti chiama

XXX Domenica T.O. (B)

a cura di Franco Galeone * 

Bartimeo

1. A conclusione del trittico sulle grandi tentazioni degli uomini - il ripudio della moglie, l’abuso della ricchezza, il potere gestito come violenza - l’evangelista Marco ci presenta oggi il racconto della guarigione del cieco Bartimeo, simbolo di quei ciechi che siamo noi, che ci ostiniamo a non vedere, anzi, che crediamo di vedere fin troppo bene. E invece viviamo tutti in una penombra ambrata che sfuma i colori e i profili, che lascia tanti angoli oscuri, dove noi farnetichiamo costruendoci idoli, senza nemmeno accorgerci che si tratta di idoli. Interessante anche notare come nel vangelo ritorna due volte, all’inizio e alla fine, la parola “strada” (inclusione): tra le tante strade che il cieco potrebbe percorrere, ne sceglie una: seguire Gesù. Di per sé l’invito di Gesù era generico: “Va’”, ma il cieco guarito sceglie la parte migliore: la sequela di Gesù. 

2. Questo racconto è redatto in maniera tale che spiccano tre cose: 1) La situazione di Bartimeo: era cieco e mendicante; 2) La fede ferma ed insistente che ha avuto quest’uomo; 3) Quando la fede è così forte, colui che la possiede inizia a vedere la realtà così come è. Quando nei vangeli si parla di ciechi che incominciano a vedere, quello che importa di meno è se si sia verificato o no un “miracolo”. Quello che importa veramente è il “significato” che ha per noi il racconto. Ed il significato consiste nel fatto che troppo spesso non vediamo la realtà, ma nostre interpretazioni o rappresentazioni della realtà. La fede, quando è autentica, ci fa vedere la realtà della vita e della società nella quale viviamo. È evidente che Gesù ha ridonato a quest’uomo la vista, lo ha liberato dalla sua condizione di mendicante e gli ha restituito la dignità che le convinzioni religiose e la società gli avevano strappato. La religione attribuisce a castighi divini quello che sono disgrazie umane. Per Gesù la cosa decisiva è l’integrità della vita, la felicità delle persone e la dignità di quelli che la “buona” società e la religione più “ortodossa” considerano indegni.

Da “Dio è morto” a “Dio è tornato”

3. Questo vivace brano di vangelo ci presenta un cieco (diversamente dai ricchi, ha anche un nome: Bartimeo) che incontra Gesù e viene guarito e salvato. Tutti i particolari del racconto sono distribuiti con un chiaro intento simbolico: descrivere le tappe della salvezza personale. Anzitutto il fatto della cecità. L’uomo, ieri e oggi, si presenta come un cieco a motivo del suo esasperato razionalismo, il cui simbolo è non la ricerca di Dio, ma la creazione della macchina perfetta, sempre più perfetta. Perciò l’uomo di oggi si presenta proprio come il gigante cieco Polifemo, cioè dotato di un immenso potere tecnologico, ma privo di un sistema valoriale. Forse è vicino il tempo in cui dobbiamo riparlare della “ricerca di Dio” come di un tratto essenziale della condizione umana. Forse hanno ragione i sociologi Starke e Introvigne, quando scrivono che “Dio è tornato”.

4. “L’uomo è il metro di tutte le cose”: questa verità è teorizzata in filosofia da Protagora. “Dio è il metro dell’uomo”: questa verità è indicata nella Bibbia. Per avere dissociato queste due verità, l’uomo di oggi vive nella scintillante superficie, senza qualità, con un pensiero debole. Ecco il dramma dell’umanesimo ateo: negato Dio, ogni antropologia finisce nel relativismo prima e nel nichilismo poi. Alla morale del dovere succede la morale dell’utilità: Bentham prende il posto di Kant. Ai nostri giorni, più che l’assenza o la morte di Dio viene proclamata la fine dell’uomo. Un umanesimo fondato su Dio è anche più umano. Dio non mortifica l’uomo ma lo vivifica; il rapporto uomo-Dio infatti non è estrinseco né eteronomo. Dio non è esteriore all’uomo, ma più intimo a lui di quanto egli non sia a se stesso: “Deus intimior intimo meo”.

Lo sgridavano per farlo tacere!

5. Questo cieco che grida diventa un monito per noi tutti: siamo ciechi, e troppe luci ci hanno ingannato. Il nostro grido di salvezza, come quello di Bartimeo, può incontrare delle barriere in quanti detengono il potere. Che un cieco, uno straccione … entri nel corteo senza un invito, nella festa senza un preavviso, è un atto intollerabile per quanti organizzano il cerimoniale, perché disturba il copione. Noi tante volte impediamo che il grido degli ultimi entri nelle nostre chiese; nella nostra religione anche il grido dev’essere ritualizzato. Il grido fuori programma non viene tollerato. Il grido vero, quello della strada, non entra nelle liturgie che consumiamo. Abbiamo fissato tutte le segnaletiche per arrivare a Gesù. La chiesa oggi, per grazia di Dio, si fa sempre più rispettosa e accogliente!

6. La cecità fa parte della condizione umana! L’immagine della cecità è molto usata in poesia, in teologia, in filosofia; anche la Bibbia descrive l’uomo “seduto nelle tenebre e nell’ombra di morte”; al contrario Dio è luce, creatore della luce, e la sua luce illumina ogni uomo. Qualcuno obietta che tale cecità è dovuta allo sviluppo insufficiente dell’uomo ancora incompiuto. Dall’illuminismo in poi è in atto un processo di razionalizzazione; alcuni filosofi hanno anche teorizzato questo processo che parte da F. Bacone, attraversa il “cogito” cartesiano, la teoria dei tre stadi di G. B. Vico, ripresa dal positivista A. Comte, per arrivare alle tante forme attuali di neo-illuminismo. Si crede che scienza e tecnica offriranno all’uomo la risposta ultima ed esaustiva alle domande dell’uomo: “Oggi tutto va bene: è un’illusione; domani tutto andrà bene: è la speranza”. Secondo questi messaggeri di un nuovo vangelo, la salvezza viene all’uomo dalla Ragione maggiorata, dalla “Dea Ragione”.

7. A noi pare che la ragione sia molto, ma non è tutto; tante pagine di Platone, Agostino, Pascal, Blondel … e le nostre personali esperienze provano che “il cuore ha delle ragioni che la fredda ragione non comprende”, perché oltre la cecità degli occhi esiste anche la cecità della mente (ignoranza), del cuore (egoismo), dello spirito (ateismo). La cecità fa parte della condizione umana: non è un accidente casuale, ma una necessità causale; a forme antiche succedono sempre moduli nuovi di sofferenze, come le foglie cangianti di un albero. Restano senza risposta le tre domande di I. Kant: “Cosa posso sapere, cosa posso sperare, cosa devo fare?”. Così E. Bloch inizia il suo Principio Speranza: “Chi siamo? Donde veniamo? Dove andiamo? Cosa aspettiamo? Cosa ci aspetta?”. Resta la triade dolorosa del male fisico, della sofferenza morale, della morte ineludibile, che costituisce la passività dell’esistenza, con la quale occorre fare sconso¬latamente i conti, anche nelle migliori strutture sociali progettate e realizzate (T. de Chardin). Si racconta che J. Stalin, in un momento di sincerità, abbia esclamato: “Alla fine c’è sempre la morte”. Davvero “albeggiò, ma non spuntò mai il sole!”. La domanda del “come” esistere può essere affidata alla scienza, ma la domanda del “perché” esistere trova una risposta esauriente solo in Dio: “Ci ha fatti per te, Signore, e il nostro cuore è sempre inquieto finché non riposa in te”.

La guarigione di Bartimeo potrebbe essere anche la nostra!

8. Gesù è giunto a Gerico, la città più antica del mondo, e si sta avvicinando a Gerusalemme, meta ultima della sua vita terrena. Sta attraversando la strada centrale tra il verde lussureggiante dell’oasi posta a 300 metri sotto il livello del mare, nella depressione del fiume Giordano. Secondo Luca, su uno di quegli alberi, un sicomoro, un giorno Gesù aveva notato un uomo piccolo ma ricco, arrampicato lassù, per poterlo vedere: era Zaccheo, l’esattore delle tasse. Oggi invece è un cieco, il cui cognome è Bartimeo, che in aramaico significa figlio di Timeo, uno dei tantissimi ciechi di Palestina, dove la cecità era una malattia endemica. Con il nostro evidenziatore, proviamo a sottolineare qualche espressione di questo episodio:

Discepoli e molta folla: sembra strano che tanta gente lo segua ancora, dopo che Gesù ha annunciato il suo fallimento. Una può essere la spiegazione: chi lo segue non ha capito o non ha voluto capire; in fondo sono convinti che alla fine tutto si concluderà con un trionfo. I discepoli sono come ciechi; Gesù lo dice chiaramente: “Avete occhi e non vedete?” (Mc 8,17-18). Gesù fa un altro tentativo: guarisce un cieco. In occasione della Pasqua, gli ebrei erano particolarmente generosi nell’elemosine e per i mendicanti l’uscita dalla città era il luogo ideale per chiedere aiuto. Un po’ come i nostri poveri davanti alle chiese!

Molti lo sgridavano: la folla lo ostacola, come dire che il nostro grido è ignorato dagli altri, ma Gesù prende l’iniziativa, ci ascolta, ci chiama, ci salva. Poveri noi se egli non passasse e non ci chiamasse! Anche coloro che si dicono cristiani e seguono Gesù possono essere un impedimento a chi vuole ricevere la luce del vangelo. La chiesa anche oggi può avere la sua “Suor Pascalina”, la governante e segretaria di papa Pacelli, che esercitò una grande influenza su di lui, gestendone l’agenda e influenzandone le decisioni. Il suo scarso riguardo per gli ospiti politici e i prelati della Curia suscitarono spesso polemiche e le procurarono il soprannome di "caporale tedesco".

Chiamatelo! Ecco il momento dell’incontro personale con Gesù. I discepoli dicono al cieco di alzarsi e di andare da Gesù. Ecco, i ministri fanno finalmente quello a cui sono chiamati: condurre a Gesù, non sostituirsi a lui. La chiesa, a volte, si mette al posto di Gesù, dicendo “Venite a me”, come se la chiesa fosse il luogo sufficiente ed unico della salvezza, mentre invece è solo uno strumento, una indicazione, una strada: “Lumen gentium, cum sit Christus”: così recita la costituzione conciliare sulla chiesa. Non la chiesa, e nessuna chiesa, ma solo Gesù è la luce, la via, la verità, la vita. Se non mettiamo al centro Gesù e il suo vangelo, tutte le nostre unità resteranno sempre fragili, le nostre comunioni si trasformeranno in scomuniche.

Cosa vuoi che io ti faccia? Il racconto si chiude con il dialogo tra Gesù e il cieco (vv.51-52). La sua preghiera è elementare: “Che io veda!”, ma la sua fede non è assente, come dimostra quel grido messianico: “Figlio di Davide”.

La tua fede ti ha salvato! Gesù raccoglie quel grido; Bartimeo riceve molto di più, perché “essere salvato” è molto più che “essere guarito”: alla visione degli occhi si aggiunge la visione della fede.

Buttò via il mantello, balzò in piedi e prese a seguirlo: sono gesti improbabili, un cieco non si comporta così; più logico sarebbe stato che, sistematosi il mantello sulle spalle, muovendosi con passo incerto, fosse accompagnato da Gesù. Il valore simbolico di questo buttare il mantello è evidente: vuol dire liberarsi da tutta la zavorra che soffoca lo spirito, da tutte le barriere che allontano dalla libertà. La fede è liberazione, è passaggio dalla cecità alla luce. Il cieco, ormai guarito, cammina accanto a Gesù, felice della sua dignità. Questo processo di liberazione non è mai finito; avremo sempre mantelli da buttare, catene da sciogliere, pregiudizi da abbandonare! Bartimeo prima era seduto, ora deve camminare; prima aveva una sua “professione”, un luogo dove stare, persone amiche con cui parlare … ora deve iniziare un’avventura impegnativa. Bartimeo non è solo un cieco guarito, ma è anche un nuovo discepolo di Gesù, un miracolato ma anche un illuminato. Chi vuole essere illuminato da Cristo deve scegliere tra il vecchio mantello e la luce.
Buona vita!

* Gruppo biblico ebraico-cristiano