Dio appartiene a tutti

Domenica XXVI del T.O. (B)

a cura di Franco Galeone * 

Pietra mare

Ove c’è un uomo, ivi è presente lo Spirito

1. Alcuni, obbedendo ad una tradizione istituzionalizzata, considerano il mondo come una vasta estensione in cui mandare i propri missionari, in cui diffondere l’annuncio del vangelo; per questi, il mondo è coperto da una densa tenebra di errore, la chiesa emerge come una vetta luminosa, alla quale tutti devono tendere, se vogliono salvarsi, perché “fuori dalla chiesa non c’è salvezza”. Dio ama tutti gli uomini, ma li ama attraverso la chiesa; il segno dell’amore di Dio nel mondo è la chiesa; Dio ama il mondo mediante la chiesa, definita “società perfetta”. Questa visione suscita nei credenti forme di compiacimento collettivo, di superbia storica, di rifiuto di comunione, di aggressività religiosa.

2. C’è un’altra interpretazione, che forse è più evangelica, ed è la convinzione che Dio ama tutti gli uomini, che il rapporto fra Dio e la creatura è immediato, che Dio prepara nel mondo il suo regno attraverso lo Spirito che vagava nell’abisso delle origini, e che vaga ancora nella storia degli uomini: nessun potere, nessuna istituzione è fuori dalla sua influenza. A partire da questa premessa dell’amore universale di Dio, la chiesa emerge come il luogo in cui si vive “con consapevolezza” questo disegno di amore. Allora i cristiani non si considerano dei salvatori, dei venditori di prodotti di salvezza, perché la salvezza viene da Dio, e lo Spirito riempie tutta la terra; il loro atteggiamento non è di conquista ma di ascolto; la profezia esplode fuori dalle planimetrie sorvegliate dalle autorità. Ove c’è un uomo, ivi è presente lo Spirito.

3. Questa interpretazione non è modernismo mascherato, cedimento allo scetticismo contemporaneo; è prendere sul serio la volontà di Gesù che ha detto: “Quando sarò sollevato, attirerò tutti a me”. Il punto sorgivo, il vero riferimento non è nessuna chiesa o sinagoga o moschea, ma è il regno di Dio. Rifiutiamo ogni consorteria, ogni distinzione tra noi e loro. Noi tendiamo al regno, che invochiamo ogni volta che preghiamo la preghiera del Pater. E di questo regno nessuno conosce i confini, le forme, le dimensioni. Esso è un mistero. Gli operatori di questo regno sono tutti quegli uomini e donne di buona volontà che, in silenziosa operosità, costruiscono la civiltà dell’amore. Questa “società aperta” rompe in noi ogni orgoglio cattolico, perché ritroviamo l’umiltà evangelica, la solidarietà con gli uomini; diventiamo, secondo la bella espressione di Origene, “amici del genere umano”.

4. Gli uomini non sono divisibili in due gruppi, dentro o fuori, buoni o cattivi, eletti o dannati, credenti o atei. Quanta gente non è in grazia, ma è impregnata e minacciata dalla grazia, percorsa dall’immenso e paziente amore di Dio: “Nel più freddo avaro, nel cuore della prostituta, nel più disonesto ubriaco c’è un’anima immortale santamente occupata a respirare e che, esclusa di giorno, pratica l’adorazione notturna” (P. Claudel). Nessun monopolio di Dio, allora. Lo Spirito soffia dove e come vuole: Dio può far nascere i suoi figli dalle pietre. Ci sono molte voci autentiche anche fuori dalla mia chiesa, che io, come credente, devo ascoltare; non domanderò se vengono dai nostri o dagli altri. Non dobbiamo comportarci come Giosuè che dice a Mosè: “Impediscili, perché non sono dei nostri!”. Ci sentiremmo lo stesso rimprovero di Gesù: “Non glielo proibite. Chi non è contro di noi, è per noi”. Sappiamo bene che la storia della chiesa è piena di gente messa a tacere con la violenza o con il compenso. E noi? Siamo solidali con il potere, con il sinedrio, con la congrega? Siamo forse anche noi entrati nella sala dei comandi? Oppure siamo sintonizzati sulle onde dello Spirito, nella sicurezza che al regno appartengono anche gli altri, soprattutto quegli altri che sono diversi da noi? Dio non può essere rinchiuso nella nostra bottega. Esemplare resta l’atteggiamento di Gesù rispetto alle istituzioni civili e religiose: le assume con grande libertà, senza lasciarsi mai asservire; le istituzioni (sabato, sinagoga, leggi, culto, chiesa, sacramenti …) sono fatte per l’uomo, sono tutte funzionali all’uomo, perché l’uomo è il metro di tutto e Dio è il metro dell’uomo. Di assoluto esiste solo la persona umana relazionata a Dio! Quindi, per esempio, non dobbiamo servire i preti, ma dobbiamo servirci dei preti, come amici e compagni di viaggio, deboli anche loro come noi, e tuttavia da Dio costituiti strumenti di grazia per gli altri uomini. 

Una tentazione: ingabbiare Dio nelle nostre teologie

5. La tentazione continua è questa: sequestrare Dio, esaurirlo nelle nostre strutture, dimenticando che Dio, padre universale, non si lega mai a nessun individuo, a nessuna razza, a nessuna religione, che Dio illumina ogni uomo, che i sacramenti di salvezza non sono solo sette ma settanta volte sette. Le nostre chiese, i nostri preti corrono il rischio di presentarsi in termini “oggettivi” come i distributori sicuri della grazia di Dio, e invece potrebbero essere anche maschere, schermi, montature … che contrabbandano per divino quello che è umano, quella che è volontà di Dio con quella che è volontà umana, quella che è Parola di Dio con quella che è parola umana! Ascoltare con umiltà Dio, accettare la verità senza chiedere la carta di identità a nessuno, riconoscere il bene anche se fatto fuori della nostra chiesa, e tutto questo senza perdere la nostra identità.

6. Dio è libero di concedere i suoi doni a chi vuole; egli agisce al di fuori degli schemi mentali e delle strutture sacre; i profeti non cesseranno di ricordare che Dio può fare a meno del tempio, che il regno di Davide può finire, che la fede può sorgere al di là dei confini di Israele: è questo il senso teologico della I lettura. Questo è anche l’atteggiamento di Gesù: coloro “che non sono dei nostri” non dei nemici, ma dei compagni di viaggio. Lo Spirito soffia dove, come e quando vuole. Nessuno ha il monopolio di Dio, neppure Gesù vuole avere il monopolio di suo Padre, che appartiene al Figlio ma anche a tutti gli uomini. Il vero discepolo di Gesù è pieno di gioia, quando vede che il bene è seminato in ogni uomo, razza, cultura, religione. Non perché uno si chiami Socrate o Buddha o Confucio o Gandhi … significa un uomo inferiore! Gesù ci invita a riconoscere il bene anche nei non cristiani, ma ci mette in guardia dal perdere la nostra identità! Insomma, una lezione di tolleranza, meglio, di rispetto, perché gli altri non sono pericolosi né inferiori ma solo diversi da noi e noi da loro. Non è allora né umano né cristiano organizzare crociate, inquisizioni, roghi, perché il giudizio di Dio non sarà sul “possesso” della verità, ma sulla “pratica” della carità.

Nessun egoismo di gruppo!

7. Alcuni credenti non riescono a vivere se non dividono, costruiscono muri, distribuiscono carte di identità, compilano elenchi di chi è dentro e di chi è fuori. Anche lo Spirito, per questi sedicenti credenti, va ricevuto e distribuito secondo regole ben definite. Se una persona dice una parola nuova, originale, inedita, subito viene convocata e giudicata: “Da dove viene? Ha i titoli a posto? È in regola con i contributi? Chi gli ha concesso la patente di esorcista? Quale ruolo occupa nella chiesa ufficiale?”. Il discepolo gretto, il gruppo chiuso non sopporta la libertà dello Spirito, si sente tradito: “Non dovrebbe Dio far piovere solo sul nostro campicello e far sorgere il sole solo sul nostro campanile?”. A volte incontriamo persone che con protervia impietosa osano giudicare quanti escono dalla nostra chiesa o dal nostro gruppo; a volte incontriamo anche superiori che con brutalità ci inchiodano davanti all’alternativa: o dentro o fuori. Forse hanno ragione, ma non sempre chi resta è migliore, e forse chi esce mostra più coraggio di tanti don Abbondio! Dobbiamo usare il vangelo non “contro” qualcuno ma “per” qualcuno, nello stile della famiglia, nell’arte del dialogo, nel rispetto della diversità. Gli steccati sono visibili anche in casa cattolica, tra cattolici e cristiani e ortodossi; l’espressione “separati in casa” si può benissimo applicare anche a certe realtà ecclesiali. Per fortuna c’è Mosè, che corregge l’errore: “Fossero tutti profeti nel popolo del Signore!”. Per fortuna c’è Gesù, che non firma le nostre scomuniche: “Non glielo proibite!”.

8. È difficile sapere con certezza se l’episodio dell’esorcista estraneo sia esistito realmente o piuttosto riproduca una posizione della Chiesa primitiva (Joel Marcus). In ogni caso sembra certo che Gesù si opponga alla mentalità del ghetto che spesso caratterizza non pochi gruppi chiusi, intolleranti, intransigenti, che per di più si considerano i privilegiati, gli autentici, i migliori. Ma Gesù non vuole tra i suoi discepoli gente intollerante o intransigente. Tutti quelli che fanno il bene, liberano altre persone dalle sofferenze, meritano la nostra accoglienza. Gesù non ha preteso da quell’esorcista che si unisse al gruppo dei discepoli. Perché il Vangelo di Gesù non è una “religione escludente ma includente”. Quello che importa non è stare in questo o in quell’altro gruppo, in questa comunità o in un’altra … L’unica cosa che è importante veramente è essere buoni con tutti. Come diceva un papiro del sec. III (P. Oxy. 1224): “Chi sta lontano oggi, domani sarà vicino a noi” (A. Bernhard). L’umanità del Vangelo finisce per accogliere tutti.
Buona vita!

* Gruppo biblico ebraico-cristiano