La religione 

può indurire il cuore

Domenica XXII del T.O. (B)

a cura di Franco Galeone * 

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Conservare o cambiare?

1. L’attaccamento alla Legge, che pure ha reso grande Israele, comportava due pericoli: a) mettere sullo stesso piano tutti i precetti (248 positivi, 365 negativi); b) credersi giusti non per grazia di Dio ma per la semplice osservanza della Legge. Gesù prende spunto dalle prescrizioni di purità rituale della tradizione ebraica per insegnare che Dio rifiuta la pratica solo esteriore della religione. Gesù si inserisce nella linea spirituale dei profeti (Am 5,21-27; Is 1,11-20; 58,1-14) e dei chassidim, che avevano denunciato l’insufficienza delle abluzioni e delle purificazioni e punta diritto sul cuore, dal quale procede ogni genere di male o di bene. Anche i monaci di Qumram, che pure facevano numerose purificazioni rituali, insegnavano che “Impuri si rimane finché vengono disprezzati i comandamenti di Dio”. L’osservanza rigorosa delle leggi fa sentire sicuri davanti a Dio e addirittura migliori degli altri. I “neonati in Cristo” (1Cor 3,1) temono il rischio, preferiscono ricevere leggi precise. Tradizione, ma anche innovazione!

 2. L’elenco dei dodici vizi (sei al plurale e sei al singolare) fa riflettere: ciò che discrimina tra azioni buone e azioni malvagie è il fatto di essere a favore e contro l’uomo. Alla domanda “Chi salirà il monte del Signore? Chi starà nel suo luogo santo? (Sal 24,1), la risposta è: solo chi è in pace con il fratello è puro e può accostarsi a Dio (Mt 5,23). Gesù scardina il pregiudizio circa il puro e l’impuro. Ogni cosa è pura: il cielo, la terra, il cibo, il corpo dell’uomo e della donna. È scritto: “Dio vide che quanto aveva fatto era davvero molto buono” (Gn 1,31). E Gesù benedice di nuovo le cose, compresa la sessualità umana, che noi subito associamo a puro/impuro quando invece è il cuore che può sporcare o illuminare la vita. Che bello il Vangelo! Lo apri e senti una boccata di aria fresca dentro l’afa pesante della vita, perché sei arrivato, sei ritornato al cuore felice della vita.

3. Nella nostra vita di fede, gli atti esteriori, gli stessi sacramenti, devono avere le radici nel cuore puro, nella intenzione sana. E le tradizioni? Esse sono valide se, nell’oggi, ci aiutano ad osservare l’unico comandamento dell’amore di Dio e del servizio del prossimo. Gesù ha abbattuto tutte le frontiere: nessun essere è impuro per natura o per nascita; ogni impurità viene dal cuore; solo il peccato rende impuri. Pietro descrive l’esperienza che gli fece superare i suoi pregiudizi: vide in estasi “dal cielo spalancato scendere una tovaglia, che conteneva ogni sorta di animali; una voce gli ordinò di uccidere e di mangiare, ma Pietro gridò: “No, Signore, finora non ho mai mangiato nulla di immondo”. Ma la voce insisté: “Non considerare impuro quello che Dio ha purificato” (At 10,11).

4. Proviamo a immaginare lo stupore dei vecchi credenti circoncisi quando constatano che lo Spirito è sceso anche sui pagani; perciò Pietro esclama: “Chi può negare il battesimo a queste persone che hanno già ricevuto lo Spirito” (At 10,45). Noi, nei secoli passati, abbiamo ricostruito i tabù aboliti da Gesù. Mi riferisco non solo alle superstizioni diffuse sia tra i credenti che tra gli atei, ma anche ad altre frutto della nostra male-educazione religiosa: per esempio, ancora oggi gli sposi ritengono impuri i loro rapporti sessuali, e si astengono dalla comunione; tanti fedeli provano terrore al pensiero di ricevere Gesù nelle loro mani, e perciò continuano a fare la comunione con la convinzione che la “bocca” è più pura delle “mani”; la donna, agli occhi di molti, resta impura, e nella chiesa può raggiungere la sua dignità solo nella verginità, cioè rinnegando la sua femminilità. Soprattutto, ci capita di meravigliarci nel vedere la santità fiorire “fuori” dalla chiesa: i cristiani hanno creduto per molto tempo di monopolizzare lo Spirito; per fortuna egli riempie tutto l’universo, “illumina ogni uomo che viene in questo mondo” (Gv 1,9). Insomma, il Signore, il Santo, non ha paura di stare con noi peccatori: “Se qualcuno mi apre, entrerò da lui, cenerò con lui e lui con me” (Ap 3,20).

Cosa è puro e impuro

5. Noi cristiani difficilmente riusciamo a immaginare la rivoluzionaria rivelazione, la potenza liberante delle affermazioni di Gesù. Il pagano, lo stesso ebreo, vivevano chiusi in innumerevoli tabù, norme, divieti; per gli ebrei i divieti erano 365 (quanti sono i giorni dell’anno), e i precetti invece 248 (quante sono le ossa del corpo umano): bisogna osservare ben 613 norme! Le cose erano pure o impure, sacre o profane, benefiche o malefiche, per ragioni misteriose, e chi violava una prescrizione, incorreva in terribili sanzioni, anche a sua insaputa. Non solo le cose erano impure, lo erano anche certi uomini (le donne, naturalmente, tutte!). Un mio amico sacerdote del Burundi mi raccontava la gioia che aveva provato il giorno del suo battesimo; la sua prima educazione pagana gli aveva inculcato molte superstizioni popolari, facendolo vivere in un universo di terrore. Poi il battesimo segnò l’ora felice della sua liberazione; da quel momento si aggirava nella foresta come Adamo nel paradiso, in un universo riconciliato.

Esaminare tutto, e prendere ciò che è buono!

6. Sono nella memoria di tutti noi quelle cavillose regole che disciplinavano il digiuno, l’astinenza, il rituale, le rubriche, la casistica; tutte regole che sono valide nella misura in cui restano sempre funzionali all’uomo, pronte a scomparire quando diventano inutili. La prima comunità cristiana, quella per cui fu scritto il vangelo di Marco, era ancora irretita dalle discussioni tra cibi puri e cibi impuri. Fu una grossa battaglia, che a noi può anche apparire risibile. La chiesa si liberò da quelle distinzioni ma altre ne sorsero subito, e ne sono nate sempre lungo la storia. Per essere fedeli alla parola del Signore, noi dobbiamo abolire ancora oggi quelle discriminazioni morali che nascono dall’esterno dell’uomo. Il vangelo è un annuncio liberante ma noi, figli dei farisei più che fratelli di Gesù, abbiamo riformulato la legge del Talmud e del Codice, soffocando così lo spirito creativo della Parola; abbiamo riformulato la distinzione tra sacro e profano, che Gesù ha abolito. L’unica realtà sacra per Gesù è l’uomo vivente! Vale più un uomo vivente che questo sacro edificio; anche il sabato (e quando Gesù diceva “sabato” diceva un valore sacro!), è per l’uomo. Siamo ancora agli inizi, agli esordi del cristianesimo: la sua energia innovativa deve ancora manifestarsi!

7. La parola viva di Gesù appartiene non alla memoria ma alla speranza; le leggi appartengono alla tradizione umana; farle e disfarle tocca all’uomo. Nessuna legge può essere mai sacralizzata. La coscienza non può mai essere sostituita, perché è il luogo immediato in cui Dio parla all’uomo. Non ci sono mediazioni tra la coscienza e Dio; la coscienza è il santuario di Dio. Non ci sono maestri, sacerdoti, gerarchie che possano gestire la coscienza altrui; la coscienza e Dio sono faccia a faccia, ed ivi si consuma tutto il senso e il dramma della nostra esistenza. Detto questo, non consegue però che le mediazioni umane siano prive di valore. Il primato della coscienza, se male inteso, può condurre all’individualismo ribelle. Quanto fanatismo può nascondersi nelle pieghe della coscienza! Ci sono delle infatuazioni ideologiche, teologiche, consumistiche, che portano all’ossessione. Sono rimasto molto impressionato da quanto scrive U. Eco: “L’Anticristo può nascere dalla stessa pietà, dall’eccessivo amor di Dio o della verità, come l’eretico nasce dal santo e l’indemoniato dal veggente. Temi, Adso, i profeti e coloro disposti a morire per la verità, che di solito fanno morire moltissimi con loro, spesso prima di loro, talvolta al loro posto … Forse il compito di chi ama gli uomini è di far ridere della verità, far ridere la verità, perché l’unica verità è imparare a liberarci dalla passione insana per la verità” (Il nome della rosa). Per non cadere in questo vizio, dobbiamo ricordare che il punto di riferimento non è la legge, ma l’uomo vivente: l’uomo è il metro di tutto e Dio è il metro dell’uomo. Difendere l’uomo, ogni uomo, non significa essere di destra o di sinistra: significa solo testimoniare il vangelo!

Ipocrisia, formalismo, esteriorità

8. Oggi la parola “fariseismo” è diventata sinonimo di “ipocrisia”, ma all’inizio era sinonimo di “perfezione”; siamo nel falso se pensiamo che tutti i farisei erano ipocriti. Cristo aveva numerosi amici tra i farisei; Nicodemo, che va da Gesù di notte e che più tardi lo difende nel sinedrio, era un fariseo. Fariseo era anche Gamaliele, che difende gli apostoli davanti al sinedrio; alcuni farisei lo invitano persino a pranzo in casa loro. Anche Paolo era un fariseo; i farisei, tra l’altro, hanno avuto il merito di avere conservato l’unità nazionale e religiosa in tempi difficili. Ma questo attaccamento alla Legge li esponeva a due pericoli: a) il primo era quello di mettere sullo stesso piano tutti i precetti religiosi, morali, civili, cultuali, per cui era difficile poi districarsi tra i 248 comandi e i 365 divieti; la Legge finiva per diventare un gabbia, una schiavitù; b) il secondo errore era quello di credersi santi e giusti per il solo fatto di avere osservato la Legge, come se questa fosse fonte di salvezza e non un dono di Dio.

9. Ipocrisia, formalismo, esteriorità sono pericoli sempre incombenti, soprattutto nelle persone che frequentano la religione. Siamo ipocriti quando assolutizziamo la legalità, il precetto, l’esteriorità, senza preoccuparci di aiutare i fratelli in difficoltà. Siamo ipocriti quando confondiamo il vangelo di Cristo con le mutevoli forme storiche e culturali dell’occidente latino, con la lingua latina, la filosofia greca, il canto gregoriano, l’abito che, si dice, fa il monaco! Siamo ipocriti quando cerchiamo di ingessare l’inafferrabile Spirito e diciamo: “Questa è la legge” a coloro che sono stati liberati dalla legge. Siamo ipocriti quando confondiamo la fedeltà alla tradizione con la fedeltà alla propria pigrizia. L’immobilità spegne la vita. Gesù ha detto di essere la “verità”, non la “tradizione”.

Educare la coscienza

10. Dobbiamo dare importanza alla coscienza, nella quale è iscritta la legge di Dio. Ma attenzione! Ogni uomo ha una coscienza, ma non ogni coscienza è umana. La coscienza non è una sorgente incontaminata, immacolata; come la Legge può degenerare, così anche la coscienza può corrompersi. Come non va assolutizzata la Legge, così va relativizzata la coscienza. La coscienza può assorbire i germi della società, delle amicizie, della stampa. La coscienza si può sporcare, e perciò va ogni tanto ripulita. Corrumpunt bonos pravae amicitiae. Dobbiamo essere equidistanti tra due posizioni estreme: quella di colpevolisti come Lutero, Pascal, Giansenio, Hobbes, Schopenhauer … e quella di innocentisti come Pelagio, Rousseau, Hegel, Tolstoi, Leibniz. Siamo influenzati dal male, ma non necessitati al male. La parola di Dio viene seminata nella nostra coscienza non come un cristallo immutabile, ma come un seme dinamico. La Parola di Dio ha certo bisogno di un terreno in cui attecchire, ed è la coscienza, ma anche la coscienza ha bisogno di una Parola trascendente con cui misurarsi. A volte diciamo: “Giudizio inappellabile della coscienza” e dimentichiamo che la coscienza viene giudicata da Dio, e il suo giudizio è inappellabile!

11. In tutta questa legislazione religiosa si nasconde un pericolo: che la purità si trasformi in puritanesimo, la santità in sacralismo, la fede in religiosità, l’imitazione in devozione; è ciò che i profeti hanno tante volte predicato. Basta leggere il c.1 di Isaia o certe pagine di Amos, per sentirne il fuoco, la passione, lo sdegno. Anche Gesù ha gridato al pericolo. Non ci resta che lasciarci esaminare con serietà e lealtà da questa esigente pagina di vangelo. L’apostolo Giacomo nella sua lettera ci dà una indicazione preziosa: “Religione pura e senza macchia davanti a Dio è questa: soccorrere gli orfani e le vedove” (Gc 1,27). La mia coscienza è pura quando accetto di sporcarmi le mani per aiutare chi è in difficoltà; sono vicino a Dio quando non sono lontano dal mio prossimo. Se il sacerdote e il levìta avessero sporcato le mani, incrociando quel malcapitato (Lc 10,23), avrebbero celebrato un culto puro, senza macchia, gradito a Dio! Come Gesù, che incontrava le persone là dov’erano e attraversava con loro il territorio della malattia e della sofferenza: “Dove giungeva, in villaggi o città o campagne, gli portavano i malati” (Mc 6,56). Gesù portava negli occhi il dolore dei corpi e delle ani, e insieme l’esultanza dei guariti. Il nostro pericolo può essere questo: avere una religione dal cuore lontano, fatta di esteriorità, formule, abitudini; compiacersi dell’incenso, della musica, della predica (un po’ meno!) e non “soccorrere gli orfani, le vedove, gli ultimi” (Gc 1,27). Il vero peccato per Gesù è il rifiuto di partecipare al dolore dell’altro (J.B.Metz).
Buona vita!

* Gruppo biblico ebraico-cristiano