Gesù pane del cielo

per l'uomo della terra

Domenica XX del T.O. (B)

a cura di Franco Galeone * 

Last
Scott Rogers, Ultima Cena, XXI sec.

1. La parola di Dio chiede a noi non atteggiamenti di conquista ma di accoglimento. La sapienza non è una prerogativa dei bravi, dei laureati, dei teologati. Anzi! La sapienza è riservata ai poveri, ai semplici, ai piccoli. Non dobbiamo dimenticare che noi cristiani abbiamo accettato l’orgoglio umanistico di una cultura riservata ai “clerici”, ai preti, agli specialisti di Dio: e così abbiamo tradito il messaggio del vangelo che è rivelazione della sapienza di Dio ai semplici, ed è sigillo chiuso agli intelligenti. Sto pensando al libro Elogio della follia (1511) di E. da Rotterdam, al libro L’idiota (1868) di Dostoevskij, e a quel lucido pazzo del filosofo F. Nietzsche. La sapienza del vangelo circola più tra la povera gente che tra i laureati e i teologati. 

2. In tutte le religioni e civiltà, il pasto ha un valore antropologico e teologico. Gli uomini, a differenza degli animali, vogliono non solo mangiare, ma anche stare insieme. Nel banchetto si realizza l’accoglienza, la comunicazione, la confidenza; fu proprio durante una cena che Gesù si confidò con umanissima intimità ai suoi discepoli. Per Israele, il banchetto sacro è la celebrazione-ricordo di un evento storico: l’uscita dalla schiavitù dell’Egitto. I profeti aiuteranno il popolo a comprendere che per celebrare bene la pasqua, è necessaria la conversione del cuore (I lettura). Gesù prepara per i suoi una nuova alleanza, una nuova pasqua, un nuovo pane, quello del suo corpo: “Io sono il pane vivo disceso dal cielo”. Il fatto poi che Giovanni sostituisca il racconto dell’eucaristia con la lavanda dei piedi indica chiaramente che un nesso stretto lega l’eucaristia con il servizio (vangelo).

3. Per gli ebrei il banchetto sacro era la celebrazione-memoriale di un fatto storico, l’esodo liberatore di Mosè dalla schiavitù d’Egitto. Gesù si spinge oltre: “Io sono il pane disceso dal cielo … la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda”. Sono parole incredibili per un ebreo, che tra l’altro, non poteva assolutamente bere il sangue (Lv 17). Ma Gesù non fa nessuno sconto: “Volete andarvene anche voi?” chiede Gesù a quanti avevano giudicato quel “linguaggio duro”. Gesù non parla in senso metaforico, non parla di un cibo spirituale; nel vangelo di oggi per ben sei volte leggiamo la parola “carne”, e per ben sette volte il verbo “mangiare”. Quello che preoccupa gli ebrei non è tanto la possibilità del miracolo, ma le sue conseguenze, perché fare una buona comunione significa cambiare vita, necessariamente; non possiamo fare come il profeta Elia: “mangiò e tornò a coricarsi”. Una vera comunione ci obbliga ad andare nelle strade della vita con il cuore nuovo.

4. Purtroppo, oggi, i moderni mezzi di comunicazione hanno messo in crisi tanti rapporti interpersonali, soprattutto quelli all’interno della famiglia; per esempio il televisore ha segnato il tramonto del vecchio tavolo attorno al quale la comunità familiare si trovava unita nel dialogo generazionale; non si tratta di condannare il progresso tecnologico, ma di segnalarne i rischi. Su questo argomento mi piace riportare una bella pagina dello scrittore tedesco Günther Anders:
Già da alcuni decenni si era potuto notare che il massiccio tavolo centrale della stanza di soggiorno, che riuniva la famiglia intorno a sé, cominciava a perdere la sua forza di attrazione. Ora esso ha trovato un vero successore, per l’appunto nel televisore, che rappresenta il tavolo familiare di segno negativo. Non fornisce il centro comune: mentre il tavolo rendeva centripeta la famiglia, lo schermo imprime alla famiglia una direzione centrifuga. Infatti i membri della famiglia non sono più seduti uno di fronte all’altro, non sono più insieme, ma ormai soltanto l’uno con l’altro, anzi l’uno accanto all’altro, meri spettatori. La struttura della famiglia si è trasformata in quella di un pubblico in miniatura, la stanza di soggiorno si è trasformata in un locale di spettacolo in miniatura e il cinematografo è diventato il modello della casa”.

5. Il vangelo di oggi ci invita a fare alcune riflessioni sull'eucaristia.

* Un grave errore è stato quello di reificare, materializzare, localizzare la presenza di Gesù nell’ostia. Ma Gesù non si rende presente in una cosa, ma sempre e solo in un uomo. L’eucaristia è stata istituita perché sia a servizio dell’uomo e noi abbiamo messo l’uomo in adorazione dell’eucaristia. Il buon uso dell’eucaristia non è adorarla ma viverla. La presenza di Gesù è ben altro che la trasformazione magica del pane nel suo corpo e suppone che tutti formiamo una sola famiglia con Dio e con i fratelli. Siamo dei selvaggi se materializziamo la presenza di Gesù in un pezzo di pane (che si ha anche paura di mordere!).

* Per capire qualcosa di questa verità, abbiamo fatto ricorso alla dottrina tomista della Transustanziazione, parola difficile che significa: la sostanza è cambiata (non più è il pane ma il corpo di Cristo), però restano gli accidenti esterni e visibili (sapore di pane). Sia ben chiaro: non vogliamo negare l’opus operatum ma ricordarci che Cristo diventa presente nell’eucaristia solo perché è già presente nei fedeli, che si impegnano a ripetere quello che lui ha fatto, perché questo significano quelle sue misteriose parole: Questo è il mio corpo = Questo sono io! Questa è la mia vita per voi. Vi ho dato l’esempio: anche voi fate come me! L’eucaristia è un dono che noi non mai avremmo potuto procurarci. La filosofia tomista non sembra più in grado di esprimere adeguatamente il dogma dell'eucaristia, perché ricorre a tutta una serie di miracoli metafisici, dunque impossibili, dal momento che la metafisica esprime le leggi necessarie dell'essere.

* La realtà fisica di questi oggetti (pane e vino) è rimasta la stessa, ma sostanzialmente hanno cambiato senso, hanno acquistato un valore aggiunto. Il pane consacrato cambia per noi sostanzialmente senso: da quel momento serve a stabilire delle relazioni personali fra Cristo e gli altri fratelli nella fede. Per capire quale sollievo rechi questa concezione, basta rileggere le erudite considerazioni di san Bonaventura o di san Tommaso su un caso che in quei tempi veniva discusso con grande serietà: cosa avviene se un prete dice le parole della consacrazione davanti a una panetteria o davanti ad una cantina? La panetteria o la cantina vengono transustanziate? Cosa avviene se un miscredente riceve l’eucaristia? Ha fatto una comunione? Evidentemente no! Veri e propri caos teologici, provocati da una concezione materialistica dei sacramenti

* Gesù non mette in evidenza il fatto della sua “presenza” nell’eucaristia ma pone soprattutto l’accento sulla “vita” che avrà e condurrà chi la riceve mangiando “il pane della vita”. Mai si è messo in dubbio il fatto della presenza di Gesù nell’eucaristia. Altra cosa è stata la spiegazione di questo fatto. Fino al sec. XI la spiegazione comune si è presa dalla filosofia di Platone: era la spiegazione simbolica. Dopo si è imposta la spiegazione metafisica a partire dalla filosofia di Aristotele (sostanza ed accidenti). Questa è la dottrina ufficiale della Chiesa. Nel sec. XX si è iniziato a parlare della spiegazione fenomenologica, cioè quello che importa è la “finalità” ed il “significato” del pane e del vino nell’eucaristia. Ieri, questa novità veniva chiamata transustanziazione, ma, poiché oggi il termine ‘sostanza’ è riferito in modo esclusivo all’aspetto chimico-fisico, ignoto nel medioevo, è meglio parlare di Transignificazione o Transfinalizzazione, come suggerisce il Catechismo olandese. Chi partecipa all’eucarestia e non mette in azione la fede, c’è l’azione di Dio, ma il rapporto di presenza non si stabilisce: è come una orchestra che suona davanti a un sordo!

* Oggi i teologi moderni (Schoonenberg, De Lubac, Danièlou, Congar, Schillbeeckx…) preferiscono parlare di Transignificazione e di Transfinalizzazione. Per l'uomo moderno, il senso è l'essenziale della realtà di una cosa. L'uomo è un datore di senso, e questo è evidente in tutta la Bibbia: Ognuno avrebbe avuto il nome datogli dall'uomo (Gn 2,19; Gn 17,5; Gn 17,15; Mt 16,16; Mc 3,16; Gv 1,42). Senza noi, il mondo non avrebbe senso, sarebbe niente. Ma quando l'uomo dà a una cosa un senso, un nome diverso, la modifica totalmente. Una fotografia: la fotografia di mia madre per me è piena di senso ed è sacra; ma a un estraneo non dice niente. Un segnale rosso e verde in un campo è assurdo, ma in un crocevia di città ha un significato fondamentale di vita o di morte. Una bandiera, una banconota … sono solo un pezzo di stoffa, un pezzo di carta, ma se noi le diamo senso e valore, allora siamo pronti anche a dare la vita per la bandiera e più certamente per la banconota! La presenza di Gesù è sempre una presenza in spirito. La carne non serve a niente. Nell’ostia non c’è un Gesù in miniatura né una reliquia del suo corpo mortale.

* I credenti entrano in relazione con Cristo risorto attraverso il rito. In questo senso non sono esatte tutte le formule che utilizzano parametri spaziali, che parlano cioè di Gesù dentro l’ostia o immaginano una sua presenza in miniatura. Egli infatti non è nello spazio, come l’attore non è dentro il televisore o l’interlocutore dentro la cornetta del telefono. Nell’eucaristia non riceviamo il corpo “storico” di Gesù, perché questo corpo non esiste più. Riceviamo il corpo “risuscitato”. Nell’eucaristia non prendiamo carne e sangue (Gv 6,63). Riceviamo una persona, Gesù stesso. Ma due persone (il credente e Gesù) non possono unirsi in nessun modo se non mediante espressioni simboliche, che esprimono la dedizione, il dono e l’unione di un essere personale con un altro. Il pane ed il vino dell’eucaristia, se sono analizzati da un chimico, continuano ad essere pane e vino. Ma per il credente questo pane e questo vino sono il simbolo e contengono la presenza di Gesù nelle nostre vite.

* Nell’Enciclica Mysterium fidei Paolo VI afferma che la presenza eucaristica non si attua «come i corpi che sono nel luogo». Il rapporto tra il credente e Cristo non si realizza per contatto di dimensioni spaziali, bensì attraverso richiami simbolici. Questo tipo di presenza viene detta sacramentale (che si realizza attraverso segni sacri). Paolo VI precisa che nella celebrazione eucaristica il pane e il vino «acquistano un nuovo significato e un nuovo fine, non essendo più l’usuale pane e l’usuale bevanda, ma il segno di una cosa sacra e il segno di un elemento spirituale; ma intanto acquistano nuovo significato e nuovo fine in quanto contengono una nuova realtà, che giustamente denominiamo ontologica.

* Se i partecipanti non hanno la fede, non accade niente. Sacramenta propter homines! I sacramenti sono al servizio degli uomini! Riumanizziamo i nostri sacramenti, altrimenti non divinizzeremo più gli uomini! Occorre ben riflettere sulle parole della consacrazione: il prete dice: Questo sono io per voi… Questa è la mia vita per voi. Cristo diviene presente nell'eucaristia perché è già presente nei fedeli, grazie alla loro fede. Cristo è presente nei preti e nei fedeli, che lo rendono presente in un gesto di fede e di amore. Ciò che Cristo vuole consacrare, non è solo del pane o del vino ma soprattutto noi. Il fatto che Giovanni sostituisca il racconto dell’eucaristia con la lavanda dei piedi indica chiaramente che un nesso stretto lega l’eucaristia con il servizio.
Comunicarsi quindi non è ricevere una “cosa sacra”, ma unirsi a Gesù, in maniera tale che la vita di Gesù sia vita nella nostra vita e nel nostro modo di vivere. Per questo Gesù insiste più sulla “vita” che sulla “presenza”. Quello che importa non è sapere che Gesù sta nell’eucaristia, ma vivere come Gesù ha vissuto ed avere la vita che ha Gesù, il Signore della vita.
Buona vita!

* Gruppo biblico ebraico-cristiano