C’è spazio per noi

in Dio

Sorella Laura - Bose

15 agosto 2018


46Allora Maria disse:
“L’anima mia magnifica il Signore
47e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore,
48perché ha guardato l’umiltà della sua serva.
D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata.
49Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente
e Santo è il suo nome;
50di generazione in generazione la sua misericordia
per quelli che lo temono.
51Ha spiegato la potenza del suo braccio,
ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore;
52ha rovesciato i potenti dai troni,
ha innalzato gli umili;
53ha ricolmato di beni gli affamati,
ha rimandato i ricchi a mani vuote.
54Ha soccorso Israele, suo servo,
ricordandosi della sua misericordia,
55come aveva detto ai nostri padri,
per Abramo e la sua discendenza, per sempre”.
Lc 1,46-55


In questa festa del Transito della Beata Vergine Maria al cielo noi celebriamo un’anticipazione di quello che attende personalmente ogni credente: la resurrezione del corpo, la vita eterna, quella vita che Gesù ha promesso ai suoi, nell’ora del distacco da lui: “Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore … Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi” (Gv 14,1-3).
In questa solennità la chiesa ci invita a gioire perché c’è spazio per noi in Dio, come c’è stato per lei, per Maria. E Maria, che ha saputo, con il suo “Eccomi!”, fare spazio a Dio dentro di sé, ci precede nel cammino. Un’accoglienza reciproca, nell’amore, tra noi e Dio, è all’orizzonte di questa festa.
Ma vorrei soffermarmi sul testo evangelico di oggi: il Magnificat.
“L’anima mia magnifica il Signore”: parole molto simili a quelle che abbiamo sentito pronunciare in punto di morte da tanti cristiani e cristiane, credenti e santi, noti e meno noti, e anche da quella Chiara d’Assisi, da poco celebrata, che nell’ultima ora della sua vita terrena esclama: “Sii benedetto, Signore, per avermi creata!”. Non sappiamo molto degli ultimi giorni di vita di Maria di Nazaret, e in generale il Nuovo Testamento è singolarmente avaro di parole e discreto su di lei, ma la liturgia della chiesa, con la scelta di questo passo, è come se volesse suggerire che il Magnificat è stato il filo rosso, il “basso continuo” di tutta l’esistenza di Maria, dai tempi della vocazione fino alla fine.
“Ha guardato all’umiltà della sua serva”: Maria si è sentita guardata e dunque amata da Dio: lei, semplice donna di Palestina, scelta da un Dio che come mendicante ha bussato alla sua porta perché lei gli facesse spazio. Fede è semplicemente questo: sentirsi “guardati” da Dio, capire che ci vede e ama come siamo, nella nostra umiltà, nella nostra piccolezza che neanche noi riusciamo ad accettare completamente, sentire che Dio ha memoria di noi e gli siamo presenti, e che per lui non siamo mai insignificanti, mai rimossi.
E poi il Magnificat si allarga a una visione più ampia: vi fa irruzione il mondo, con i suoi conflitti e le sue lotte (potenti, umili, ricchi, affamati, superbi…) ben oltre il quotidiano della vita di una modesta donna in uno sperduto villaggio di Galilea. La donna che canta il Magnificat non è ripiegata su di sé, relegata nel suo piccolo mondo, i suoi orizzonti sono ampi. E da lei possiamo imparare qualcosa della vera umiltà, che non è rassegnazione alla mediocrità, non coltiva un “io minimo” senza mai mettersi in gioco. Maria magnifica il Signore che l’ha creata e amata, e la gioia che prova è ciò che le permette di passare dalla sua storia personale alla storia di un popolo, alla storia dell’umanità: “D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata”. La vera umiltà è quella di chi sa di poter fare, con la materia ordinaria di cui dispone, qualcosa di meraviglioso per Dio. E a questo siamo tutti chiamati.